Una nuova politica come “pratica di vita” a proposito di un editoriale di Pintor

ALBERTO LEISS

Riflessione e discussione (sul sito DeA) su “che fare” e “cosa pensare” di fronte alla forza “imperiale” Usa e dopo l’Iraq.

L’editoriale di Luigi Pintor sul “manifesto” del 24 aprile 2003 può essere il segno di una svolta nella cultura politica della sinistra italiana, o almeno in una sua parte?
Ciò che mi ha colpito non è solo il durissimo, inappellabile giudizio sul fallimento delle maggiori forze “di partito” della sinistra – i Ds e la Margherita – quanto l’indicazione di una possibile alternativa, anzi un “rivolgimento”, come scrive Pintor, che sembra abbandonare definitivamente l’orizzonte delle forme politiche tradizionali, più volte evocate in passato dallo stesso Pintor con l’idea di una “costituente” delle sinistre alternative.
Oggi l’editorialista del “manifesto” parla di una necessaria “estraneità” verso tutto il mondo delle politiche istituzionali, anche al di là della stessa divisione tra “destra” e “sinistra”. La pace e una nuova idea della convivenza civile non tanto come “bandiera”, ma come “una pratica di vita”. Una “internazionale” – parola anche questa troppo carica di passato – di “individui” che non sono “atomi”. Uomini e donne di ogni paese, razza, religione ,cultura, che si incontrano in un’”area senza confini”, il cui compito non è “vincere domani”, ma “operare ogni giorno e invadere il campo”, “reinventare la vita in un’era che ce ne sta privando in forme mai viste”.
Parole che mi sembrano evocare con in linguaggio molto semplice e diretto la discussione che anche qui (sul sito Dea – www.donnealtri.it ) si è accesa sul “che fare” e “cosa pensare” dopo la guerra in Iraq e la dimostrazione di “invincibile” forza messa in campo dal governo americano. La discussione riguarda appunto i modi e le idee di una “invasione di campo” capace di cercare, ottenere, vivere, libertà e giustizia, per gli individui, donne e uomini, e per un loro universale essere in comune, senza produrre nuovi mostri “politici”. Anche nelle parole di Pintor si cerca “oltre” le ipotesi di contrasto geopolitico alla “potenza” imperiale Usa (accanto alla quale, ha ragione Caminiti, non bisogna dimenticare la violenta “potenza” del fondamentalismo terrorista). Una “pratica di vita” non esclude certo azioni individuali e collettive che possono avere un significato “politico” in senso tradizionale – il boicottaggio di un prodotto, una mobilitazione per ottenere determinate scelte istituzionali, o anche il sostegno elettorale a una o a un’altra forza politica – ma allude a qualcosa di più profondo nella realtà delle relazioni tra le persone. Nei contesti in cui si vive e, potenzialmente, in tutto il mondo “globalizzato” e sempre più interconnesso.
E’ un’idea che si sta facendo strada nella riflessione politica e teorica maschile (l’Ars e il suo presidente Aldo Tortorella hanno parlato di un “socialismo dei comportamenti”), dopo che è stata elaborata e praticata soprattutto dal femminismo della differenza (in Pintor forse c’è una evocazione, non so se consapevole, con quella sottolineatura in corsivo del termine “estraneità”, parola sulla cui elaborazione molto si è esercitato il pensiero politico di alcune donne). Per esempio l’ultimo Jean-Luc Nancy (“La creazione del mondo, o la globalizzazione” Einaudi), partendo da una citazione del “giovane” Marx (il comunismo come la capacità per tutti gli uomini di godere della produzione universale, materiale e spirituale, di tutto il globo, posto che “la ricchezza spirituale reale dell’inidividuo dipende interamente dalla ricchezza delle sue relazioni reali”), giunge a scrivere dell’esigenza di “una lotta che, pur lottando – e lottando di conseguenza per il potere – non aspiri tuttavia all’esercizio del potere – e all’esercizio della proprietà – ma aspiri solo a se stessa…all’effervescenza del suo pensiero in atto…”. Bisognerebbe discutere sui residui metafisici dell’idea di Nancy, che oggi vede aperta la possibilità di una nuova “creazione del mondo” dal “nulla”. Così come c’è qualcosa di astrattamente metafisico nell’idea di un “contro-impero” delle “moltitudini” abbracciata dai sueguaci delle nuove teorie di Negri e Hardt. Ma la sinistra che critica le tesi di “Impero” invocando la realtà degli stati-nazione, e quindi di tutte le forme politiche legate e generate dallo stato-nazione, mi sembra prigioniera di un “realismo” in fondo legato a un passato che non merita nostalgia. (vedi gli articoli sul “manifesto” di Luigi Cavallaro e Marco Bascetta).
Piuttosto bisognerebbe cercare il nuovo piano simbolico su cui il mondo di relazioni vitali a cui pensa Pintor – e credo molti e molte con lui – può essere scoperto e nominato – quindi “creato”, certo non dal “nulla”. Chiudo provvisoriamente con una immagine – che mi è stata recentemente ricordata non per caso da una filosofa: quella di un gruppo di contadini e bambini iracheni che, nei primi giorni della guerra, si sono fatti incontro ai soldati americani non per chiedere o protestare, ma per offrire cibo e acqua in segno di ospitalità. La violenza maggiore del modo di procedere “imperiale” scelto attualmente dal cuore dell’Occidente, non è tanto la tremenda forza materiale e bellica, ma quella simbolica. Si impone agli altri il proprio modello di vita, e non gli si permette nemmeno di ricambiare con un dono. Riconoscere i doni che offriamo, che riceviamo, e quelli che desideriamo: non potrebbe essere un inizio?