Oltre il lavoro si ritrova sempre il lavoro

A confronto con i “nuovi idoli” e le promesse irrealizzate ma inseguite dalla sinistra di governo

MANUELA CARTOSIO

Infrantosi l’idolo della new economy, i neoconservatori al potere alla Casa bianca l’hanno rimpiazzato a tamburo battente con quello della guerra perpetua. Il capitale in crisi riscopre (ma l’aveva mai dimenticata?) la forza delle armi, archivia una presunta “benevolenza” e dispiega il massimo di “violenza”. Quel che l’impero (con la i minuscola o maiuscola, fate voi) non sa più conquistare con il consenso, lo impone con la guerra guerreggiata. Un seminario tenutosi ieri alla Casa della cultura ha analizzato i “nuovi idoli” teorizzati e praticati dai “marziani” neocons e i “dilemmi della sinistra” che da essi derivano. A far la parte del leone sono stati i secondi, come era ovvio che fosse in un incontro organizzato da tre componenti della sinistra critica, l’Associazione per il rinnovamento della sinistra, Socialismo 2000 e Lavoro e libertà. Il campo dei dilemmi era quello dell’economia e del lavoro, sul quale si scaricano “tragicamente” le politiche dei neoconservatori. “Abbiamo imparato la lezione del `900, l’economia non è tutto, il femminismo ci ha insegnato che esistono anche il simbolico e la relazione tra i sessi”, dice Aldo Tortorella, “questo però non deve diventare una scusa per dimenticare il fondamento economico e il lavoro”. Di questo fondamento Giorgio Lunghini ha tracciato la cornice in un intervento “Guerra e deflazione” che sarà pubblicato sul prossimo numero della Rivista del manifesto.
La globalizzazione è stata la risposta del capitale all’esaurimento del ciclo fordista. Una risposta “avventata e di rapina”, tant’è che dopo un quarto di secolo il problema si ripresenta. In un sistema chiuso, il gioco a rubamazzetto – cercare bassi costi di produzione da una parte e ricchi mercati di sbocco dall’altra – non può continuare all’infinito. “Dopo il giro del mondo ci si ritrova a casa, e in una situazione di deflazione”, più temibile di un’inflazione moderata per l’occupazione e la produzione. “Come si possa uscire da questa strettoia, nessuno lo sa”. Lunghini sa però cosa dovrebbe fare l’Europa: non aderire alla visione americana del mondo, “nell’interesse proprio e della stessa America”. La ricetta è ancora quella keynesiana.
Christian Marazzi non condivide l’analisi di Lunghini: tralascia “quel che è cambiato da Keynes a oggi” e “ripropone l’eterno ritorno dell’uguale”. Il lavoro non è cambiato solo nelle tipologie contrattuali, è cambiata la sua natura. Il postfordismo “mette al lavoro la vita”, ma c’è sempre un’eccedenza che non si lascia catturare dal capitale ed è su questo scarto che “dobbiamo ragionare”. Su questo punto chiave di matrice operaista concordano Alberto Leiss, Andrea Fumagalli e Luisa Muraro. Il pensiero della differenza, sostiene la filosofa, rompe il recinto della “conservazione” e della “resistenza”. “Vogliamo essere noi a indicare il nuovo, anche a costo di scandalizzare”. Se le persone portano al mercato esigenze che la mediazione del profitto e del denaro non può soddisfare, il capitalismo “non regge”. Per questo “portare tutto al mercato”, come fanno le donne, “non è un’aberrazione”.
Con alcuni grafici su salari e povertà negli Usa e un lucido intervento Francesco Garibaldo, dell’Istituto per il lavoro dell’Emilia Romagna, smonta il “pensiero standard” neoliberista, condiviso dalla sinistra “istituzionale” nostrana. “Nulla delle cose buone previste è accaduto”. I fatti dimostrano che i diritti non si conquistano “nel mercato e su base individuale”. Venuto meno un “potere di coalizione” capace di contrastare il capitale, le belle promesse si sono rovesciate nel loro contrario. Il pensiero standard ha dimenticato che il capitale “esiste”; se lasciato libero, le occasioni le volge a suo vantaggio. “Sappiamo tutto, è tutto documentato. Quel che manca è una forza politica o sindacale che ne tiri le conseguenze”.
Mario Agostinelli preferisce qualificare come “eversiva” una destra che ovunque colpisce al cuore i patti sociali del dopoguerra. La sinistra moderata non ha capito questo “salto di qualità”, continua a raccontarsi la favola dello sviluppo illimitato e a proporsi come obiettivo quello di “temperare” il capitalismo. Sul lavoro e sui diritti di cittadinanza la bozza di costituzione europea fa rizzare i capelli in testa. Ciò nonostante, per Agostinelli, l’Europa resta l’unico “aggancio” per non omologarsi al modello americano.
Carla Ravaioli e Gianni Mattioli sottolineano i “buchi” nella discussione. A parole la sinistra è stata conquistata dall’ambientalismo, ma quando ragiona di economia non se ne ricorda. Per Dino Greco, segretario della Cgil di Brecia l’astensione “di sinistra” al referendum sull’articolo 18 conferma che sul lavoro la sinistra non ha più un denominatore comune. “Non è stato un fulmine a ciel sereno, l’uovo del serpente era già annidato nel pacchetto Treu”. Vero, osserva Riccardo Bellofiore, “ma senza tirare il ballo D’Alema e Cofferati, diciamocelo che anche noi in questi anni non ne abbiamo azzeccata una”. La fine del lavoro? Non si è vista. La fine dello Stato? Idem. Nulla di nuovo sotto il sole, dunque? No, le novità ci sono. La più rilevante Bellofiore la sintetizza nella formula “precarizzazione e fondi pensione”.
Molti altri coraggiosi hanno sfidato la sauna della Casa della Cultura per partecipare al seminario. Ci scuseranno se per ragioni di spazio non siamo riusciti a citarli tutti.

GUERRA E DEFLAZIONE

GIORGIO LUNGHINI