Politica e pratiche politiche

ALDO TORTORELLA

Introduzione al seminario ” Una nuova pratica politica a sinistra per superare la crisi della democrazia” dell’Ars il 12 settembre 2005

Questo incontro, sul rapporto tra “politica e pratiche politiche” è stato organizzato gran tempo prima che si riaprisse, questa estate, la discussione sugli intrecci tra politica e affari e si ritornasse ad evocare, più o meno propriamente, la “questione morale” come tema rilevante della vita pubblica.
Il nostro proposito non è ora di commentare quei fatti, ma semmai di riandare alle loro cause.
Intendevamo e intendiamo esaminare il rapporto tra le culture cui ci si richiama, i programmi dichiarati, le pratiche politiche concretamente messe in opera. Intendiamo riferirci in particolare al centro-sinistra e alle sinistre, i cui problemi sono l’oggetto proprio della nostra associazione. Che il centro-destra abbia fallito e abbia per di più svergognato il nome dell’Italia non significa ancora che il centro-sinistra e le sinistra abbiano già pienamente convinto.
Siamo certamente di fronte ad una situazione assai grave. Il caso della Banca d’Italia è solo l’ultimo episodio di un degrado del sistema economico e di quello istituzionale. Ma proprio perciò un programma per affrontare il declino, come è ovvio, non può essere concepito come un insieme di facili promesse. Non sarebbe vero e non sarebbe creduto. Si può e si deve garantire una politica di pace, un rinsaldamento della democrazia, una minore ingiustizia sociale, una nuova concezione dello sviluppo per cui battersi in Europa. Ma nessun programma sarà credibile se non si accompagnerà ad un impegno di risanamento della politica e del modo di fare politica. La politica è discreditata e le istituzioni democratiche stanno al fondo della stima popolare, mentre un programma di ripresa del Paese, dovendo chiedere un grande sforzo comune, avrebbe necessità di essere sorretto dalla più grande fiducia nelle istituzioni chiamate a promuoverlo e a dirigerlo.
E’ certo giusto affermare, come è stato fatto da Prodi, che la vera e capitale questione morale sta in tutto ciò che ha fatto ed ha rappresentato il potere dell’attuale presidente del consiglio e del suo gruppo: dall’irrisolto conflitto di interessi, alle leggi per singole persone, all’attacco alla magistratura, allo stravolgimento di principi essenziali dello stato di diritto, sino al disastro finanziario pubblico cui corrisponde il più grande arricchimento privato. Ma proprio l’esigenza di superare una situazione aberrante non attenua ma accresce la necessità del centro-sinistra e in special modo della sinistra di presentarsi come forza di risanamento della vita pubblica, individuando i propri stessi errori, e mostrando la capacità di correggerli.
Viene di qui l’essenzialità di una riflessione sulla pratica politica e, secondo un diverso linguaggio e significato, sui comportamenti pubblici. Sono essi, pratica politica e comportamento pubblico che testimoniano, in ultima istanza, sulla affidabilità delle forze che partecipano alla gara per il governo. Nell’una e negli altri si verifica, in definitiva, l’effetto delle politiche istituzionali, il valore del bagaglio culturale, la validità degli assetti interni dei gruppi politici che chiedono il consenso al fine di gestire la cosa pubblica.
Quando esplose (eravamo nell’altro secolo) la questione della corruzione del sistema politico si disse anche a sinistra – e si ripete oggi – che all’origine del degrado della vita pubblica stava la mancanza di un ricambio al governo, sicché alcuni partiti della maggioranza erano venuti degenerando per l’ininterrotto monopolio del potere dovuto alla permanenza del PCI, considerato fuori dal sistema. Ora quel partito non c’è più, e non c’è più nessuno dei partiti di allora. Le regole elettorali sono cambiate. L’alternanza c’è già stata e ce n’è la possibilità, ma la situazione istituzionale e politica è egualmente o forse più grave. L’Italia sta agli ultimi posti delle statistiche che misurano la correttezza della vita pubblica. Tutti sanno che gli enormi capitali mafiosi entrano nel circuito non solo dell’economia legale ma della politica. Comanda ancora in Italia il più ricco, monopolista dell’informazione, sfuggito per prescrizione a diverse condanne penali, ma non a tutte. Sono ascesi al potere gruppi apertamente ostili alla Costituzione, avversi al fondamento antifascista, talora apertamente razzisti. L’interesse privato domina su quello pubblico.
