Per un movimento politico del lavoro

Un gruppo di esponenti di Ars, Fiom, Cgil e “Socialismo 2000” lancia una proposta per spezzare l’immobilismo della sinistra politica

Si è svolta prima di Natale a Roma una riunione che ha visto discutere insieme alcuni esponenti della Fiom e della Cgil – firmatari del documento di Sabbatini, Rinaldini, Patta, Perini e Agnello che pone la questione della rappresentanza politica del lavoro – e altri esponenti della sinistra (facenti capo all’Ars e a “Socialismo 2000) che avevano risposto con una lettera a quel documento. La riunione ha lanciato la proposta della costituzione di un nuovo movimento, che potrebbe chiamarsi “Lavoro e libertà”, sulla base di alcuni assunti di fondo: la sinistra politica deve superare i limiti di questi anni ritrovando nei valori del lavoro uno dei suoi principali ancoraggi; è necessario superare le divisioni attuali per riunire una nuova coalizione, oltre il vecchio Ulivo, comprendente tutte le forze democratiche e di sinistra che si oppongono alle destre, e su questa base fondare una iniziativa politica capace di battere Berlusconi e i suoi alleati unendo radicalità e visione alternativa alla capacità di alleanze e di governo. Si è deciso di organizzare nelle prossime settimane una assemblea nazionale per discutere l’idea. Pubblichiamo qui di seguito i due testi alla base di questo confronto.

Noi che approviamo questo documento sentiamo in comune il bisogno di costruire un movimento politico che abbia al suo centro i problemi del lavoro, che operi per sollecitarne la rappresentazione nella vita democratica, che favorisca la partecipazione diretta delle lavoratrici e dei lavoratori alle scelte decisive per loro stessi e per l’insieme del Paese. E’ un bisogno tanto più pressante quanto più si fanno grandi i rischi di guerra e i pericoli per la democrazia italiana. Affrontarli non è possibile senza un pieno protagonismo delle lavoratrici e dei lavoratori.
Proveniamo da diverse esperienze politiche, alcuni di noi appartengono a differenti partiti o associazioni della sinistra, altri a nessuno di essi ma avvertiamo allo stesso modo il pericolo grave per la medesima vitalità della democrazia il fatto che vi sia una prevalente accettazione della subalternità del lavoro. Non sono mancati e non mancano in diversa misura nelle diverse formazioni partitiche tentativi di dar voce ad una rappresentazione politica delle rivendicazioni del lavoro, ma nessun partito della sinistra italiana si propone un programma generale e una forma organizzata che si fondi sulle istanze di cambiamento e di partecipazione delle lavoratrici e dei lavoratori. In più, in una parte grande della sinistra prevale l’idea che la subalternità e la riduzione dell’autonomia del lavoro siano un portato inevitabile della modernità e della globalizzazione: scompare l’idea stessa del conflitto tra capitale e lavoro.
Tutto ciò ha favorito e favorisce la divisione e la frammentazione a sinistra. Noi vogliamo lavorare per l’intesa e, più oltre, per l’unità tra le sinistre, fondamento di più ampie intese democratiche. Le diversità della sinistra sono positive se non generano incomunicabilità e non si oppongono in modo preconcetto alle possibili intese tra di esse e con altre forze democratiche, intese indispensabili per sconfiggere la destra. Ma le intese – e ancor più le forme unitarie – non nascono dalle esortazioni. Noi consideriamo che il modo migliore di lavorare per le intese e per l’unità delle sinistre è quello di sollecitare la riscoperta delle loro radici sociali nel lavoro e nella promessa, spesso tradita, di sostenerne il protagonismo, di rappresentarne interessi, bisogni e aspirazioni, di dare vita ad una concezione e ad una pratica della politica diversa da quella delle classi dominanti.
La volontà di porre a fondamento di un movimento politico le istanze del lavoro è cosa diversa dalla ispirazione e dalla pratica sindacale. Il movimento sindacale nel rappresentare – pur secondo logiche diverse tra sindacati diversi – gli interessi delle lavoratrici e dei lavoratori deve porre a se stesso i limiti dettati dalla propria stessa necessaria autonomia dal sistema partitico. Per questo si sono storicamente formati movimenti politici e partiti che hanno cercato di porre a proprio fondamento quelle esigenze medesime che il movimento sindacale affronta sul proprio terreno. E’ necessario oggi costruire una nuova critica sociale, un programma, un’azione collettiva che ponendo al centro il lavoro e il suo primato, la denuncia della sua condizione effettiva, si propongano di sconfiggere l’ideologia e la pratica liberista, unica strada per battere veramente le destre al potere e costruire una strada nuova.
I
I) LA GUERRA COME ESITO DELLA RESTAURAZIONE

Vittoria e crisi del liberismo

L’origine più recente dell’attuale prevalenza della idea della subalternità del lavoro sta nella vittoria planetaria del modello di produzione capitalistico e nell’affermarsi a partire dalla potenza divenuta dominante, dell’ideologia neoliberistica.
La linea neoliberista, però, è oggi in crisi. Essa ha generato conseguenze globali che sono sotto gli occhi di tutti e che hanno determinato la nascita di un movimento di resistenza e di lotta di carattere altrettanto globale. E’ diventato abbastanza chiaro che la differenza tra ricchi e poveri del mondo si è accresciuta, che l’ambiente naturale è stato sconvolto nei suoi equilibri, che le crisi economiche si sono moltiplicate sino a toccare gli stessi Stati Uniti.

