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Documento Congressuale

I. L’Italia in bilico

I.1. Il pericolo
La democrazia costituzionale italiana è a rischio. La parte più rilevante della maggioranza di centrodestra preme per accelerare una svolta autoritaria. Le Camere sono già ridotte a cassa di risonanza dell’esecutivo. Continuo e ripetuto è stato l’attacco a tutte le istituzioni di garanzia, dal presidente della Repubblica, alla Corte costituzionale, alla magistratura. La separazione dei poteri è gravemente minacciata e è già violata nei rapporti tra potere legislativo e quello esecutivo. L’isolato gesto di violenza contro il presidente del consiglio – condannato e esacrato da tutte le forze politiche e sociali – è stato utilizzato da parte del centrodestra come occasione per scatenare una campagna asperrima e per minacciare pesantemente tutte le voci critiche. Vengono invocate misure di restringimento delle libertà. Si vuole sempre più inasprire lo scontro politico e sociale anziché porre mano al disagio e alle sofferenze di una parte dei cittadini e sostenere un corretto confronto di idee e di programmi.E’ sempre accaduto che il sovversivismo delle classi dominanti abbia eccitato la violenza per generare repressione. In tal modo in Italia, negli anni settanta del secolo scorso, fu bloccata l’evoluzione del sistema politico verso una democrazia compiuta.Ciò a cui oggi si mira non è il fascismo della prima metà del novecento, che soppresse le istituzioni democratiche, ma la riduzione di queste a simulacri, svuotati di capacità di decisione e di azione. La tendenza al decisore unico è apertamente dichiarata e perseguita.Si tratta di una crisi lunga e profondissima, di una lunga e mai compiuta transizione politica a sistema politico che avrebbe dovuto essere fondato sul principio dell’alternanza di governo, e invece si è rivelato fonte di instabilità e di permanente messa in discussione della coesione nazionale. Sono nate e morte, sia a destra che a sinistra, formazioni politiche fragili e senza un effettivo radicamento. Non c’è da stupirsi, dunque, se una forte corrente di opinione popolare segue questo nuovo indirizzo autoritario che si è affermato nel centrodestra. Si vedono così, tra l’altro, le conseguenze della cecità istituzionale e politica dimostrata dal centrosinistra e da tutte le forze democratiche nell’ignorare la funzione prioritaria e determinante del potere informativo. E’ stata trascurata l’azione per garantire il pluralismo nell’informazione e è stato eluso persino l’elementare dovere di definire le incompatibilità tra concessionari delle frequenze pubbliche televisive, e più in generale tra proprietà dei mezzi di comunicazione, e funzioni di rappresentanza e direzione politica.

I.2. Il primo dovere
Compito essenziale di tutte le forze democratiche è quello di bloccare la possibile spirale tra repressione e violenza e di instaurare un confronto e uno scontro politico secondo le norme costituzionali.In questo quadro il primo dovere delle forze di sinistra e di centrosinistra è lavorare per un fronte ampio di difesa dei principi costituzionali. Essenziale a tal fine è la costruzione di una nuova coalizione democratica, di cui la sinistra sia parte integrante, fondata su pochi punti programmatici, capace di indicare una prospettiva al paese.L’Italia è coinvolta in una crisi economica globale che ne rende incerto il futuro. L’occupazione è duramente colpita, il risparmio esposto alla crisi delle attività finanziarie, le attività produttive e di servizio si sono ristrette. E’ su questa realtà che dovrebbe convergere che dovrebbe convergere la capacità propositiva e l’iniziativa di mobilitazione da parte di tutte le forze che vogliono contrastare l’influenza e il dominio della destra.A questi fine sarebbe essenziale la costruzione di una sinistra capace di guardare ai problemi del Paese e di non rimanere chiusa in se stessa e nell’ambito dei propri interessi di gruppo.

