Legge elettorale e modello tedesco: un seguito alle parole di Giuseppe Chiarante

SERGIO VASARRI

Il recente intervento di Giuseppe Chiarante, lucido ed ispiratore come di consueto, sul vivo dibattito in tema di legge elettorale, mi porta a fare una serie di riflessioni.

Concordo senza esitazione sull’ambiguità delle definizioni e terminologie utilizzate dai partecipanti al dibattito in quanto non contestualizzate correttamente rispetto alle molteplici tipologie del sistema elettorale richiamato, ovvero quello di tipo maggioritario imperniato su collegi elettorali uninominali. Giustamente Chiarante si chiede se il riferimento sia al maggioritario secco del cosiddetto modello Westminster o a quello a doppio turno che ibridazione il sistema presidenziale classico – da qui la definizione di semipresidenziale – sviluppatosi in Francia nell’attuale Quinta Repubblica.

Lasciando però sullo sfondo le difficoltà interpretative del dibattito politico, resta sulla scena la sostanza della questione: quale sistema elettorale per il futuro dell’Italia? Di sicuro non quello attuale, frutto di un’alchimia legislativa fortemente distorsiva della rappresentanza democratica, mediante cui il partito di maggioranza relativa, ma sarebbe equivalente dire di “più cospicua minoranza”, viene sbalzato verso una solida maggioranza attraverso un cosiddetto “premio”.

Il premio di maggioranza, così come la soglia di sbarramento, costituiscono correttivi al risultato elettorale atti a perseguire una ideale maggiore stabilità di governo. Infatti, nel caos degli anni novanta, a seguito della crisi del sistema partitico nel nostro Paese, l’opinione pubblica e i policy-maker si sono persuasi che il primario valore di riferimento per un sistema elettorale performante dovesse essere un’ampia maggioranza a garanzia della stabilità di governo. Va sicuramente sottolineato che la durata degli esecutivi consente all’azione di governo di esplicarsi in maniera più efficace e razionale e anche che la frequenza delle crisi di governo nella storia repubblicana italiana abbia rappresentato un casus straordinariamente negativo a livello internazionale. Non va però dimenticato che l’assunzione a criterio fondamentale di un sistema elettorale della stabilità di governo può provocare rischi di alterazione del risultato delle urne e, quindi, della rappresentanza democratica.

Proprio i correttivi di cui sopra, infatti, producono una distorsione del risultato elettorale, il cui livello di incidenza va attentamente valutato. Il sistema maggioritario, sia quello applicato in Inghilterra che in Francia, testimoniano di quanto qui affermato. Il primo assegna ogni collegio al più votato, con il criterio del first past the post, non tenendo in considerazione i voti raccolti dal secondo, o eventuale terzo, sconfitto. Può quindi accadere in extrema ratio, e nei fatti talvolta è stato così, che un partito ottenga la maggioranza dei seggi in Parlamento pur non avendo la maggioranza dei voti.

Il sistema francese, invece, consente l’ammissione al secondo turno di consultazione elettorale solo ai due partiti che hanno ottenuto più voti nel primo turno, anche qui potenzialmente escludendo un numero n di partiti che hanno ottenuto un solo voto meno del secondo classificato e che rappresentano una porzione cospicua dell’elettorato.

In entrambi i casi, come nell’attuale sistema elettorale italiano, si produce una distorsione del voto degli elettori che ne riduce la rappresentatività. Molto ancora si dovrebbe dire sul sistema maggioritario e si potrebbe dire, certamente di negativo, sulla scelta di imporre un sistema maggioritario o bipartitico nel nostro Paese, non sussistendo, a mio parere, le condizioni storiche, sociali e economiche su cui poter fondare e giustificare tale opzione. Per ragioni di sintesi, però, è preferibile approfondire il discorso relativo al sistema elettorale tedesco, ribadendo quanto di buono detto al riguardo da Chiarante.

Innanzitutto la Repubblica Federale di Germania, per molteplici elementi sistemici, presenta in questo momento storico ampi tratti di similitudine col sistema politico italiano e con una sua prevedibile evoluzione. Inoltre, adotta un sistema elettorale più bilanciato rispetto a quelli esaminati finora con riguardo alle due variabili fondamentali della governabilità e della rappresentanza. L’equilibrio è dato dall’utilizzo di una formula mista proporzionale, con la presenza di una soglia di sbarramento al 5%, che peraltro non si applica ai rappresentanti delle tre minoranze nazionali riconosciute.

Senza addentrarci in eccessivi tecnicismi, il sistema prevede l’espressione del voto su una scheda divisa in due parti: su una si votano 299 deputati al Bundestag (su 598 seggi totali) tramite un sistema maggioritario secco in collegi uninominali; sull’altra si votano liste bloccate presentate dai partiti in ognuno dei sedici Länder. Questo secondo voto viene considerato proporzionalmente sulla totalità dei seggi in parlamento, cioè come se tutti questi venissero assegnati mediante tale criterio. Ai seggi così computati per ogni partito vengono sottratti quelli che lo stesso ha ottenuto mediante il voto maggioritario nei collegi uninominali, e conseguentemente assegnati ai candidati in ordine di presentazione nella lista del rispettivo Land. Ciò consente un riequilibrio complessivo della rappresentanza, in senso proporzionale, sulla base del consenso ottenuto dalle liste di partito. Un sistema che finora ha garantito stabilità e alternanza.

La considerazione dell’efficacia di questo sistema, insieme ad una riflessione sull’allocazione dei poteri tra centro e periferia e sulla revisione – più o meno conseguente – del bicameralismo perfetto, appaiono strade percorribili, anzi auspicabili, di riforma del nostro sistema politico.

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