Finalità del liberismo

Meno chiara è invece la gravità delle conseguenze del neoliberismo nel rapporto tra lavoro e capitale. La prima conseguenza è stata l’offuscamento del ruolo del lavoro e della sua funzione primaria nella creazione della ricchezza. La seconda conseguenza è stata il ripristino del primato assoluto del capitale e dell’impresa nella teoria e nella pratica come anche nella rappresentazione della realtà.
Il mercato dei capitali non ha confini e accetta solo quelle regole che definiscono il proprio vantaggio e la propria supremazia. Non è vero che la pratica liberistica abbia come finalità il libero mercato e una riduzione del ruolo dello Stato. Al contrario. Essa ha bisogno del ruolo di uno Stato forte e di sedi sovranazionali che regolino il mercato e la società ai fini della difesa del primato della impresa, del mantenimento delle gerarchie date, della compressione dei diritti e dell’autonomia del lavoro.

La guerra al servizio
della gerarchia sociale

La politica della guerra permanente è funzionale a questa linea. Anziché essere strumento di lotta contro il terrorismo la guerra è servita e serve solo a crearne di nuovo poiché aggrava a dismisura le cause nazionali, sociali, culturali che lo generano. La guerra permanente e preventiva, come è esplicito nella dottrina Bush, serve certamente a ridisegnare l’equilibrio del mondo secondo una concezione imperiale ma ha come fine dichiarato la salvaguardia, il rafforzamento e l’egemonia del modello (economico, sociale, istituzionale) americano in cui il predominio economico e politico dei gruppi dominanti e la piena subalternità del lavoro è sancito molto più solidamente che in Europa.
Non si tratta di esportare il modello nella sua interezza perché pur permanendo sacche di indigenza e zone estese di povertà ha livelli di consumi energetici e di sperpero di risorse impossibili da generalizzare se non a patto della distruzione del pianeta. Ciò che si può e si vuole esportare, con il consenso dei ceti dominanti dei paesi subalterni, sono le relazioni di dominio interne alla società.

II) IL DEGRADO DEL LAVORO E L’ATTACCO ALLA DEMOCRAZIA

Il lavoro come oggetto
e pura merce

Nel prevalere del neoliberismo il lavoro da soggetto primario nella produzione della ricchezza è diventato oggetto. Il lavoro torna ad essere pura merce: una merce che, come tutte le altre, vale poco quando ce ne è troppa e si può gettare via quando è in eccesso. Il lavoratore diventa pura funzione dell’impresa e il lavoro l’unica variabile dipendente dato che rendita e profitto non sono discutibili.
Sono in discussione tutte le garanzie, compresa quella del contratto nazionale di lavoro. Non c’è freno e limite alla flessibilità. Il precariato da eccezione tende a diventare progressivamente una regola generale cui conformare lavoro e società. Fino al punto estremo in cui tutto il tempo di vita, come già avviene, rientra nella piena disponibilità dell’impresa, che chiama per un’ora, un giorno, o una settimana secondo le necessità da essa stabilite.
La competizione e la contrapposizione tra lavoratori – diseguali pur a parità di prestazione per diritti, per stabilità nel lavoro, per retribuzione – tendono ad affermare l’idea che ciascuno è solo e che da solo deve pensare a se stesso cancellando ogni forma di solidarietà tra lavoratori e la nozione stessa di un’appartenenza ad una comunanza di interessi. Anzi, l’unica comunanza di interessi cui si dovrebbe pensare è quella dell’impresa, a patto del riconoscimento della funzione prevalente del capitale e della accettazione come giusta della totale asimmetria del potere.

L’attacco allo stato sociale

Lo stesso compromesso socialdemocratico che ha segnato il secolo passato tende ad esser cancellato. Pur se la comunità paga per tutti, la tendenza è alla privatizzazione della gestione dei servizi pubblici, dalla previdenza ai servizi sociali, dalla scuola alla sanità, in modo da stimolare la differenziazione per censo garantendo la qualità per i pochi e la mediocrità o, peggio, per i più. E i costi maggiori sono pagati dalle donne.
Non si tratta soltanto si attenuare o correggere questa tendenza come se la questione essenziale fosse unicamente quella di garantire qualche trattamento meno ingiusto o più equo verso questa o quella fascia di lavoratrici e di lavoratori o verso i lavoratori nel loro insieme. E’ l’intera società che arretra, se arretra la concezione e la condizione del lavoro.