II. A che punto è la sinistra

II.1. Una sinistra stagnante in Europa
La crisi economica ha dimostrato la fondatezza delle critiche al liberismo, la crisi ambientale ha dimostrato la validità della critica al modello di sviluppo, ma le sinistre – moderate o alternative –  sono in regresso o stagnanti nella maggior parte dell’Europa.
– La classica funzione redistributiva delle socialdemocrazie è minata alla fondamenta e non appare funzionale e risolutiva. Le proposte alternative appaiono fumose e/o inapplicabili anche alla stragrande maggioranza delle forze sociali cui ci si richiama.
– La tripartizione delle forze di cambiamento e i loro antagonismi (socialdemocrazia, verdi, sinistre disperse) forniscono la dimostrazione dell’assenza di una proposta innovatrice condivisa e credibile.
– Il personale politico e il modo concreto di praticare le politiche delle sinistre non appare, in generale, seriamente distinguibile da quelli delle forze del centro-destra di impronta liberale.
– Tutto ciò dimostra che non era e non è una speculazione intellettualistica la esigenza posta anche dall’ARS di un ripensamento radicale delle fondamenta delle sinistre e del senso delle parole che essa usa.

II.2. Una sinistra fantasma in Italia
La parte maggioritaria della sinistra italiana ha considerato  che la stessa parola “sinistra” fosse da scartare e che l’unico orizzonte possibile sia quello della liberal democrazia. Tra i vari piccoli partiti che compongono la sinistra che  vuole continuare a definirsi tale si è dimostrata pressoché impossibile ogni reale discussione sui principi per le pregiudiziali considerate irrinunciabili da ciascun gruppo, a partire dalla propria identificazione nominale. Ma ciascuna di queste identificazioni che si richiamano al passato abbisogna di essere sostenuta da tesi programmatiche ed esse a loro volta, per garantire la identificazione, si presentano come poco  o per nulla discutibili. Alla incomunicabilità nei presupposti si unisce spesso la incomunicabilità programmatica.
– Di conseguenza tutti i tentativi compiuti per tentare una unità tra le sinistre e i gruppi che pensano se stessi come alternativi – cui ha doverosamente partecipato l’ARS – sono falliti e ciascun gruppo o partito ha visto e vede il vicino come concorrente, avversario o nemico. Questa abitudine antica è aggravata dal fatto che non solo in Italia, ma qui più che altrove, le collocazioni rappresentative sono tutte retribuite e, dato l’inestricabile intreccio pubblico-privato, garantiscono anche piccoli o meno piccoli vantaggi economici . L’omologazione ai metodi del sottogoverno è generalizzata.
– I tentativi falliti non sono stati inutili. Essi dimostrano che dall’assemblaggio di vecchie esperienze non nasce nulla di nuovo e unitario. Solo da una discussione sincera sui motivi di fondo delle sconfitte passate e sulle esigenze del presente possono nascere  esperienze nuove, capaci di trarre la sinistra dalla sua inconsistenza e irrilevanza utile solo come fantasma e spauracchio per le destre.