Alla radice del declino del Paese e di una nuova questione morale c’è una politica debole e malata. La politica è sempre più remissiva di fronte al potere economico e a quello mediatico, che se ieri corrompeva i partiti oggi, a destra, li crea e li determina e anche a sinistra li condiziona in larga misura. Certo, il caso italiano è interno a quella crisi più generale della democrazia – esaminata da molti – che deriva in primo luogo dal carattere unicamente nazionale delle istituzioni democratiche in un mondo globalizzato in cui molte delle scelte decisive per la vita di tutti vengono assunte da poteri – le multinazionali, i centri finanziari internazionali – privi di qualsiasi controllo democratico. Ma la debolezza della politica in Italia viene anche da malattie nostre, dovute al disfacimento del vecchio assetto senza che fosse pronto uno nuovo. Tutto l’ordine istituzionale è frutto di improvvisazione e rabberciature inverosimili e contraddittorie. I centri di decisione si sono moltiplicati e sovrapposti senza ragionevolezza. Il costo della politica si è dilatato a dismisura.
Non c’è da fare demagogia: le istituzioni democratiche elettive come tutte le istituzioni pubbliche sono una spesa doverosa, indispensabile, non lieve. Ma c’è un accrescimento, moltiplicazione e ripetizione di ruoli e di funzioni, che è venuta sostituendo gli apparati dei partiti (che, praticamente, sono quasi scomparsi) con una rete di incarichi pubblici elettivi e non elettivi tutti retribuiti fino a quelli più minuti. Il ruolo elettivo, sempre più spesso, diviene simile ad una collocazione di lavoro.
Le organizzazioni di base dei partiti si sono venute diradando: in alcuni partiti non esistono per nulla, in altri vivono di più o di meno a seconda delle zone del Paese. E’ un effetto, anche, del decrescere della democraticità interna fino al caso limite del Partito di un solo padrone dove la democrazia è pari a zero. In tutti gli altri la conseguenza della legislazione elettorale uninominale a turno unico avendo reso indispensabile per vincere anche il più piccolo aggregato di elettori (moltiplicando gruppi e partiti), ha concentrato le nomine – per la necessità della spartizione – in pochissime mani. Molte organizzazioni, quando esistono, sono più simili a comitati elettorali che a centri di iniziativa politica e di aggregazione. Il regime notabilare si è venuto ovunque affermando. E i partiti appaiono assai più di prima dominati più che diretti, da persone o da gruppi assai ristretti. La tendenza all’assorbimento nell’apparato pubblico dell’attività politica non si conchiude alle soglie dei partiti: c’è anche un coinvolgimento di molte associazioni che pure svolgono un meritorio e nobile lavoro ma che avendo rivendicato, com’era giusto e legittimo, un sostegno pubblico (che è talora discrezionale), incominciano a sentire le conseguenze di una legislazione farraginosa, dei vincoli burocratici, dei ricatti del potere. Fenomeni addirittura degenerativi sono comparsi e sono stati denunciati in quello che viene definito il terzo settore dell’attività economica, che pure ha costituito una novità rilevante e positiva.
Di contro, però, vi è un’attività associativa di base forte e sana, talora del tutto nuova, in altri casi interna a grandi organizzazioni tradizionali. Si calcolano più di duecentomila associazioni e dunque svariate centinaia di migliaia di quadri e di persone coinvolte non più solo nel denunciare e nel rivendicare ma nel “fare”. Molte di queste realtà associative sono di ispirazione cristiana e cattolica e in esse e tra di esse è viva una contesa di orientamento per ciò che riguarda le cose del mondo e dunque la politica. Assai poche però sono quelle che simpatizzano con i partiti e ciò particolarmente a sinistra, anche quando la loro scelta è per idee che in questa direzione dovrebbero sospingere. E’ un risultato anche del fatto che troppo spesso a sinistra sono stati lasciati soli i cattolici orientati in modo critico verso gli orientamenti politicamente retrivi di un parte grande della gerarchia ecclesiale.