Lavoro, democrazia, libertà

Se si attenua o cessa di esistere una visione contrastante con quella rappresentata dai gruppi dominanti ne soffrono la democrazia e la libertà. La democrazia moderna non è il risultato di una spinta spontanea del capitale, ma del conflitto e dei compromessi tra capitale e lavoro. E’ la lotta dei lavoratori e delle lavoratrici per emergere da condizioni di subalternità economica, sociale e civile che ha esteso la sfera delle libertà e dei diritti, ha determinato il passaggio dallo stato liberale allo stato democratico, l’affermazione dei diritti sociali dopo i diritti civili e politici. La lotta del lavoro per la libertà e la liberazione si è incontrata e deve incontrarsi con le spinte nuove che vengono dai movimenti e innanzitutto da quelle che vengono dalla rivoluzione femminile, che viene trasformando i modi di essere e di pensare la libertà spezzando i vincoli delle società patriarcali.
Se si attenua o cessa di esistere un punto di vista autonomo che sorga dalla volontà di rappresentare la parte di coloro che reggono il peso maggiore della produzione e patiscono le maggiori ingiustizie il rischio è quello di un arretramento non solo delle conquiste sociali, ma delle conquiste di libertà. Il processo che si sta innestando con la linea della guerra permanente e con l’affermazione della pratica restauratrice neoliberista va proprio nel senso – come già accade negli USA – di una restrizione degli spazi di libertà e del prevalere di tendenze autoritarie.

Attacco al lavoro
attacco alla Costituzione

In Italia, poiché una Costituzione particolarmente avanzata sostenuta da un forte movimento operaio e di sinistra ha consentito più che altrove l’attuazione dei fondamentali principi democratici (a partire dalla separazione dei poteri e dalla garanzia di indipendenza della magistratura) e ha favorito un positivo affermarsi dei diritti sociali l’attacco è stato rivolto contro gli stessi principi costituzionali, soprattutto dopo il successo di forze politiche estranee, avverse o apertamente ostili alla Costituzione. La Repubblica fondata sul lavoro rischia di diventare la Repubblica fondata sul capitale.
Le pulsioni autoritarie nel tempo della democrazia mediatica passano attraverso strumenti nuovi come il monopolio dei mezzi di comunicazione di massa (difficile da scalfire nonostante le nuove grandi possibilità offerte dalla rete interattiva), ma hanno la finalità tradizionale di garantire l’ordine dato rimettendo i lavoratori al loro posto, scoraggiando l’espansione della democrazia e riducendo la politica a funzione del denaro.

III) LE CONDIZIONI DEL LAVORO

La critica sociale

La prima forma che deve assumere la volontà di rappresentanza del lavoro sta nella ripresa di un’aggiornata critica sociale fondata su una analisi attenta della realtà. La vittoria dell’ideologia liberista fu anche la conseguenza dell’annebbiamento e della perdita di capacità di analisi critica della società, e di se stessi, da parte della maggioranza delle forze schierate a sinistra. Le più importanti forme nuove di critica al modello sociale (il nuovo pensiero femminile, la cultura ecologista, il movimento sui temi della globalizzazione) sono nate fuori delle sinistre tradizionali – pur diverse fra loro – e spesso da queste sono state osteggiate. In più, le modificazioni profonde nel lavoro e nella società, indotte dalla ricerca scientifica, dalla rivoluzione informatica, dalle nuove tecnologie, dalla globalizzazione nella produzione sono state dapprima viste con ritardo e poi interpretate secondo il pensiero liberistico.