III. Le ragioni del declino e la possibilitàdi una speranza

III.1. Uno sguardo rivolto al passato
A rendere ragione del declino delle sinistre in Europa e in Italia sta in primo luogo la difficoltà di rispondere in modo adeguato alle trasformazioni economiche sociali e politiche che hanno cambiato il mondo e gli assetti sociali. Il crollo dei socialismi reali e del movimento comunista – anche dove, come in Italia, aveva manifestato una propria originalità – ha portato gli opposti settori delle sinistre residue a confermarsi nei propri datati convincimenti. I più – e cioè l’ala moderata – hanno ritenuto di veder ribadita in quel crollo la infondatezza di ogni critica di fondo al modello capitalistico e la erroneità di ogni alternativismo. Gli altri – e cioè coloro che avevano combattuto da sinistra lo stalinismo ma anche ogni forma di gradualismo come quello del PCI – hanno considerato ancor più vera di prima una logica di rifiuto e il bisogno di palingenesi.Si è trattato in realtà di un rifugio nel passato. Gli uni e gli altri, hanno mostrato e mostrano una scarsa cultura e conoscenza della realtà e hanno perciò  trascurato o omesso la esigenza di una critica aggiornata al capitalismo contemporaneo, ai motivi dei suoi insuccessi e delle sue crisi, alle sue modificazioni, alle sue nuove contraddizioni.Una tale critica deve essere capace di comprendere le cause basilari e durature della vittoria planetaria del modello capitalistico  che attengono a elementi costitutivi della soggettività nel tipo di incivilimento cui apparteniamo (tra cui: il desiderio e la scelta e cioè l’individuo e la libertà) e, al tempo stesso,deve indagare le cause reali (tra cui: lo stravolgimento delle idee di individuo e di libertà) delle conseguenze drammatiche che la stessa vittoria di quel modello ha generato nel rapporto con la natura e nella divisione tra sconfinate ricchezze e sconfinate povertà.Ciò porta ad evitare (come anche l’ARS ha cercato di sostenere)di ridurre l’analisi marxiana – e l’azione ispirata da idealità socialistiche –  alla questione proprietaria (e cioè alla pura e semplice negazione della proprietà privata) e alla contrapposizione della eguaglianza alla libertà. E a misurarsi con le contraddizioni reali presenti nei punti più alti dello sviluppo.

III.2. Una realtà in movimento
A partire dai paesi di maggiore sviluppo economico  si viene dimostrando il fallimento non solo del liberismo sfrenato, ma anche la fragilità dei rimedi con cui si è cercato di affrontare la insostenibilità del capitalismo ottocentesco sfociato nella prima guerra mondiale. Anche per il timore del contagio russo i rimedi essenziali – a parte il capitalismo senza alcuna democrazia del caso italiano e tedesco – parvero, soprattutto dopo la crisi del ’29, la diffusione della proprietà, la separazione tra proprietà e gestione, una certa estensione della mano pubblica, una maggiore regolazione dei mercati. A ciò si aggiunse, dopo la seconda guerra mondiale, il sistema del welfare. Esso rappresentò un compromesso utile per contenere il contrasto sociale, sia come forma di redistribuzione sia come  fonte di occupazione, e implicò un  nuovo ruolo dello stato e una modificazione del meccanismo economico.E’ l’insieme di queste misure (e valori) che in tempi e in modi diversi è entrato in crisi generando o rinforzando la spinta neoliberista e la controrivoluzione conservatrice (stimolate anche dal sempre più palese fallimento dell’esperienza sovietica). La crisi attuale – però – ha fatto riscoprire anche alle forze moderate – di destra e di sinistra –  una parte di quelle politiche, a partire dalla necessità dell’intervento statale (con l’enorme esborso del danaro pubblico per il sostegno al settore finanziario e – assai meno – alle attività industriali).

III.3. Verso nuove crisi
Nonostante la dura lezione sono state accantonate ben presto anche le misure apparentemente più semplici (l’abolizione dei paradisi fiscali, la fine della produzione e vendita di titoli di credito fondati sul nulla, il freno agli iperbolici compensi manageriali, il divieto della iscrizione nei bilanci di poste inesigibili ecc). E vanno cadendo o immiserendosi molte  delle promesse fatte per porre qualche freno alla catastrofe ambientale. Contemporaneamente, aumenta la pressione sul lavoro dipendente su cui viene caricato – in varie forme, dalle retribuzioni, al fisco, alla precarietà – il peso prevalente del fallimento delle follie  finanziarie di cui altri hanno beneficiato. L’idea che viene diffusa è che la tempesta passerà. La speranza, largamente condivisa, è che tutto si aggiusti e riprenda come prima, anche perché la drammaticità della crescente disoccupazione preme per un lavoro qualsiasi, e la cosa più semplice è continuare con il già noto. L’azione comune di tutte le forze politiche per la difesa e l’incremento del consumo dell’automobile è l’esempio più chiaro. Su questa base le possenti iniezioni di denaro per evitare il collasso economico stanno generando una nuova bolla speculativa, destinata a determinare nuove crisi.

