Una costituente di idee e di pratiche

ALDO TORTORELLA

Il Manifesto  31/10/ 2004

Concordavo con l’articolo di Asor Rosa pubblicato all’inizio dell’estate, concordo ora con la sua proposta d’incontro «tra quelle forze della sinistra che, sebbene disperse, continuano a resistere alla manovra riformistico-moderata». Un autorevole esponente del Manifesto mi ha sgridato perché non intervenni allora. Non lo feci per non tediare: avevo scritto qualcosa di analogo sulla Rivista del Manifesto di quel medesimo mese di luglio, e l’Associazione per il Rinnovamento della Sinistra, cui partecipo, aveva, dopo le elezioni europee – ma in verità ben prima di esse – espresso una propria posizione indirizzata a quel medesimo fine unitario. Anzi, per merito di alcuni sindacalisti tra cui primo era Claudio Sabatini, scomparso proprio mentre si preparava quell’iniziativa, avevamo lavorato per molti mesi in quel «Forum per un’alternativa programmatica di governo» che vide insieme Verdi, Rifondazione Comunista, Comunisti Italiani, sinistra d.s., oltre che la Fiom, la sinistra della Cgil, esponenti più o meno ufficiali di alcuni sindacati e di numerose associazioni dei movimenti.Dopo molte assemblee si arrivò alla stesura di documenti su lavoro, politiche istituzionali, ambiente, politica internazionale. Sono testi assai poco noti ma che rimangono come testimonianza di quel che Asor Rosa ha ricordato: la concordanza politica su molti punti tra quelle forze che si collocano alla sinistra della federazione riformista , una concordanza che rende più difficile spiegare le divisioni. Dopo le elezioni europee – che avevano rafforzato la sinistra e impoverito la lista composta da Ds, Margherita e Sdi – quella esperienza anziché continuare sia pure modificandosi, magari radicalmente, si interruppe. Apparentemente, un paradosso. In sostanza fu la prova che l’incontro tra gruppi dirigenti, pur necessario, non solo non basta ma non tiene e non può tenere se l’accordo programmatico suggerito, o imposto dai fatti non si radica sugli elementi essenziali di una comune cultura politica, di una comune visione della realtà, che ancora manca. La litigiosità o anche i personalismi sono l’effetto di questa mancanza, che nasce dalle sconfitte passate e dallo sfondamento culturale da destra.

E’ ben chiaro, naturalmente, che ci troviamo comunque in una situazione più avanzata di qualche tempo fa. E’ un fatto grandemente positivo la costituzione di quella alleanza democratica che viene sorgendo dichiarando di volersi fondare su una intesa politica e su un programma comune e non, come fu nel `96, su un accordo elettorale di desistenza. Ed è ormai una frase fatta l’affermare che non basta proporsi di battere questo governo indecente, poiché si tratterà poi, se si vince, di guidare il Paese in una situazione certamente difficilissima come quella creata in ogni campo dal berlusconismo, dalle guerre, da una generale incertezza economica, dai pesanti vincoli esterni. Ma, proprio perciò, sarebbe essenziale il costituirsi di quell’incontro a sinistra ora proposto da Asor Rosa e poi accolto e ulteriormente precisato dal direttore di questo giornale. Il bisogno di un tale incontro a me pare, non risiede soltanto in un desiderio abbastanza diffuso di superare, per quanto gradualmente, una frammentazione che è in se stessa motivo di debolezza della sinistra nella coalizione e della coalizione medesima. C’è – assai di più e di più decisivo – il fatto che quello che viene oggi chiamato «riformismo debole» (ma che ha scarsa parentela anche con il riformismo «debole» di cui si discusse in passato) non ce la può fare dinnanzi ai problemi che vengono posti dalle trasformazioni profondissime di cui siamo testimoni e partecipi.