Novità e permanenze
nel lavoro

Le trasformazioni nei metodi produttivi, il moltiplicarsi delle figure professionali, il superamento di molti dei vecchi mestieri (o il loro spostamento in Paesi terzi), l’espansione di un lavoro autonomo, in realtà dipendente, la diffusione della fabbrica nel territorio con la dispersione di ciò che prima era centralizzato e tante altre forme di parcellizzazione hanno spinto a contrapporre “i lavori” al lavoro sino a considerare ormai impossibile considerarlo un soggetto unitario. Ma la differenziazione dei lavori e i loro mutamenti qualitativi non cambiano la sostanza. Il lavoro continua ad essere il luogo di definizione dei rapporti sociali e il rapporto di lavoro dipendente continua ad essere sottoposto al primato del capitale così come si vede nelle crisi, quando sui lavoratori ricade il peso dei fallimenti determinati dai meccanismi economici e dalle cattive politiche di chi dirige.
Allo stesso modo la presenza nel medesimo individuo che lavora di altre figure (il risparmiatore, il proprietario di casa, il piccolo azionista, ecc.) oppure l’apparenza di autonomia di lavori subordinati non elimina il fatto che il rapporto di dipendenza nel lavoro sia a fondamento del destino di ogni singolo individuo lavoratore come diventa esplicito quando dal lavoro si viene esclusi.
Le forme di accomodamento al liberismo, dipesero anche dal fatto che lo sbocco in una selvaggia restaurazione capitalistica del tentativo di costruire una società senza la proprietà privata dei mezzi di produzione determinò in molti un crollo ideale. Quella parte delle sinistre che non ne era ancora convinta accettò l’idea secondo cui i rapporti di produzione capitalistici fondati sulla subalternità e lo sfruttamento del lavoro costituiscono una sorta di legge di natura che non può essere contrastata ma va accompagnata, eventualmente mitigandone le asperità. I guasti portati da questo cedimento culturale sono oggi evidenti. In Italia il centrosinistra ha aperto il varco alle destre sul lavoro (art.18, mancata legge sui diritti, sulla rappresentanza, sulle collaborazioni, teorizzazione della flessibilità, nuovo Titolo V della Costituzione in materia di tutela e sicurezza del lavoro, ecc.), oltre che sui temi istituzionali, sull’economia, sulle politiche di guerra. In tal modo il centrosinistra è stato sconfitto dalla peggiore destra europea.

Le trasformazioni e
la femminilizzazione

Tuttavia, il fatto che l’analisi della complessità del lavoro e della figura di chi lavora abbia portato a conclusioni che hanno finito con il negare la permanente realtà dei rapporti di subordinazione e di sfruttamento nella produzione – e hanno generato sconfitte – non significa tornare a visioni semplificate e arretrate della realtà del lavoro. Al contrario. Una nuova idea della difesa e della liberazione del lavoro si esprime proprio attraverso una piena comprensione delle trasformazioni avvenute e della complessità sociale per leggere dentro di esse le nuove possibilità e per trovare i nuovi linguaggi capaci di scalzare i punti di vista subalterni all’ideologia oggi dominante.
C’è da combattere l’idea che il lavoro sia cosa residuale, una concessione e non un diritto. Il lavoro non solo non finisce e non è residuale, ma si estende e, su scala mondiale, si estende a dismisura anche il “vecchio” lavoro e il “vecchio” sfruttamento.
L’ingresso sempre maggiore delle donne in tutti i settori della produzione e dei servizi (grazie anche all’aumentata scolarizzazione e ai servizi sociali) crea un mutamento qualitativo: nella società dove si vengono trasformando le relazioni tra donna e uomo, nelle famiglie, nei rapporti sociali e nel lavoro. In esso le donne recano non solo il permanere – che c’è – di una doppia fatica di maggiore precarietà e di differenziali salariali e di inquadramento ma, soprattutto, portano un punto di vista diverso da quello della tradizione maschile.
Lo sfruttamento rimane nei “vecchi” lavori o in quelli “nuovi” determinati dal crescere dell’economia della comunicazione: e talora, in questi è peggiore. Ma mutano le forme dello sfruttamento e mutano le lavoratrici e i lavoratori. Soprattutto nelle nuove leve, anche se è finita l’antica cultura operaia, c’è più informazione, ci sono più conoscenze. Tutto ciò rende ancora più assurda la subalternità del lavoro: ma da essa non si può uscire se non si ascoltano i bisogni e i desideri di uomini e donne e se non si costruiscono forme nuove per la loro espressione. Un uso strumentale del tema del lavoro è stato e rimane del tutto sbagliato e rovinoso.

IV) TEMI PER UN PROGRAMMA

Il lavoro, il potere,
la democrazia

E’ stato sbagliato servirsi del tema del lavoro e dei lavoratori come giustificazione ideologica di un potere che si separava dalla volontà di emancipazione del lavoro in nome della quale veniva chiesto o imposto. In tal modo l’idea del potere si separava dalla necessità di espansione delle libertà e della creatività dei singoli, dall’ascolto e dalla espressione diretta di volontà e di bisogni.
Questa lezione deve valere anche oggi. Si è abbandonata la critica alla democrazia del denaro per il timore di ricadere in errori passati, ma in tal modo si sono lasciate venire avanti le peggiori violazioni delle regole democratiche essenziali come è nella presenza alla testa della compagine governativa italiana di una persona in macroscopico conflitto di interesse. La critica della democrazia fondata sul denaro non va abbandonata, ma essa deve voler dire più e non meno democrazia per affermare la pienezza dei diritti democratici fondamentali.

