Una sinistra critica, autonoma, unitaria per affermare una nuova idea di politica

ALDO TORTORELLA

Relazione all’assemblea nazionale dell’Ars, tenuta a Roma il 29 marzo 2004

 

Con il documento approvato nel recente incontro congressuale noi abbiamo precisato la funzione attuale della nostra associazione. Essa è finora stata, con qualche risultato, luogo di incontro tra appartenenti a diversi partiti della sinistra o a nessuno di essi con la finalità di tendere alla creazione di una nuova soggettività e cioè di una nuova cultura costitutiva per la sinistra politica del tempo attuale. Con quel documento congressuale abbiamo ora dichiarato di voler sollecitare la vera e propria costruzione di un soggetto politico, di una sinistra autonoma e unitaria dando a questo fine il nostro contributo. Abbiamo sentito come doveroso porre questo tema, non solo perché esso è la naturale conseguenza del lavoro fatto in questi anni ma perché una tale esigenza – l’esigenza di un nuovo soggetto politico – incomincia ad essere posta in vario modo da diverse forze della sinistra il che è indice, almeno, della effettiva attualità della questione.
Noi abbiamo festeggiato – in questi giorni – la vittoria della coalizione di socialisti e comunisti in Francia che viene dopo lo straordinario successo di socialisti spagnoli. I governi di destra incominciano a cedere. Ma si registrano anche i cedimenti della linea neocentrista cui si è acconciata la maggioranza dei laburisti guidata da Blair e le dure sconfitte delle posizioni assunte dalla maggioranza di Shroeder, dopo un successo dovuto ad una campagna elettorale di sinistra.
C’è indubbiamente un’aria nuova per le posizioni di una sinistra che non voglia farsi così arrendevole come è accaduto alla sinistra moderata italiana. Naturalmente, nella vittoria in Francia va tenuto in conto la resistenza della destra antifascista francese ad ogni accordo con l’estrema di Le Pen, contrariamente a quanto avviene in Italia, e la esistenza di una legge elettorale a doppio turno che ha consentito la concentrazione dei voti. Ma il doppio turno c’era in Francia anche nelle presidenziali e c’era anche la divisione a destra e sappiamo cosa è successo a Jospin nel primo a causa della delusione per il suo governo oltre che delle divisioni a sinistra. Vi è dunque una buona lezione, pur nella diversità anche per la sinistra italiana: una lezione di metodo unitario e di linea politica poiché la sinistra ha successo solo se non si snatura.
Ciò conforta qui da noi chi sente la necessità di colmare il vuoto politico che si è aperto a sinistra da quando si è accelerata la aggregazione almeno elettorale delle forze più moderate del centro-sinistra, pur in presenza di serie divergenze politiche, mentre permangono divisi i partiti, i gruppi, i movimenti di sinistra che rivendicano nelle simbologie e nelle politiche un carattere alternativo e che hanno molte posizioni in comune anche su temi di grande rilievo. Ci è parso naturale osservare che la spiegazione di questo paradosso non può essere ricondotto, come accade, solo all’insorgenza di un patriottismo di nicchia o, peggio, di gruppo dirigente dato che – ove esistano – queste cattive tendenze andrebbero esse stesse spiegate con qualcosa che le rende possibili. Non esiste spirito di gruppo se non esistono coloro che vi partecipano. La spiegazione sta, pare, soprattutto in ciò che precede la politica. Mentre la parte più moderata facilmente si ritrova dentro un assetto sociale che già c’è, che sembra funzionare e sembra richiedere al massimo qualche aggiustamento, assai più ardua è la situazione di chi vede nella realtà data guasti e contraddizioni non accettabili e vorrebbe dunque fronteggiare gli uni e le altre con un’opera di trasformazione sociale. Vi è in questo campo sia per la difficoltà dell’analisi di una società complessa sia per le drammatiche sconfitte subite la disarticolazione di una cultura che ha lasciato dietro di sé singoli convincimenti separati dall’insieme che li giustificava, elementi di analisi veritiera che però non disegnano un quadro compiuto, passioni e sentimenti generosi che, in assenza di meglio, possono chiudersi entro se stessi.