III.4. Il difficile passaggio a una sinistra nuova
Non è vero che questa linea e queste convinzioni siano imbattibili. Vi è anche un bisogno e un desiderio di mutamento  non solo in chi sta peggio. La crisi economica non è finita. Si avverte –  con motivazioni diverse e talora opposte  che occorrerebbe qualcosa soprattutto per le questioni ambientali e per i temi del lavoro. Questo sentimento può sfociare ancora più a destra (razzismo, autoritarismo) di quanto sia già accaduto. Ma non sarebbe impossibile rimontare. A questo scopo occorrerebbe una sinistra popolare, riformatrice, animata da una cultura critica, capace di proposte concrete. Tuttavia il passaggio da una sinistra della redistribuzione della ricchezza prodotta dal modello capitalistico, una sinistra propositiva di un nuovo modello di sviluppo economico e di un assetto sociale meno ingiusto è immensamente difficile. Esso chiede non solo principi nuovi, ma anche un nuovo modello di viverli.

IV. La concretezza dei princìpi

IV.1. Idee in quanto comportamenti
Cultura critica non significa pura e semplice invettiva anticapitalistica e prediche sulla trasformazione del mondo. L’indignazione è necessaria: ma deve suggerire una azione conseguenti  comportamenti. E’ evidente che vi sono problemi che hanno una scala planetaria e altri almeno europea. Essi vanno conosciuti, enunciati, e va propagandata la possibilità di affrontarli e di risolverli. Ma l’effetto serra, il risolleva mento del mondo della fame, il governo della finanza mondiale, il mutamento del modello economico non sono questioni di un paese solo. La loro evocazione senza conseguenze pratiche po’ diventare astrattezza, suscitare sentimenti di impotenza, spingere alla passività. E’ prioritario sapere come io stesso sono coinvolto o che cosa io stesso posso fare, e dunque quale è il quadro di relazioni umane per cui scelgo di dichiararmi di sinistra.Perciò nel “Manifesto di Orvieto” abbiamo affermato la priorità del principio di libertà. Senza libertà non c’è eguaglianza. Ma se si afferma il primato della libertà (per tutte e tutti) una sinistra deve spiegare quale idea di libertà vuole praticare. Noi abbiamo perciò proposto di sostenere e di praticare l’dea di una libertà solidale (ad esempio: il più forte che si ritiene libero solo se aiuta il più debole è all’opposto del più forte che intende la sua libertà come facoltà di opprimere il più debole). E se la sinistra adotta come proprio principio una idea di libertà solidale a ciò deve corrispondere una pratica (ad esempio: la lotta contro la oppressione e lo sfruttamento di tutti, a partire dai più deboli e indifesi).

IV.2. Libertà contro privilegio
Il principio di libertà implica una idea di eguaglianza come affermazione delle responsabilità individuali e il riconoscimento della differenza. (Della differenza di genere. Delle diversità culturali). Il fallimento del modello sovietico così come la crisi del liberismo senza regole sono episodi della più complessiva crisi di una forma di incivilimento fondata sul patriarcato e sul maschile come valore (e cioè disvalore della competizione e della guerra.  Ma ciò porta non solo ad una concezione di una società trasformata totalmente diversa dall’immagine trasmessa delle esperienze fin qui tentate e fallite, ma porta  al dovere di una azione pratica (politica, sindacale,  sociale) volta a superare gli ostacoli  economici e culturali alla autonomia della persona, alla  libera formazione delle personalità, alla creatività individuale, al riconoscimento dei meriti, oltre che alla partecipazione politica (nel solco del disapplicato articolo 3 della Costituzione italiana). Il che è cosa diversa e opposta rispetto a un sistema che si dice liberale ma in realtà è fondato sul privilegio e sull’arbitrio dei forti.

