Per una sinistra critica e autonoma, capace di una nuova cultura di governo

ALDO TORTORELLA

Relazione all’assemblea congressuale dell’Ars, tenuta a Roma 7 febbraio 2004

Il documentodella Associazione per il rinnovamento della sinistra ha come scopo quello di sollecitare un impegno e una intesa comune di tutte le forze di sinistra e di movimento che in vario modo e da vari punti di vista hanno espresso volontà critica e alternativa contro la guerra e contro il terrorismo, contro le politiche neoliberiste, e si sono battuti per una democrazia fondata sulla partecipazione.
Ai fini stessi di una coalizione democratica in grado di battere il centro destra e di governare il Paese, appare a noi necessario e urgente dare forma ad una sinistra autonoma e rispettosa delle molte interne diversità, la quale sia mossa da una lettura critica del modello economico e sociale in cui viviamo e sia capace di una nuova cultura di governo. La presenza di una sinistra come questa già esiste, dentro e fuori le istituzioni rappresentative ma essa, certamente non per caso, è assai divisa e frammentata. Di fronte al raggrupparsi delle forze moderate di centro sinistra la divisione nella sinistra critica e alternativa crea una asimmetria che, come si vide in Francia, può produrre le conseguenze peggiori: una grande forza di sinistra presente nel Paese e nelle urne fu costretta a votare un conservatore per sbarrare il passo ad un fascista.Il problema che poniamo è se debba vivere o no una sinistra autonoma in Italia capace di pensiero critico e di attitudine al governo.
Non credo ci sia più discussione sul pericolo reale rappresentato dalla linea seguita dall’attuale governo italiano le cui interne difficoltà non allontanano i guasti realizzati e promessi. Proprio in questi giorni sono in discussione davanti alle Camere un ordinamento giudiziario che attacca l’autonomia della magistratura, una riforma che dovrebbe mettere il parlamento, già ridotto a pura cassa di risonanza del governo, nelle mani di un presidente del consiglio eletto dal popolo, una forma di federalismo che spezza l’Italia, una legge sui media che mina alle fondamenta pluralismo e libertà dell’informazione, una legge medioevale sulla fecondazione assistita che attacca il diritto delle donne a decidere sul proprio corpo, limita la libertà di ricerca, offende la laicità dello stato. E’ un quadro sconvolgente. Soprattutto se si pensa che la legge 30 ha già cancellato la maggior parte dei diritti conquistati con fatica dai lavoratori, la riforma scolastica ha colpito a fondo la scuola pubblica e l’università e le leggi ad personam hanno intaccato gravemente lo stato di diritto.
Il nostro centro destra si iscrive certamente nella tendenza espressa dal gruppo neoconservatore degli Stati Uniti che ha scelto la linea della guerra preventiva secondo le convenienze della potenza dominante. Ma questo governo ha dentro se stesso quelle caratteristiche particolari – e innanzitutto la identificazione tra potere mediatico e potere politico – che hanno creato allarme anche in molti settori non di sinistra di altri paesi di capitalismo avanzato. Il caso del nostro presidente del consiglio può essere contagioso, a parte gli elementi folcloristici e l’idea che don Baget Bozzo possa essere considerato il rappresentante della Divina Provvidenza. Ha ragione Ciampi che non bisogna odiare. Semmai bisogna vergognarsi anche per conto di chi pure da sinistra ha facilitato il cammino di questo nuovo uomo della provvidenza. Non mi pare di aver sentito nessun vecchio dirigente del Pci compreso chi vi parla – per quanto diversi tra di noi – pronunciare mai parole di odio. Ma l’unto del Signore verso i comunisti di una volta non fa altro. Bisognerà decidersi – tra le altre cose – a chiedergli in tribunale qualche risarcimento per finanziare opere di bene.
Non c’è dubbio, dunque, sulla priorità e sul dovere di battere l’attuale governo attraverso la più larga unità democratica. Non è e non sarà un compito facile. E a me sembra una pericolosa illusione quella di pensare di avere già partita vita. La crisi vera e seria nei rapporti interni alla coalizione di governo deriva da contraddizioni reali e dagli scacchi subito, ma il cemento rappresentato dal potere e dal timore di una sconfitta elettorale è ovviamente assai forte.