Nonostante tutto questo, però, la complessa galassia della sinistra che si definisce alternativa ha visto quello che la sinistra moderata che si definisce di governo non ha saputo vedere. Ha visto – cioè – i disastri che veniva preparando la politica economica e sociale liberistica sia per i suoi terribili costi umani, sia per la rovina dell’ambiente, sia per gli sbocchi di guerra sempre più devastanti. Non uno solo dei movimenti degli anni trascorsi per la pace, per i diritti del lavoro, per lo stato di diritto, per l’ambiente, per la liberazione delle donne ha avuto origine o sollecitazione dalla parte della sinistra moderata. E’ prevalsa piuttosto l’incomprensione e il timore quando non il fastidio o l’aperta ostilità sebbene sia da questi movimenti che ha tratto forza una certa ripresa dell’opposizione. Anzi, come si sa, la risposta prevalente nel maggior partito del centro-sinistra è stata quella di un ulteriore spostamento verso il centro. La constatazione di un vuoto a sinistra, che avevamo segnalato qualche anno fa in occasione della seconda assemblea congressuale della nostra associazione, si è venuta così diffondendo. Questo vuoto non deriva dal fatto che non vi siano forze rilevanti e significative nell’area della sinistra alternativa, poiché esse vi sono, ma dal fatto che la loro dispersione, l’assenza di una visione comune e di una comune proposta nell’incontro con lo schieramento dei moderati di centro-sinistra, obbligatorio per contrastare e battere il centro-destra, non determina un reale confronto alla pari e dunque una reale possibilità di unità.
E’ nata perciò l’idea, cui ha partecipato in modo costruttivo anche la nostra associazione, del forum per un programma alternativo di governo che comprende gruppi sindacali e associativi insieme a Rifondazione comunista, Comunisti italiani, Verdi. Naturalmente, è vero che una grande sinistra autonoma e unitaria non nasce, come è stato spesso osservato, da una semplice somma dei gruppi dirigenti. Ma è altrettanto ovviamente vero che è meglio che questi gruppi dirigenti si intendano piuttosto che ignorarsi o scontrarsi. Certamente, questo non può bastare se è vero, come ho ricordato, che c’è una cultura da costruire e una strategia politica da precisare. Ma non perciò sono senza significato le prime intese programmatiche tra le sinistre alternative dopo così aspre divisioni, o anche il fatto non puramente elettoralistico o verbale, che la parola “sinistra” compaia – seppure con diversa dizione – nei simboli dei due partiti comunisti presenti nelle istituzioni rappresentative.
Ma credo che debba anche essere segnalato il fatto che non c’è soltanto ripetizione di ciò che è stato già fatto e pensato nelle sinistre politiche oggi in campo. Continuo a ritenere che non può essere considerato poco rilevante il fatto che il fondatore del Pds oggi si contrapponga al suo partito con una lista propria. Non posso più essere sospetto di partigianeria, dato che sono solo un osservatore esterno, se sottolineo il fermento che mi pare esserci negli ormai diversi gruppi di minoranza dei Ds, diversità rilevanti – se non erro – negli atteggiamenti interni ma che comunque non hanno impedito un voto comune sulla questione irachena, un voto per cui ci siamo adoperati attuando ciò che avevamo deciso al congresso. Ed è un fatto che a me pare rilevante la nascita nei Ds di un raggruppamento che ha voluto assumere un orientamento ideale preciso definendosi con il nome assai impegnativo di “sinistra per il socialismo”. Alcuni degli esponenti di questo nuovo gruppo sono tra i fondatori di questa associazione mentre altri vi sono entrati all’ultima assemblea congressuale così come sono entrati compagni della Rivista del manifesto, compagni che partecipano a Rifondazione, ai Comunisti italiani, a nessun partito.