Informazione
formazione
rappresentanza

Il primo essenziale diritto eluso nella società di massa è il diritto alla informazione. Colpa grave delle forze di sinistra e di centrosinistra è stata ed è di aver posto mano a riforme istituzionali trascurando le precondizioni della democrazia. Si arriva perciò all’assurdo di non aver regolato il conflitto di interessi in materia di informazione. Ma la questione va posta in tutta la sua portata. Garantire il pluralismo dell’informazione e il diritto alla più estesa formazione è la prima battaglia politica contro l’involuzione autoritaria che si viene profilando con la tendenza al presidenzialismo o ad ulteriori rafforzamenti dell’esecutivo. Contro queste tendenze bisogna battersi.
Nel Parlamento il lavoratori hanno trovato nel passato una valida difesa, anche per effetto del sistema elettorale proporzionale che poteva e doveva essere corretto, ma non doveva essere abbandonato. Lo squilibrio nella rappresentanza che è derivato dal sistema maggioritario è innanzitutto a danno della rappresentanza del lavoro poiché tale metodo favorisce il sistema notabilare e ostacola ulteriormente la rappresentanza femminile. Andare ad un sistema come quello tedesco è un obiettivo da proporre nel quadro di una nuova riflessione sui rapporti tra assetto istituzionale e questione sociale.

Il programma costituzionale

Compito di un movimento del lavoro è però innanzitutto quello di recare una critica alla involuzione della politica e della sua pratica. Si è teso e si tende alla creazione di un ceto politico separato – e separato per condizione sociale proprio da chi ha meno – che è altra cosa rispetto al dovere di comporre rappresentanze capaci, esperte ed espressive della realtà sociale.
Al centro di un’altra politica istituzionale deve essere innanzitutto l’inveramento dell’inattuato programma costituzionale per l’uguaglianza e la partecipazione secondo il principio costituzionale per cui la Repubblica ha il compito di “rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che, limitando di fatto la libertà e la eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione economica politica e sociale del Paese”. L’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori. A partire dal diritto a decidere su se stessi, sul proprio lavoro, sul proprio contratto attraverso la consultazione sindacale e il voto come diritto inalienabile. C’è una politica istituzionale che deve nominare e interessare i lavoratori e il lavoro; è stato un grave errore pensare che la parola “cittadino” annullasse la parola “lavoratore” non a caso usata dalla Costituzione. La politica istituzionale non è neutra: le differenze di sesso e di classe obbligano a scegliere.

La questione proprietaria
il pubblico e il privato

I divari nel reddito e nel possesso della ricchezza, lo sfruttamento e la subalternità del lavoro non possono essere ricondotti alla sola proprietà dei mezzi di produzione. Ciò non solo per il drammatico fallimento del regime fondato sulla totale proprietà statale, sulla pianificazione dall’alto e sulla negazione del mercato, ma anche per il fatto che la crescente diffusione nel capitalismo maturo dei titoli di proprietà – e cioè una crescente forma di proprietà socialmente allargata – non solo non elimina, ma talora aggrava il degrado del lavoro chiedendo (come accade per i fondi – pensione) il massimo utile nel minimo tempo. Le conseguenze del fallimento di tante e grandissime compagnie pubbliche americane (arricchimenti dei dirigenti, licenziamenti di massa, perdita delle pensioni per molti, impoverimento dei piccoli azionisti) mostra il permanere di metodi classici anche nel capitalismo familiare (come dimostra il caso FIAT: socializzazione delle perdite dopo la privatizzazione dei profitti).
Ma questo non significa accettare la tendenza – come accadde anche con i governi di centrosinistra – la privatizzazione di ogni attività economica compresi i servizi pubblici, i settori strategici, la ricerca scientifica. Al contrario. La collettività ha bisogno di strumenti propri per intervenire a fini pubblici democraticamente decisi nel processo economico. Decisivo è il carattere pubblico della ricerca. La subordinazione della scienza a interessi privatistici è un pericolo per l’umanità. Il tema del controllo sociale del lavoro e dei lavoratori deve ritornare come realtà strategica dopo il fallimento clamoroso della pretesa autoregolamentazione delle public companies e del mercato. Il rifiuto del mercato si è dimostrato un’assurdità. Ma non c’è stato e non c’è un unico modello di mercato. E non esiste un mercato che non sia regolato da norme via via più indispensabili e più stringenti. Il problema è chi produce e chi amministra queste norme. C’è qui un campo vasto di intervento e di azione perché il lavoratori in quanto tali – e anche nella loro qualità di risparmiatori – non siano oggetti passivi del mercato, della produzione delle norme che lo regolano e del loro funzionamento. Il tema del cosa, come, per chi, con chi e con che regole produrre è più che mai attuale, sia per contrastare la tendenza alla finanziarizzazione dell’economia, sia per proporre nella teoria e nelle pratiche un modello di sviluppo che sia economicamente, socialmente e ambientalmente compatibile.