Certamente rappresenta un grande passo avanti quella ritrovata sede di incontro delle forze di sinistra e di centro sinistra per la costruzione di un programma comune per cui anche l’A.R.S. si è battuta, forse per prima, fin da quando cominciò a manifestarsi una frattura nella alleanza elettorale che aveva vinto le elezioni del ’96. Proprio allora, sei anni fa, nacque questa associazione, per cercare di scongiurare quella rottura e, poi, per impedire il metodo delle accuse a senso unico, per mantenere aperto un canale di comunicazione tra posizioni diverse, per sollecitare iniziative unitarie, per cercare di andare ai fondamenti della crisi della sinistra.
Ma proprio perché abbiamo sostenuto la causa della intesa unitaria anche quando era difficile sappiamo che l’incontro in atto tra tutte le opposizioni non solo è lontano da una reale convergenza programmatica ma è ancora assai fragile sulle più delicate scelte. Basta pensare soltanto al permanere di incertezze nella parte maggioritaria del centro sinistra sul voto parlamentare riguardante la permanenza o no del contingente italiano in Irak. Ora che anche Bush e Blair sono costretti alla grottesca figura che tutti vedono, più che mai la posizione del movimento per la pace si dimostra non solo moralmente giusta ma l’unica politicamente seria. Le armi non c’erano. La guerra ha moltiplicato il terrorismo come dimostra la Cecenia e la strage di Mosca. Nulla giustifica il terrore fanatico ma nulla giustifica in egual misura la guerra di aggressione e il genocidio. La rimozione di Saddam (scoperta, per l’eterogenesi dei fini, come motivo buono per la guerra dopo averla fatta) avrebbe potuto essere ottenuta con mezzi non bellici, come sanno benissimo coloro che hanno mantenuto al potere quel tiranno usandolo per tanto tempo (e come avevano proposto molte decine di parlamentari italiani aderendo ad una iniziativa dei radicali). E ora l’amministrazione degli Stati Uniti – che ha proclamato di avere occupato l’Irak per installare la democrazia – apertamente allontana e rinvia il ricorso al voto popolare perché ne teme i risultati.
Io non dubito delle virtù umane dei nostri soldati ma il nostro contingente laggiù fa parte delle truppe di occupazione come tutti gli altri: e fu, questa, una delle più sciagurate scelte del governo attuale. L’unica politica positiva dopo il disastro che è stato generato sarebbe la sostituzione degli occupanti, come avvenne in Libano, con un contingente dell’ONU formato da truppe che le comunità irakene considerino amiche. Il ritiro dei nostri soldati è l’unico modo che il nostro Paese ha per premere per una soluzione ragionevole e pacificatrice. Si dice che si vogliono onorare i caduti. Ma l’unico modo degno per farlo non è rischiare altre vite ma promuovere una vera soluzione di pace.
Io auspico che tutte le forze di sinistra si uniscano in un voto contrario alla prosecuzione della missione di occupazione, un voto che non sarebbe solo un rimedio rispetto a una scelta sbagliata, ma la indicazione di una linea internazionale nuova, svincolata dalla dottrina della guerra preventiva e fondata, invece, sul precetto costituzionale italiano e sulla carta delle Nazione Unite. Sarebbe comunque molto importante se tutti coloro che si schiereranno contro il prolungamento della missione per una attiva politica di pace in Irak facessero giungere un loro segnale comune al Paese anche in preparazione della grande giornata per la pace del 20 di marzo cui tutti siamo chiamati.
So bene che c’è qui un tema assai più vasto. Rifondazione comunista ha compiuto una scelta impegnativa affermando il criterio della non violenza. Facemmo la scelta della cultura della pace nel nostro atto fondativo e ci dichiarammo per la non violenza come norma dell’agire politico nel nostro primo congresso. Ciò che è facile per una associazione, però, è assai più complicato per un partito politico, anche se non è vero – come è stato detto – che la tradizione dei comunisti italiani fosse quella della violenza rivoluzionaria o dell’attesa dell’ora X e se è vero invece che la bandiera della pace viene dalle lontane azioni degli anni ’50, in cui il Pci ebbe peso rilevante. Il tema è ricco di implicazioni ideali e politiche, anche perché la scelta della non violenza non può cancellare il diritto all’autodifesa dell’aggredito. Ma, intanto, sarebbe importante saldare un fronte almeno sul ritiro delle truppe dalle missioni di guerra.