E credo che non debbano sfuggire i fatti nuovi anche nelle altre formazioni della sinistra politica, quali che siano i giudizi che si vogliono dare su ciascuna di esse. In esse si vengono confermando – al di là delle convenienze e delle ritualità – pur tra differenze assai profonde – sforzi significativi di riprese tematiche o di innovazione e sperimentazione originale. Non è irrilevante che i comunisti italiani abbiano voluto cogliere la sollecitazione venuta dalla parte più combattiva del movimento sindacale e della CGIL per la ripresa del tema della centralità del lavoro, tema costituzionale in Italia, prima ancora che classista.
Ma le novità forse maggiori sono venute dal partito di Rifondazione comunista sia con la scelta della unità delle opposizioni e della ricerca di punti di convergenza per la futura legislatura, sia con le posizioni sulla non violenza, sia con lo sforzo per cercare una dimensione europea. Sono tutti temi che hanno fatto discutere anche molto polemicamente dentro e fuori di quel partito., ma che – mi sembra – vanno nella direzione di una ricerca di un ruolo nuovo per la sinistra di oggi e di domani.
Non c’è dubbio che un contributo determinante, per una sinistra autonoma e unitaria, viene dal movimento internazionale sui temi della globalizzazione e dai nuovi stimoli che sorgono entro il movimento dei lavoratori. Non è stato facile e non è facile l’incontro tra movimenti dei lavoratori e movimento new global date le abissali differenze tra paesi ricchi e poveri e, dunque, nelle condizioni fatte al lavoro nel processo di globalizzazione capitalistica. La richiesta ai proletari di tutto il mondo di unirsi fallì sin dal tempo in cui i figli e i nipoti degli autori di quell’appello proclamarono – avendo alla testa l’oggi lodatissimo Bernstein – di essere prima tedeschi che socialisti, accettando così una subalternità che isolò, già allora, la ricerca di autonomia dei gruppi dirigenti borghesi di quei socialisti che ritenevano di dover essere i fondatori di una nuova forma di incivilimento e, cioè, di una nuova storia nelle relazioni tra le persone.
Il movimento no o new global ha, particolarmente dopo l’India, lo straordinario significato di avviare una nuova forma di internazionalismo e di cominciare a pensare ad una nuova possibile comunanza fondata sulla idea di uno sviluppo alternativo e compatibile rispetto al modello di crescita insostenibile prevalso nei paesi di capitalismo avanzato. Sappiamo benissimo che il tema scuote talmente equilibri, interessi e certezze consolidate che chiederà fatiche grandissime per l’oggi e per il domani e rivolgimenti di assetti economici e di modi di pensiero. Ma è certo esso il filo conduttore di una sinistra che voglia riflettere autonomamente sulla propria parte in una vicenda in cui la sinistra moderata non vuole più – poiché molta della vecchia critica era sbagliata – proporsi il tema medesimo di una critica di sistema. Nella nostra assemblea congressuale ci è stato ricordato da Mattioli, come altre volte da Carla Ravaioli, ciò che ci dice la migliore cultura ambientalista e cioè che vi può essere ipocrisia nel combattere contro la guerra in Iraq e nell’accettarne poi le ricadute nell’uso smodato del petrolio su cui si regge la società e la economia dei consumi. Ma è proprio perciò che è impossibile considerare sufficiente la cultura e la pratica di una sinistra moderata pur necessaria rispetto agli interessi che intende rappresentare. L’assoluto dovere di comporre una coalizione democratica per battere una destra sostanzialmente eversiva e pienamente succube alle dottrine neoconservatrici della guerra preventiva non può nascondere la esigenza di una sinistra autonoma capace di una cultura innovatrice. C’è un vecchiume nell’ideologia della destra in cui è rimasta impigliata tanta parte delle posizioni della sinistra moderata, il che spiega molte delle sue sconfitte.
Il tema non è privatismo contro statalismo, ma quale privato e quale stato. Il cosiddetto colbertismo di uno come Tremonti o, su scala mondiale, il deficit-spending militare di Bush mostrano bene lo statalismo della destra finalizzato al mantenimento delle gerarchie sociali date e del ruolo dominante dell’unica superpotenza rimasta. Il nostro Berlusconi è un buon modello per l’uso privato dello stato e la privatizzazione del pubblico.