Tra i sindacati, nell’associazionismo laico, nel movimento cooperativo di base che hanno come matrice il movimento operaio socialista e comunista non solo prevale, com’è giusto, una volontà di piena autonomia, ma un relativo distacco e un minor coinvolgimento rispetto a scelte assunte a sinistra solitariamente e, spesso, verticisticamente dai partiti anche nelle materie più vicine a queste associazioni, in modo che, come si sa, si ebbero anche i più forti contrasti su questioni essenziali.
E’ maturata in parti rilevantissime del sindacato la convinzione che il lavoro sia rimasto senza rappresentanza non perché i lavoratori non votano questo o quel partito, ma perché il lavoro non è più considerato l’essenziale riferimento, a parte qualche ossequio verbale, in nessun programma partitico.
Anche la rappresentanza femminile nelle istituzioni, già scarsa, è stata drasticamente ridotta e i collegamenti a sinistra del nuovo movimento delle donne, molto articolato e composito, si sono fatti ancora più fragili. A sé stante è l’esperienza del movimento detto della differenza femminile, che è venuto costruendo una propria rete e una propria pratica che mette al primo posto della politica le relazioni e la costruzione di un altro ordine di rapporti per un cambio di civiltà, che dubita della funzione della rappresentanza ma che è venuta riproponendo, sia pure come “politica seconda”, anche l’intervento sul presente della politica.
In un cerchio abbastanza largo si è poi venuta sviluppando una miriade di associazioni di base orientate in vario modo a sinistra e spesso in gara tra di loro, talora radunate in reti formali, talaltra accomunate nelle occasioni che vengono dette “di movimento” ma quasi tutte distanti se non ostili ai partiti che in apparenza potrebbero rappresentare un qualche sia pur vago riferimento.
Nell’insieme di questo vario associazionismo la regola è il volontariato, che comporta talora anche sacrifici personali non lievi, all’opposto di quel che accade nella politica istituzionale. Esso è stato lo sprone a quei movimenti di massa che hanno rappresentato la grande novità politica degli anni trascorsi e sono serviti in modo decisivo al risveglio di un centro-sinistra fiaccato dalla sconfitta. I movimenti sono sorti su grandi e decisivi temi (la pace, lo stato di diritto, i diritti del lavoro, la globalizzazione dell’economia) su cui sono chiamate a confluire e confluiscono molte diverse ispirazioni. Per loro natura, i movimenti non hanno organizzazione formale, e non definiscono – né vogliono farlo – sintesi che siano comprensive di tutti i temi, come quelle per un programma di legislatura, anche se ognuno dei problemi sollevati rinvia ad una visione complessiva della realtà.
Accade così che associazionismo e movimenti giustamente orgogliosi della propria autonomia, della propria informalità, della validità della causa da ciascuno perseguita, forti della generosa volontarietà della loro pratica politica vengono considerando i partiti, compresi i più vicini, come cosa estranea se non avversa e comunque inguaribilmente infermi (per burocratismo, carrierismo, possibile corruttela). Allo stesso tempo, però, finiscono per delegare a questi partiti poco amati o disprezzati la rappresentanza da cui dipenderà anche la pace e la guerra, lo stato di diritto, i diritti del lavoro, la risposta alla globalizzazione, eccetera.
Io mi chiedo se a tutti, partiti della sinistra, associazioni, movimenti non converrebbe domandarsi se le risposte date nel momento della crisi della Repubblica non vadano ripensate alla luce di quello che è successo dopo e del fallimento di oggi, senza spirito di rivalsa da parte di nessuno poiché nessuno è incolpevole. A partire dal punto di partenza: che per il pensiero di sinistra fu non nel ripudio di questo o quel nome, ma nel rifiuto della propria differenza.