Movimento dei lavoratori
e globalizzazione

Non ci può essere lotta contro la subalternità imposta al lavoro senza pensare ad un altro progetto di società. Esso sta nascendo nella esperienza concreta dei movimenti nati in questi anni intorno ai temi della pace, degli squilibri tra ricchezza e povertà nel mondo, dell’ambiente, della condizione del lavoro, del rapporto di potere tra i sessi, dei diritti democratici fondamentali. Viene sorgendo una nuova critica al modello economico sociale degli Stati Uniti e dell’Occidente, che drena risorse e propone modelli di consumo inattingibili per l’insieme del pianeta. C’è qui un grande problema per il movimento dei lavoratori nell’Occidente. La tendenza delle forze di destra, ma anche di centrosinistra è a separare e contrapporre i lavoratori “agiati” del primo mondo agli affamati del pianeta. Si sostiene che la modificazione del modello di sviluppo impoverirebbe l’Occidente e quindi anche i lavoratori. Il tentativo, come già accadde al tempo del colonialismo, è di reclutare il movimento dei lavoratori al seguito dei gruppi dominanti del nuovo impero.
Questa tendenza è solidamente radicata. La rinuncia di gran parte della sinistra ad ogni pensiero alternativo l’ha radicata ancora di più. Ad essa non si reagisce escludendo i problemi che pone, ma chiarendo l’inganno che la regge. Non è solo disumana la prospettiva di reggere il modello occidentale con le bombe, ma è assurdo. Le guerre incrementeranno i fanatismi e il terrore. E la miseria tracimerà come sta già avvenendo sicché non basterà la mobilitazione degli eserciti per arrestare la disperazione dei molti. E i rischi ambientali generati ad un tempo dalla ricchezza del primo mondo e dalla miseria degli altri riguardano tutti.
Soprattutto non è vero che la modificazione possibile del modello di sviluppo dell’Occidente debba ricadere sui lavoratori, a patto che si faccia pagare a chi ha troppo, che si taglino le spese militari, che si orientino più razionalmente i consumi verso le finalità sociali. Perciò il posto del lavoro è nel movimento di critica alla globalizzazione capitalistica e di proposta concreta perché un nuovo mondo sia possibile.

L’Europa del lavoro

E’ dentro questa realtà di campo che un movimento del lavoro deve costruire il suo modo di essere in Europa. La Costituzione che dovrebbe darle un assetto politico sta nascendo lontano da ogni rapporto con la realtà sociale e sotto la pressione di una prevalente opinione di destra. La divisione sulla guerra indica l’esistenza di un gruppo di governi – tra cui quello italiano – più vicini agli Stati Uniti che all’Unione europea. La realtà puramente bancaria e monetaria dell’Europa di Maastricht si era già rivelata, comunque, assai distante, se non avversa, alle rivendicazioni del lavoro. In Europa un movimento del lavoro non ha da battersi soltanto per la causa dei diritti sociali, ma per una grande alleanza che affermi un’altra politica economica, un altro rapporto con il Sud del mondo, una grande sfida di civiltà nei confronti degli Stati Uniti proprio per quello che riguarda il tema della sostenibilità ambientale, della pace, del riscatto dalla miseria e dalla fame dell’Africa, usata per secoli dall’Occidente come terra di rapina e di schiavi. Così come di tanti paesi del sud del mondo.

I diritti e il salario

Il bisogno di pensare e di battersi per un altro modello di sviluppo non è soltanto una necessità per una causa generalmente giusta ma anche per affrontare meglio i problemi immediati posti dalle lotte dei lavoratori. Come dimostra il caso FIAT, c’è una politica industriale, totalmente manchevole, da perseguire. Ed essa avrebbe bisogno di riferimenti forniti non solo da un piano di opere pubbliche spesso faraoniche, devastanti e inutili. Non è vero che è solo un astratto mercato a decidere. Nel mercato ci sono anche gli operatori pubblici: Stato, Regioni, Enti locali. Le scelte della spesa pubblica sono essenziali per l’orientamento del sistema produttivo.
Nel tema del tipo di sviluppo c’è anche però quello della redistribuzione del reddito prodotto. Per quasi un decennio nessuna parte dell’aumento di produttività è andato al lavoro. Ma l’accumulazione così realizzata, la compressione dei diritti, la mano libera delle aziende (a partire dalla FIAT) hanno giovato ai percettori di rendite e profitti ma non all’economia. La questione salariale si pone dunque come terreno determinante di scontro sia perché ormai con gli aumenti richiesti rischia di non esserci neppure il recupero di un’inflazione cresciuta e crescente, sia perché essa è stata ed è lo stimolo alla ricerca e all’innovazione che non possono procedere se le difficoltà di competizione vengono scaricate tutte sul lavoro, il suo costo, i suoi diritti, fino all’enormità dell’economia e del lavoro sommersi che caratterizzano l’Italia. E’ inutile parlare della decadenza di molte imprese italiane se non si ha il coraggio di affrontare la semplice verità che i bassi salari determinano imprese arretrate.