I contrasti a sinistra su un tema determinante come quello della guerra, sono una delle prove più evidenti della difficoltà di passare da una intesa delle opposizioni ad un vero accordo programmatico per il governo. Non credo che convenga sottovalutare le obiezioni che in proposito vengono dal centro destra. La maggioranza di governo ha compiuto una scelta netta per l’accodamento al neoconservatorismo oggi al potere negli Stati Uniti. Mi sembra che almeno in linea molto generale la coalizione di centro sinistra e le sinistre concordino sul fatto che un tale atteggiamento servile è sbagliato, ma è più difficile dire quale sia una proposta condivisa dall’insieme delle forze che si proporranno come futura maggioranza. Si può rispondere che esse – forse – si pronuncino molto in generale per un modello sociale di tipo europeo piuttosto che per quello degli Stati Uniti. Ma nella discussione sulla Costituzione sono venute alla luce differenze profonde sulla idea di Europa tra chi, sia pure per il timore del peggio, era disposto ad accettare il testo Giscard così com’è e chi, invece, ne ha messo in luce l’arretramento grave rispetto alla Costituzione italiana. Si deve dunque discutere, come sullo stesso programma europeo di Prodi: e una sinistra critica e propositiva dovrebbe avere molto da dire.
Ciò che è vero per la politica internazionale non è meno vero per la concezione del modello di sviluppo e dunque per le politiche economiche e le politiche del lavoro, per la scuola, le pensioni, la sanità, per le stesse politiche istituzionali. Certamente, convergenze non mancano; ma i punti di disaccordo non sono minori.
Tuttavia, perché un confronto vada avanti occorre in primo luogo farla finita con la pretesa assai radicata che l’unica cultura di governo della sinistra sia quella espressa dai partiti che adesso confluiranno nella lista unica e poi, forse, nel partito riformista. Questa pretesa, che muove da un consistente residuo di vecchi vizi dogmatici, è in contrasto con la evidenza. Proprio quella cultura che si vorrebbe l’unica, applicata nei cinque anni del centro sinistra, ha portato alla disfatta del 2001. Essa in realtà ha poco a che fare con l’antico riformismo ed è piuttosto il risultato dello sfondamento operato dalla sofisticata attrezzatura delle culture neoliberiste e neoconservatrici. E’ certo vero che il compromesso realizzato soprattutto nell’Europa occidentale con lo Stato sociale, la direzione politica sulla economia, il forte potere dei cittadini associati in sindacati e partiti, le Costituzioni fondate sulla idea di un progetto collettivo era entrato in crisi per il peso di una costosa burocratizzazione, per l’insofferenza delle imprese capitalistiche verso i vincoli imposti, per la progressiva perdita di senso e di valore della esperienza uscita dalla rivoluzione sovietica la cui presenza aveva determinato in Occidente un forte bisogno di emulazione.
Avanzò per tutti questi motivi nell’ultima parte del secolo scorso la offensiva conservatrice che – come è stato spiegato da molti studiosi – coltivò l’immagine di un popolo composto di individui non politicamente divisi e organizzati, cui occorreva restituire voce al di fuori dei soggetti politici collettivi, e dunque attraverso la investitura popolare diretta del leader. La idea della democrazia come luogo di una possibile progettualità comune si trasmutava in quella del mercato politico, nel quale ciascuno va individualmente a fare la sua scelta, come fa individualmente la spesa. Ma come sul mercato la offerta attraverso la pubblicità condiziona la domanda e il più forte schiaccia il più debole, così accade sul “mercato politico”. L’esaltazione dell’individuo e della sua libera scelta sfocia nelle sollecitazioni di crescente passività: dal cittadino partecipante si passa allo spettatore, all’ammiratore, ai fans.
Il neoliberalesimo diventa populismo. L’associarsi, certamente, non può essere cancellato: ma la progettualità sociale collettiva cede il passo all’immediatezza delle piccole patrie, così come la comunanza del lavoro verrà spinta a ritornare al massimo comunanza di mestiere. Contemporaneamente si combatte il rapporto di lavoro collettivo a favore del rapporto individuale fino a giungere agli scempi della legge 30. Rimane celebre la frase del massimo dirigente del maggior partito della sinistra italiana che in polemica con il sindacato ebbe a dire che “è inutile stare a sventagliare il contratto collettivo davanti ad uno scantinato dove si fa lavoro nero”. E’ attraverso una ideologia come questa che il primato del lavoro è stato sostituito dal primato della impresa e la flessibilità è divenuta precariato generalizzato. Su questa base ha proceduto una cultura di governo detta riformista che ha spalancato le porte con il maggioritario alla personalizzazione della politica, ha teorizzato e praticato il primato degli esecutivi nelle assemblee, fino ai recenti statuti regionali improntanti al presidenzialismo.