Come per il risanamento della vita pubblica parve essenziale affermare la possibilità di alternanza di governo attraverso il superamento dell’anomalia comunista, così nelle idee della sinistra prevalse (e prevale) il convincimento che il punto di approdo del travaglio e delle tragedie di un secolo consistesse nell’abbandono di ogni diversità sostanziale nella valutazione del sistema economico-sociale dato. Una valutazione critica fu e viene vista dalla maggioranza della sinistra come un ostacolo alla capacità di governo. La distinzione rispetto alle destre dovrebbe risiedere, dunque, in una maggiore competenza e capacità rispetto ad indirizzi di fondo non troppo dissimili. Prevalse non solo in Italia un bisogno di appartenenza senza riserve al modello vincente. Di qui la svolta di Blair e di Schroeder, il “centro-sinistra” mondiale, il corso economico essenzialmente liberistico del quinquennio di governo di centro-sinistra italiano e la pratica politica sostanzialmente subalterna che da tutto ciò discende.
La caduta di ogni valutazione critica ha comportato quel desiderio di omologazione che oggi – paradossalmente – viene rimproverato al maggiore partito della sinistra italiana proprio da quei gruppi e ceti liberal-democratici progressisti che pure avevano sospinto in questa direzione. Ma non ci si può stupire – essendo venuta a mancare ogni riserva critica sui criteri correnti per il funzionamento della democrazia e del mercato – se si può arrivare a forme di comprensione anche per le imprese finanziarie meno trasparenti e per le persone più dubbie come quelle che sono state protagoniste delle recenti scalate bancarie e, contemporaneamente, della scalata al maggiore quotidiano italiano fondando su risorse di incerta origine e con finalità preoccupanti. La stessa concezione della finanza cooperativa come soggetto economico in tutto e per tutto eguale agli altri (salvo il trattamento fiscale) ha origine in questo annebbiamento della capacità critica nei confronti del sistema dato.
Capacità critica non vuol dire ripetere vecchie analisi parziali o errate ma, al contrario, dare vita ad una critica aggiornata del conflitto sociale, che permane mettendo in luce le modificazioni intervenute nel sistema (per esempio, l’espandersi della proprietà azionaria attraverso i fondi pensione, d’investimento, di risparmio, ecc.) e le contraddizioni nuove (si pensi alla generalizzazione del conflitto d’interesse sicché i controllori, compresi pezzi della rappresentanza elettiva, dipendono dai controllati). Neppure di fronte alla drammaticità dei crolli di paesi intieri e di grandissime imprese negli Stati Uniti, in Italia e altrove si è avuta l’avvertenza di riprendere il filo di una analisi critica – peraltro svolta da molti autori di valore – non già per manifestare una deplorazione ma per mettere in luce, sulla scorta di tante ricerche esistenti, i meccanismi interni al funzionamento attuale del mercato dei capitali, dell’uso dell’accumulazione collettiva, del funzionamento reale delle imprese nell’epoca della conduzione manageriale, e per cercare rimedi.
Tuttavia, non è neppure vero che il rifiuto della omologazione e la critica della società data generino di per sé pratiche politiche sostanzialmente diverse dalle abituali. Come si sa, comune è tra sinistre riformiste e alternative – sia pure con varietà di misura – la tendenza al partito personale, allo scontro interno per poteri anche minimi, a forme di separazione tra dirigenti e diretti.
A premere per questa similitudine di comportamenti per chiunque entri nella politica istituzionale è, ovviamente, la trasformazione della comunicazione che ha reso la politica una forma dello spettacolo, ha favorito la personalizzazione, tende ad esaurire in sé lo spazio della discussione pubblica. La legislazione elettorale e quella per il finanziamento della attività politica l’introduzione dello spoil sistem – tutte misure figlie anche del centro-sinistra – fanno il resto: e cioè hanno stimolato con il collegio uninominale la personalizzazione, con il federalismo la frantumazione di partiti già evanescenti, con l’estensione delle “indennità” e della facoltà di spesa il professionismo politico, con lo spoil sistem la dipendenza della pubblica amministrazione dai partiti.