Quella che chiama se stessa «sinistra di governo» in realtà soffre di una profonda arretratezza, come dimostrò la sua sbandata neoliberista, ancora oggi non superata. Non so se Blair riuscirà a sostituire una parte dell’elettorato laburista con un po’ di elettorato conservatore per vincere le prossime elezioni, ma mi pare evidente che la sua visione (quella di Gyddens) è in ogni modo pienamente fallita e non solo per la terribile colpa della guerra in Iraq. La comprensione del valore fondante dell’immaginario e del simbolico (basta pensare ai poveri degli Stati Uniti che votano Bush), la consapevolezza delle trasformazioni nella produzione e nel lavoro, l’insegnamento femminile sulla differenza – e tanto altro ancora – chiedevano e chiedono un ripensamento radicale del contrasto tra gli interessi e le classi, non la sua negazione. Per la sinistra italiana (compresa quella che veniva dal Pci) il problema non era la scoperta della democrazia, cui si era stati sempre fedeli nella teoria e nella pratica, o nella scoperta del mercato, mai avversato in economia. Il problema della sinistra era ed è come rendere vivente la democrazia in una società di così grandi disparità economiche e di come affrontare i temi che il mercato non vede o i guasti che in esso medesimo determina la pretesa della sua assolutezza.

Il problema era e rimane quello della comprensione della insufficienza del compromesso socialdemocratico fondato sulla idea della redistribuzione della ricchezza creata da uno sviluppo che le forze economiche dominanti avrebbero continuato a promuovere. Quando questo sviluppo, pur nella piena vittoria del modello capitalistico sul piano mondiale , ha incominciato a manifestare le sue ineliminabili contraddizioni (il limite delle risorse, l’impossibilità di rendersi universale), è venuto diventando più chiaro che senza un nuovo compromesso che intervenisse anche sul modo di formazione della ricchezza, la stessa politica della redistribuzione avrebbe subito colpi mortali come sta avvenendo puntualmente sul piano delle retribuzioni, dei diritti e dello stato sociale. E si sarebbero create – come è oggi visibile – nuove tendenze antidemocratiche e nuove spinte alla guerra. La mancanza del fondamento sul lavoro e dunque della sua rappresentanza ostacola il bisogno di ripensare criticamente un modello di organizzazione della società che se è lasciato al potere assoluto del capitale tende ad una paurosa involuzione. E da quel fondamento che può nascere non solo una nuova idea di giustizia sociale, ma una nuova ansia di libertà per tutti in luogo dell’asfissia delle libertà per i pochi. La riorganizzazione del moderatismo progressista è utile. Ma senza una sinistra critica e propositiva esso stesso è condannato alla sconfitta, come abbiamo già visto, dopo i cinque anni di governo del centro-sinistra.
Certo, il fatto che si sia registrato uno scacco ogni qualvolta si sia cercato di raccogliere le energie disperse può indurre alla sfiducia. «La pazienza e le forze sono al limite» dice Asor Rosa. E’ un sentimento comune a molti (tra cui sono anch’io). Conforta, però, il vedere che tutto questo provare e riprovare non è invano. E, infatti, nell’idea che una grande coalizione democratica abbia necessità di una sinistra autonoma, unitaria, capace di pensiero alternativo e di attitudine al governo, ci si ritrova oggi anche tra compagni che si sono aspramente divisi nel passato. Buon segno. Credo di conoscere bene le difficoltà, anche solo per un laboratorio di idee. Le abitudini mentali e le collocazioni concrete più o meno consolidate fanno ostacolo non già alla immaginazione dei modi di un possibile incontro, quanto ai contenuti di quel «modo nuovo» di far politica senza cui, si afferma giustamente, non ha senso incominciare una esperienza con qualche ambizione. Una ricerca di fondamenti condivisi implica anche una discussione sulle pratiche politiche, a partire dai molti vizi comuni. Il burocratismo, le piccole e grandi contese di potere, il fastidio per la democraticità e per il lavoro collettivo non sono patrimonio negativo di una parte sola. C’è da riscrivere molte convinzioni, ma c’è anche da ripensare le pratiche e i comportamenti. Le piccole cose sono quelle più dure da affrontare. Dirsi di sinistra, come si sa, non basta più in alcun modo senza dimostrare di esserlo.