E’ questa cultura che è giunta sino alla accettazione della guerra, in rottura con la Costituzione. La critica di massa di questa politica manifestata prima con il rifiuto del consenso da parte di milioni di votanti, poi con le straordinarie mobilitazioni sindacali sui diritti del lavoro, con il movimento per la pace e per un’altra idea della globalizzazione, con le manifestazioni per la difesa della magistratura e della legalità democratica ha certo determinato qualche correzione nella condotta della opposizione sui singoli episodi ma non ha mutato l’asse della politica della sinistra moderata. Come ha dimostrato l’idea di questa lista comune contratta tra Ds e Margherita nonostante la divisione sulle pensioni o sulla procreazione assistita.
Non c’è da meravigliarsi di questo processo neocentrista che ricorda la “neue mitte”, il nuovo centro di Schroder (il quale però guida un partito che ha ancora forte radicamento tra i lavoratori). Questo percorso, naturalmente, corrisponde anche a mentalità e bisogni di ceti ben inseriti nella società, mira ad un rapporto forte con la parte più illuminata dei gruppi dominanti e ha dunque un peso e una influenza rilevante.
Viene di qui, in nome della società complessa, la rinuncia alla preminente rappresentanza del lavoro che, anche se spesso era inquinata da strumentalismo, costituiva motivo vitale dei vecchi partiti socialisti e poi comunisti. Però non ci può essere sinistra senza una scelta sociale e la complessità del lavoro moderno non cancella la sua determinante esistenza, e la sua determinante funzione di architrave sociale: per questo risollevammo l’idea della centralità del lavoro con Sabatini ed altri compagni.
La cultura di governo che punta al centro non ce la può fare da sola a vincere la gara elettorale e non può da sola reggere la sfida del governo, come non l’ha retta nel passato. Non si tratta di colpe delle persone, ma della collocazione di una linea di pensiero che ha volutamente rinunciato ad una critica del modello dato ritenendola un impaccio al governare. Questa rinuncia non agevola, ma limita la comprensione della realtà e, dunque, la stessa capacità di incidere sopra di esso.
E’ perciò che ci si è accorti dell’impoverimento del lavoro solo quando ha parlato un istituto di ricerca (l’Eurispes), mentre è da anni che i sindacati, a partire da quello metallurgico, vengono denunciando il fatto che tutto l’incremento di produttività va ai profitti . Ed è perciò che non si è colto il sintomo rappresentato dai crolli di tante grandi aziende americane i cui casi ammonivano sui rischi presenti anche in Italia e in Europa per le strutture industriali e per i risparmiatori. Ce ne accorgemmo noi che non partecipiamo al controllo di nessuna banca e di nessun ente economico e toccò a noi di ricordare, chiamando nel deserto, che dovrebbe essere compito primario della sinistra l’alleanza tra lavoro e risparmio diffuso.
Il fallimento della terza via di Blair e di Gyddens e la sua trasformazione in una politica ultramoderata è, appunto, nella incapacità o nella impossibilità, dati i ceti di riferimento, di guardare ai vizi di fondo del sistema e alla crisi delle forme di incivilimento di cui anche la sinistra europea fa parte. Abbiamo un modello di sviluppo non generalizzabile poiché pur limitato com’è ad una parte del mondo, mette a rischio l’equilibrio del pianeta, abbiamo un modello economico e sociale che ha generato una ingiustizia paurosa, una crescente distanza tra paesi ricchi e poveri e negli stessi paesi capitalistici sviluppati, nonostante tutto il nostro sterminato sapere.