Sorge di qui la tendenza al rifiuto del terreno istituzionale teorizzato da gruppi di minoranza e l’estendersi dell’astensionismo spontaneo di massa. Ma il rifiuto non genera una pratica diffusa. La politica istituzionale determina largamente la vita della società e delle persone e genera quindi richieste di ceti, di gruppi, di singoli. Alla politica istituzionale si chiede tutela degli interessi, sicurezza rispetto alle proprie paure, affermazione di modelli di vita e di valori. Quello che viene definito lo scambio politico sul mercato politico può andare dalla richiesta più eticamente consapevole sino al baratto monetario (il voto garantisce un potere all’eletto e chiede un beneficio corrispondente). Le forme del rifiuto totale non si saldano neppure con l’astensione, che è piuttosto rinuncia e passività.
Se, nel passato, i comunisti italiani generarono una pratica ricordata con rispetto anche dagli avversari ciò non fu mai perché la critica al sistema dato si fosse trasformata in un rifiuto. Influì semmai la esclusione (almeno dal potere centrale), dovuta alla guerra fredda, nel determinare una sorta di comunità separata. Ma se questa comunità, a sua volta, insieme con norme interne insostenibili (p.es.: il divieto delle frazioni che genera frazioni occulte) generò comportamenti pubblici diversi da quelli di altre forze politiche e suscitò una tradizione popolare fu perché essa vivendo l’esclusione come una ingiustizia si propose di superarla e comunicò con il resto della società attraverso il realismo delle proposte di soluzione per i problemi del Paese ma anche con l’esempio della propria condotta. Quando quella esclusione incominciò ad attenuarsi (ma cadde solo con la fine del PCI) si allentò, ben prima del 1989, anche quella forma di comunità.
Riproporre l’antica diversità sarebbe – è – un non senso. Perché il mondo è cambiato, ma anche perché una differenza o anche solo una distinzione che non regge dinnanzi ai mutamenti della realtà rivela di avere una fragile base culturale. Si svelò, di fronte alle trasformazioni indotte dalla scienza nei modi di produzione e di fronte al radicale mutamento della realtà mondiale, la manchevolezza di una analisi economica e la insufficienza di quella che è stata definita una antropologia debole, e cioè una debole visione della complessità umana e sociale, della unicità degli individui e della ricchezza del loro essere.
Ma la sinistra non ha ragione di esistere se non sa quale è la sua differenza, la sua fondazione etica, il progetto di vita associata cui si ispira, e dunque la pratica politica sulla quale vuole fondarsi. Quando è crollato il proposito in sé contraddittorio di un socialismo costruito per imposizione, quelle forze di sinistra (tra cui erano in Italia anche i comunisti) che avevano tenuto fede alla democrazia, avrebbero potuto spingere verso una più ampia partecipazione, e cioè verso la costruzione dal basso di una politica condivisa per l’alternativa o anche solo per l’alternanza. Si è scelta, all’opposto, la via del verticismo nel sistema istituzionale e nelle pratiche di partito. E la sinistra maggioritaria ha scelto una idea di modernizzazione che ha posto l’accento non sulla libertà di tutti, per la quale è necessaria una minore diseguaglianza di poteri reali, ma sul privatismo, che spinge alla vittoria e al dominio del più forte. E’ una linea più consona alla destra: il cui problema è stato e rimane quello della piena legittimazione anche delle più aspre diseguaglianze come leva per il loro modello di progresso e che, possedendo il potere economico e mediatico, più che cittadini vuole sudditi.
Dal lato della sinistra politica che si dichiara alternativa, però, alla affermazione della idea della pratica politica come partecipazione non corrisponde una analisi delle difficoltà reali implicite nella concezione di una tale idea ove essa non si riferisca ad un solo scopo. Quando si entra nelle molteplici politiche che definiscono una visione progettuale e programmatica coerente, quale dovrebbe essere quella di una forza politica che entri nella gara per il governo della cosa pubblica, la richiesta di partecipazione può generare e genera proposte certamente non univoche e spesso contraddittorie. La insostenibilità di una linea che pensi alla politica come espressione immediata della società civile sta nel fatto che nella società, come è ovvio, si esprimono interessi, valori, idealità contrastanti e spesso conflittuali. Bisogna perciò ricordare che la idea di un protagonismo politico diffuso non solo per un movimento di scopo, ma anche per la costruzione di un progetto e di un programma di gestione complessiva della cosa pubblica presuppone un punto di vista, un orientamento, una cultura.