Nella parte che è da ritenere la più avanzata nelle posizioni del centro-sinistra si osserva – però – che se si conviene che non è accettabile la dottrina della guerra preventiva e, dunque, il modello sociale americano, l’orizzonte deve essere quello fornito dal modello europeo, che si distingue per le forme redistributive dello stato sociale. Ma anche a voler mettere in parentesi, il che non sarebbe certamente accettabile, il fatto che la Costituzione europea in via di approvazione largamente neglige i diritti sociali, le realtà anche di gran parte dell’Europa, e dell’Italia in primo luogo, e quella di una contrazione costante dello Stato sociale e dei diritti del lavoro. Una sinistra degna del suo compito, senza ripiegare in un nazionalismo ottuso, deve anche sapere cosa c’è dentro questa sollecitazione ad una sorta di nazionalismo europeo non solo per quello che attiene ai diritti sociali e ai diritti del lavoro ma ancor prima per quel che riguarda la pace e la guerra, il modello di sviluppo, il rapporto con il mondo, la qualità e la quantità della democrazia.
E’ certo vero che si sono venuti ormai diffondendo e consolidando organizzazioni di tipo nazionalistico e di fondamentalismo religioso islamico che hanno deciso di usare l’arma del terrore. Non solo le scelte per la guerra le hanno fatte proliferare a dismisura ma hanno sottratto e sottraggono risorse immense per affrontare e avviare a soluzione quelle tragedie, a partire da quella palestinese, donde si alimenta una spirale perversa sempre più spaventosa. Non credo che vi sia nessuno, a sinistra, che si opponga all’uso degli strumenti di sicurezza per fronteggiare, com’è pienamente possibile, i pericoli che vi sono. Ciò che manca, invece, in parte della sinistra – come fatti recenti ci mostrano – è una battaglia risoluta per un mutamento radicale del ruolo dei paesi sviluppati. Senza un mutamento nella concezione dello sviluppo non si può affrontare il dramma del sud del mondo e la crisi della nostra forma di civiltà.
L’azione per la costruzione di una sinistra autonoma, unitaria, capace di nuovo pensiero ha bisogno del concorso di molti. Ma dunque anche quello di questa associazione che non può limitarsi – e non si è limitata – ad esortare altri o a indicare la utilità del voto per le sinistre rimaste in campo come abbiamo fatto e faremo per le europee. Noi siamo un luogo di incontro tra persone – non delegazioni – di appartenenze diverse, compresi quelli che non hanno più o non hanno avuto collocazioni di partito, ma ci siamo sforzati e ci sforziamo di indicare una linea politica su cui costruire. Vorrei che qui discutessimo sulla opportunità per le associazioni che sono nelle varie regioni di incominciare a raccogliere non solo adesioni alla associazione, ma firme di chi voglia dichiararsi a favore di un grande incontro tra le sinistre, dopo le europee e in vista delle elezioni regionali e politiche. Sarebbe un fatto positivo, credo, almeno una manifestazione di intenzioni che chiedano una sinistra autonoma e unitaria.
E’ veramente il tempo di riprendere la idea che Luigi Pintor avanzò nel suo ultimo articolo, completando la proposta che aveva avanzato qualche mese prima sulla Rivista del manifesto. Una costituente per le sinistre alternative, aveva proposto. Ma aggiunse, alla fine, che nulla avrebbe potuto nascere senza una nuova idea della politica come quella che si veniva esprimendo nel movimento giovanile per un nuovo mondo possibile con il rifiuto del politicantismo, delle sue indegnità e delle sue miserie. Una nuova sinistra indipendente e unitaria è pensabile non come somma di debolezze, ma come sforzo comune per cercare una politica nuova ed un nuovo modo di praticarla diverso dall’attuale. Per questo scopo continueremo a lavorare.