Il referendum
sull’art.18

La lotta per i diritti e la dignità del lavoro ha segnato una stagione di ripresa particolarmente con lo scontro sull’art. 18. La Proposta estensione a tutti i lavoratori della tutela prevista da questa norma è la conseguenza logica della giusta premessa secondo cui il diritto al reintegro in caso di ingiusto licenziamento è questione di libertà e dignità del lavoratore. Si obietta che una questione come questa non si risolve con referendum, ma con la legge. Ma dunque tutte quelle forze che così ritengono potrebbero presentare una legge che accolga la richiesta referendaria impegnandosi contemporaneamente ad un voto positivo se le destre non consentissero il passaggio di una tale legge. Una tale linea unitaria porterebbe ad un sicuro successo. Si obietta anche che il referendum minaccerebbe le aziende piccolissime: ma ciò riguarda solo casi rari, dato che l’assunzione nelle aziende piccolissime è generalmente improntata a criteri di fiducia. Già oggi in queste aziende sono previsti risarcimenti pecuniari in caso di ingiusto licenziamento: non c’è motivo per non prevedere, invece, il reintegro; e comunque, stabilito il principio, la legge potrà regolare i casi particolari. Il valore rilevantissimo di questo referendum è nel rinnovare un patto di solidarietà tra tutti i lavoratori dipendenti. Gli esclusi sono oggi vari milioni. Ad essi sono da aggiungere i milioni di precari per i cui diritti bisogna battersi e la lotta dovrà dunque comprendere anche loro già nella fase referendaria. Si tratta di una battaglia di principio che può avere, se si superano le titubanze, un grande significato di incontro e di unità per tutti i lavoratori italiani.

Una nuova necessaria
intesa democratica

Un movimento del lavoro – che si colloca naturalmente a sinistra – non può disinteressarsi delle sorti del campo di cui fa parte. Un movimento non è un partito. E questo movimento è composto da origini e posizioni diverse. Ma così come è comune il bisogno che ci anima di ripartire dal lavoro è comune il timore che continui la crisi, la debolezza, le divisioni delle sinistre. Le divisioni, però, sono a loro volta conseguenza di divaricazioni politiche profonde. Se si pensasse di affrontarle solo in modo organizzativo – e magari soltanto alla vigilia di qualche contesa elettorale – si coltiverebbe una illusione pericolosa. Alla sinistra proponiamo di incontrarsi sulla questione, per noi essenziale, del conflitto sociale in modo da essere adeguato alle sfide del capitalismo globalizzato.
Di qui occorre partire per una discussione programmatica e politica seria per cercare quelle intese democratiche che sono possibili se si comincia ad uscire dagli steccati. (L’Ulivo da una parte, Rifondazione dall’altra, una sinistra vasta non rappresentata). Noi riteniamo che sia possibile aprire la strada ad una nuova intesa democratica, se si sapranno superare le esperienze politiche ormai concluse in modo fallimentare – come quella della politica neoliberista per tanto tempo seguita anche dal centrosinistra.
Non ci limiteremo ad attendere. Vogliamo lavorare subito sulle molte questioni aperte.