Ad esempio, senza la elaborazione delle idee nuove sulla differenza di genere, senza analisi sulle conseguenze disastrose di una crescita incontrollata, senza l’argomentata denuncia della globalizzazione liberistica, non ci sarebbe stato il novo femminismo, l’ambientalismo, il movimento per un altro mondo possibile. Così come nel passato senza le idee classiste il movimento operaio non avrebbe potuto costruire il proprio protagonismo storico.
E’ dunque indispensabile riandare alle idee di sinistra. Un’immagine della società fondata unicamente sul contrasto di classe non poteva certo bastare, come già Gramsci aveva spiegato. Ma abbandonare del tutto quella analisi anziché ripensarla insieme con le contraddizioni nuove – come quella tra sviluppo e ambiente – o quelle che intanto sorgevano alla coscienza – come il conflitto di genere – ha significato per la sinistra politica una più debole cultura della realtà e, peggio, la rinuncia a quel tanto di protagonismo dal basso che il richiamo di classe aveva a lungo alimentato, oltreché la perdita di tanta parte del voto operaio. Il contrasto e la lotta di classe non sono una invenzione, ma una parte della realtà. Non vederla a sinistra significa anche svuotare di senso il proprio agire.
Non si può pensare ad una partecipazione popolare e ad una politicità nuova senza una visione che la stimoli e la sorregga. La stessa cultura del “fare” dell’associazionismo vecchio e nuovo in polemica con astratti ideologismi, si imbatte costantemente con contraddizioni tali che la spingono al bisogno di una visione generale di trasformazione come è accaduto e accade, ad esempio, a così significativa parte delle opere missionarie cristiane giunte alla più aspra contestazione del modello che avrebbero dovuto esportare. Nella varietà e molteplicità dell’associazionismo e dei movimenti di base cresce un patrimonio di attività e di idee da cui apprendere: ma non senza un discussione aperta. Una delle esperienze che a me sembrano tra le più significative del rapporto tra democrazia di base e realtà istituzionali è quella della rete del nuovo municipio – promossa da Alberto Magnaghi – che viene costruendo in tutto il Paese un rinnovamento profondo del modo di concepire e riorganizzare non solo la funzione amministrativa ma la medesima struttura produttiva. Ma è forse da discutere se sia esatto sostenere il passaggio dalla “coscienza di classe” alla “coscienza di luogo” come si legge in un testo per il “nuovo municipio”, giacché nel luogo non cessa di esistere, mi sembra, il conflitto tra gli interessi sebbene sia vero che vi sono fondamentali ragioni di comunanza, a partire dalla difesa del patrimonio ambientale e culturale sino alla valorizzazione delle proprie risorse. Ho accennato al bisogno di discussione anche entro una esperienza così ben riuscita perché una nuova pratica politica avrebbe bisogno di superare il più possibile le difficoltà di comunicazione e l’isolamento delle esperienze associative tra di loro diverse al fine di far crescere una visione comune della realtà almeno tra tutte quelle che avvertono un bisogno di cambiamento sociale e politico.
Questa esigenza di un raccordo si è posta e si pone anche tra le forze politiche della sinistra: ma se l’aspirazione unitaria vuole significare una vera svolta rispetto alla diaspora deve proporsi come una cosa interamente nuova nelle idee, nei programmi, nelle forme della sua pratica. La frammentazione non è la causa ma la conseguenza di una divisione che viene ancor prima della politica, oltre che dalla difficoltà di uscire dalla più o meno confortevole nicchia. Di una forza nuova e unitaria di sinistra c’è, a me pare, assoluto bisogno. Ma essa non nascerà senza un reale processo costituente sulle idee, sul progetto, sulla pratica, che parta dal superamento della cieca volontà di autoconservazione.
E’ vero che si può fare politica fuori dai partiti. E va detto che oggi, anzi, si fa più politica fuori dai partiti che dentro di essi. Ma è contemporaneamente vero che dei partiti c’è ancora bisogno come tramite tra società e istituzioni, come strumenti di aggregazione di interessi e di opinioni sulla base di valori e di finalità condivise. Il proposito di superare i partiti nel nome della lotta alla partitocrazia non solo non li ha superati ma ne ha creati di peggiori e ha comunque ristretto la loro democraticità interna.