Questo è il motivo per cui è indispensabile la cultura di governo che può venire dai movimenti e dai partiti che si ispirano ad una critica del modello dato e continuano a ritenere necessaria un’opera di trasformazione sociale. Io non ho ritenuto e non ritengo che nella gara per il governo sia tutto il senso della politica. Al contrario, anche per la lezione di quella che a me pare la parte più rilevante del movimento femminile, ritengo che c’è una politica che viene prima e va oltre quella gara. Ma ciò non toglie che quelle forze le quali si impegnano per la ricerca del consenso elettorale partecipano ad una competizione che ha come posta il governo, e che, comunque, nessuno si può disinteressare del fatto che vi sia un governo di pace o di guerra, favorevole all’una o all’altra parte sociale, all’una o all’altra concezione della politica. Per le sinistre che si dicono alternative andare in ordine sparso non serve più, ammesso che abbia mai potuto servire. Un esempio solo: una politica verde non può essere fatta senza un orientamento economico generale che vi corrisponda per indirizzare diversamente lo sviluppo e limitare la crescita. Ma il porre limiti alla crescita se non si accompagna alla redistribuzione della ricchezza renderebbe immutabili le disparità e le ingiustizie sociali. E il pensare ad un modello economico più equilibrato e più giusto chiede anche un diverso assetto istituzionale, una riscoperta dei progetti collettivi e delle organizzazioni che li sostengono, dunque una politica istituzionale appropriata.
Se le forze dei movimenti e dei partiti critici verso l’esistente confermando le loro divisioni non riusciranno ad esprimere una comune visione della realtà e un progetto che intenda realmente competere e confrontarsi politicamente e culturalmente con chi non intende discostarsi dall’accettazione del sistema dato, sarà un danno non solo per loro ma per tutti. Per fortuna un passo avanti in questa direzione è già stato fatto. C’è stata e c’è, nel forum per una alternativa di governo, una concordanza su alcuni punti essenziali per un programma di governo tra Rifondazione comunista, Comunisti italiani, nuova sinistra Ds, Verdi, gruppi sindacali, associazioni, parti del movimento non global e dei girotondi. E già annunciato un confronto con le forze moderate del centro sinistra. Ma questa prima intesa avrà vita difficile se non verrà avanzata anche una prospettiva comune. Per questo noi proponiamo di aprire una discussione sulle premesse culturali e ideali di una sinistra unita critica e propositiva, di alternativa e di governo.
Non credo che la soluzione del problema aperto con il profilarsi di un partito moderato di riformismo neocentrista si possa realmente affrontare con una critica alla lista tripartita fatta in nome dell’unità di tutto l’Ulivo. Capisco che in questa iniziativa, assunta da chi si assunse la maggiore responsabilità dello scioglimento del PCI e della fondazione del Pds, vi è il segno di un travaglio e la constatazione di uno scacco rispetto ai propositi iniziali, e che dunque vi è qui il segnale significativo di una crisi che non può essere grettamente ricondotta ad un caso personale, anche per il fatto che si assume come discrimine l’impegno per una politica di pace. Ma il tema che si pone è sembrato a noi più vasto ed è perciò che abbiamo riproposto la discussione sulla idea socialista per il suo messaggio di libertà. Non credo che le idee di un rinnovamento della sinistra per il socialismo siano estranee al movimento della sinistra critica e all’immagine di un altro mondo possibile. Certo il bisogno unitario, per cui sono possibili tante forme, si scontra sempre con le gelose appartenenze, ben comprensibili, data la fatica che costano a chi le pratica, e devono fare i conti con i timori di frettolose annessioni. Dunque, mi pare, all’appuntamento europeo si andrà in ordine sparso. Ma vi sono altre scadenze, e vi sono traguardi più lontani che debbono interessare innanzitutto i più giovani.
In larga misura, il neoliberismo è venuto mostrando le proprie conseguenze disastrose, fino alla guerra. C’è una cultura nuova che si viene costruendo, che ispira il movimento per un altro mondo possibile e nasce anche da esso. Ci sono le ricerche di molti, spesso isolati, negli Stati Uniti, in Europa, qui da noi. E’ il tempo di una controffensiva culturale ed è per questo che accanto ad una Associazione che si impegni con altri più direttamente nella azione politica proponiamo una Fondazione che possa radunare energie oggi disperse e per intanto ringraziamo i molti amici e compagni ricercatori e studiosi che ci hanno aiutato nel corso di questi anni e ci aiuteranno credo anche oggi.
La idea socialista completamente rivisitata e ridefinita di cui proponiamo di discutere nel nostro documento viene da un filone culturale antico, ma minoritario e negletto. Ma proprio per questo essa non sta alle nostre spalle, ma sta davanti a noi e può essere motivo di passione e di lavoro comune.