V) IN CONCLUSIONE

Le quattro campagne

L’impegno per la pace, il referendum per l’estensione dell’ articolo 18, la lotta alla precarizzazione e individualizzazione del lavoro, la salvaguardia ed estensione dei servizi sociali contro le privatizzazioni, la previdenza, la democrazia (nel Paese, nelle istituzioni, nell’informazione e nel lavoro) il sostegno alle lotte del lavoro sono i compiti immediati. E dobbiamo cercare tra i lavoratori e le lavoratrici nuove forze e nuova passione politica per i giorni difficili che ci attendono.
Quattro sono le campagne su cui vogliamo immediatamente lavorare in coerenza con la linea fin qui esposta e riassumendone il senso.
Il primo terreno di battaglia per rilanciare il protagonismo dei lavoratori e delle lavoratrici è l’opposizione netta e incondizionata alla guerra. La forma contemporanea della guerra, la sua logica preventiva e la spirale guerra – terrorismo, rappresenta la risposta estrema che il capitalismo globalizzato dà alla propria crisi di egemonia.
Vogliamo dunque essere parte attiva nel movimento di pace. E perciò vogliamo operare perché la opposizione alla guerra, non sia solo dichiarazione di principio ma pratica quotidiana a partire dai luoghi della produzione, poiché contrastare la linea di guerra è indispensabile per contrastare le pratiche autoritarie del liberismo.
Il secondo terreno di lotta è quello dei diritti. La storia dell’ultimo ventennio dei paesi ricchi è storia di attacco ai diritti. In Italia questo si è reso più evidente con l’ascesa al potere di forze politiche che incarnano lo spirito più duro del capitalismo. La difesa dei diritti diventa dunque un passaggio cruciale. Ma per farlo efficacemente i diritti vanno declinati secondo i cambiamenti indotti dall’uso capitalistico della rivoluzione tecnologica, economica e sociale. Da questo punto di vista, in Italia, la battaglia per la difesa dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori va proseguita e rilanciata: in primo luogo con il sostegno al referendum estensivo dell’articolo 18 alle imprese sotto i 15 dipendenti, e contemporaneamente con l’opposizione alle deleghe sul lavoro che il governo ha varato, con la lotta per nuove garanzie sociali a favore dei lavoratori parasubordinati che oggi sono totalmente privi di diritti, e con essi, di libertà.
Un terzo terreno di impegno che ci proponiamo è quello della lotta alla precarizzazione e individualizzazione dei rapporti di lavoro. La precarietà – forma concreta della flessibilità – si traduce nella messa in discussione di tutte le forme contrattuali consolidate, rende instabile il futuro delle persone, genera insicurezza, determina una scomposizione sociale che produce paura, razzismo, conflitti tra gli individuali e tra i poveri. Perciò occorre battersi per dare sicurezza ai lavoratori e alle lavoratrici, per la stabilizzazione dei rapporti di lavoro, per la salvaguardia ed estensione dei servizi sociali pubblici contro le privatizzazioni intervenute in questi anni e le nuove privatizzazioni dei servizi che si annunciano, a partire dalla difesa della previdenza pubblica. Il tema della previdenza dovrà vederci fortemente impegnati contro la delega che demolisce il sistema pubblico.
Il quarto terreno d’impegno è la lotta per la democrazia partecipativa. Essa deve essere condotta con iniziative concrete e costituire allo stesso tempo l’orizzonte generale del nostro impegno. Oggi la democrazia è sottoposta a durissimi attacchi, al punto che vengono messe in discussione le tradizionali forme della democrazia rappresentativa e la divisione dei poteri. La tendenza alla concentrazione dei poteri, alla deriva plebiscitaria, al controllo totale dell’informazione, alla riduzione della magistratura a emanazione del potere politico, va contrastata non solo denunciandone gli esiti, difendendo gli istituti repubblicani e la natura delle democrazie europee, ma dando vita a pratiche partecipative basate sulla redistribuzione dei poteri, mettendo a frutto le esperienze storiche del movimento operaio (a partire dalla tradizione consiliare, con l’obiettivo di ottenere la legge sulla rappresentanza dei lavoratori) e il più recente patrimonio prodotto dai movimenti antiliberisti, femministi e ambientalisti. In questo senso la democrazia per noi è la questione politica centrale perché è allo stesso tempo obiettivo e pratica. Ciò vale anche nelle forme di partecipazione che un movimento politico si deve dare.

Come stare insieme

Vogliamo costruire un movimento aperto alla partecipazione sia di singoli sia di gruppi e associazioni che – quale che sia la loro collocazione nei partiti della sinistra o fuori di essi, nei sindacati e nei movimenti – condividano la sostanza delle posizioni e degli obiettivi riassunti in questo documento.
Questo movimento vuole essere un punto di definizione di politiche concrete e di campagne e iniziative che intervengano nello scontro politico con precisi obiettivi.
I singoli e i gruppi che costituiscono il nostro movimento danno un esempio di convergenza e di unità e scendono dunque in campo per unire e per sollecitare un più generale confronto, un più esteso impegno comune.
Nell’immediato proponiamo di costruire comitati promotori che avviino in tutte le zone del paese il confronto sui temi posti da questo documento, che siano costituiti, innanzitutto, da lavoratrici e lavoratori.
Vogliamo proporre un modo di stare insieme che tenda a superare e a far superare le ossificazioni burocratiche e la teoria della separazione fra dirigenti e diretti.
Intendiamo dar vita ad uno sforzo organizzato per la conoscenza della realtà del lavoro e del suo ruolo nella società, anche promuovendo la costruzione di gruppi di ricerca e di iniziativa dei più giovani.
Lavoriamo per un nuovo orientamento e una nuova forza della sinistra: una forza che si fondi sul lavoro e riaccenda la speranza in un mondo nuovo.
Proponiamo per questo movimento il nome di “Lavoro e Libertà”. Il lavoro è il fondamento della vita associata, la libertà di ogni donna e di ogni uomo l’orizzonte e lo scopo.

TORTORELLA: ALLA RADICE DELLE DIVISIONI E DELLE SCONFITTE DELLA SINISTRA ITALIANA
La relazione introduttiva al seminario dell’8 febbraio da cui è nato il movimento “Lavoro e libertà”