Una pratica politica nuova ha bisogno di regole diverse dalle attuali. Discuteremo qui di professionismo politico, di rappresentanza, di costo della politica, di funzionamento dei partiti, per vedere le linee del cambiamento legislativo da proporre alle sinistre e all’Unione: ma mi pare indubbio che una opera di correzione radicale delle regole sia assolutamente necessaria. Certo, anche a me sembra che alla vigilia delle elezioni non sia possibile cambiare le regole elettorali. Ma ciò non significa nascondere le conseguenze negative delle regole attuali che esasperano la personalizzazione ad ogni livello, deprimono il potere delle assemblee rappresentative, determinano costi elevatissimi per le campagne elettorali dei singoli, esaltano il ruolo dei finanziatori palesi e occulti, si ripercuotono in modo spropositato sulla finanza pubblica, in modo da arrivare a proposte che spingano il centro-sinistra ad una posizione innovatrice. Bisogna preparare il cambiamento nella legislazione elettorale, nelle forme di finanziamento della politica, nella pratica dello spoil sistem. Prodi ha introdotto nella sua bozza qualche elemento nuovo sui costi della politica. Ma occorre qualcosa di più vasto e ambizioso se si vuol dare il segno del cambiamento. Andare verso il modello americano non è una soluzione, ma un peggioramento nella direzione della democrazia del denaro. Le primarie sono parse una necessità e ciascuno voterà o non voterà secondo i propri convincimenti. Ma c’è una contraddizione non piccola, come ha notato secondo me giustamente Chiarante, con la linea cui è approdato il centro-sinistra in polemica contro la riforma istituzionale della maggioranza sulla Presidenza del Consiglio. Le primarie di collegio, sostenute da amici e compagni diversi, possono essere cosa diversa, ma non senza regole certe e senza una conoscenza della realtà: c’è diversità profonda in Italia tra l’agibilità democratica dell’uno o dell’altro territorio.
Discuteremo anche di politica diffusa, delle forme dell’agire collettivo, del rapporto tra lavoro e democrazia perché il rinnovamento del modo di essere della sinistra non avviene senza la riflessione sulle esperienze in cui, nella realtà, si viene manifestando una politicità nuova.
Di fronte alla vastità degli assilli che coinvolgono il mondo e alle potenze sterminate che si contendono il campo può apparire irrisorio scegliere il punto di osservazione della pratica politica. Ma invece sono grandissime lezioni da imparare quella del “partire da sé” del pensiero femminile e quella del chiedersi ciò che ognuno può fare come avviene nell’associazionismo, contro la passività, contro il sentimento d’impotenza, per conquistare consapevolezza. Certo, nel tempo dei mezzi di comunicazione di massa si può essere presi dalla disperazione per la sproporzione tra chi li ha e chi non ne ha nessuno. Ma a parte il fatto che va rafforzata la lotta – già in atto da parte di molti – per il pluralismo e l’autonomia della informazione, non è vero che le idee non contino. La destra neoconservatrice ha un pensiero orribile ma forte. E’ la sinistra che in molti casi ha dimenticato di svelare la contraddizione spaventosa tra chi predica la vita e pratica una politica di morte con il dominio e la guerra. E ha dimenticato di lavorare sul proprio fondamento etico. C’è bisogno di riscoprire e di rielaborare un patrimonio ideale e morale che le pratiche di potere tiranniche seppellirono e le pratiche di potere attuali a sinistra mettono in parentesi. La pace, la comprensione reciproca, la giustizia sociale, l’uguaglianza, i pari diritti e doveri, la pari libertà, il diritto al sapere, la laicità dello Stato: non c’è altra speranza per l’avvenire dei singoli e della comunità umana. La affermazione di questi principi – come oggi si vede – non è problema di una parte. O per meglio dire: se manca la parte che si batte con rigore per questi principi c’è un vuoto e il vuoto viene riempito dagli opposti fondamentalismi. Il bisogno di sinistra viene di qui, ed è per questo motivo che vale la pena di continuare a lavorare per ricostruire una sinistra degna del suo nome.