IV.3. Il lavoro e la coscienza di classe
Il lavoro come fondamento, il diritto al lavoro, i diritti del lavoro stanno alla base di ogni sinistra immaginabile e concreta. Ma la difesa e l’affermazione del  lavoro non può implicare più l’idea che ci sia una parte destinata a rappresentarla perché ne propugna a parole la centralità e, magari, la funzione dominante.  I lavoratori e le lavoratrici sanno di vivere in un mercato globalizzato dove l’offerta di lavoro è inflazionata e dove si lavora in grande misura per soddisfare bisogni indotti e mutevoli il che comporta una insicurezza endemica. La produzione di merci rimane essenziale  ma la maggiore quantità di lavoro è nei servizi. Il lavoro intellettuale e specializzato è divenuto di massa ed è decisivo per il funzionamento della economia e della società. Si assiste ad una separazione crescente tra iperspecializzazioni e lavori semi-servili. Una nuova coscienza di classe può nascere solo ad un livello alto di consapevolezza della complessità. Ma una sinistra che voglia partecipare a costruirla deve unire alla conquista di una forte capacità di analisi economica e sociale, una forte capacità di ascolto dei desideri e bisogni  e a questi commisurare l’azione. La scarsa conoscenza della realtà è pari alla distanza attuale tra le sinistre – tutte – e i sentimenti diffusi. Cioè è grandissima.

IV.4. Senza democrazia non c’è cambiamento
L’avanzamento o il regresso nella costruzione della democrazia è sempre funzione della capacità di interpretazione dei desideri e delle volontà popolari da parte delle forze che si propongono di rappresentare le classi che hanno nelle istituzioni democratiche  l’unica possibilità per pesare nella direzione dello Stato.Senza democrazia non c’è speranza di cambiamento. Ma non tutti i concreti modi di concepire e praticare la democrazia offrono le medesime opportunità.  Lo svuotamento delle  medesime istituzioni democratiche e della separazione dei poteri, la negazione di una informazione pienamente libera – processo  ovunque in atto, o in avanzamento, (e in Italia più che altrove) – serve a contrastare o impedire trasformazioni del modello di un assetto sociale, che si dimostra sempre più ingiusto e insostenibile. Ma la difesa della democrazia comporta innanzitutto la lotta per il diritto all’informazione e alla formazione (errore strategici e non tattici sono stati in Italia la mancata legge sulla incompatibilità tra proprietà televisive e funzioni pubbliche è assente o l’insufficiente sostegno alla scuola pubblica).

IV.5. Una autocritica nei fatti per l’ Europa
Non può esistere una sinistra senza una propria idea del mondo e del ruolo che in esso ha l’Europa (e un paese europeo). Le conseguenze terribili della egemonia occidentale prima accennata (il disastro ambientale, il mondo della fame, la crisi economica e, contemporaneamente, la globalizzazione del capitale vanno determinando nuovi equilibri nei rapporti tra le potenze, con l’emergere dei grandi paesi (Cina, India) fino a ieri dominati. L’Europa, che è la maggiore responsabile delle catastrofi del colonialismo di ieri e del sub colonialismo di oggi, essa avrebbe oggi non solo il dovere ma l’interesse – anche per evitare l’esondazione della disperazione e della miseria – di promuovere essa per prima un piano non caritativo ma di impegno di grandi e programmate risorse per aiutare innanzitutto i aesi dell’Africa a costruire le proprie economie. Per farlo, occorre oggi battere non solo il razzismo e il neocolonialismo economico, ma uscire da una condizione di chiusura, che non serve neppure a difendere gli interessi europei. Una politica programmatica di vera cooperazione, però, implica la lotta per una scelta europea di nuovo corso economico, per la democratizzazione delle istituzioni europee, per nuove forme di governo mondiale in luogo del club dei paesi ricchi e potenti che vanno lentamente emergendo.

IV.6. La questione morale, cioè politica
E’ assolutamente insensata una sinistra che fa la predica agli altri e non è capace di costruire – insieme ad una propria autonomia culturale – una comunità organizzata rispettabile. Le sue stesse divisioni e frantumazioni interne testimoniano non solo l’assenza di un progetto condivisibile e condiviso, ma anche la miseria di ambizioni e di personalismi. Un sistema di ipocrisie e di verbalismo nasconde  – ormai a stento –  pratiche avvilenti. Tutta la politica, da sempre, chiede la passione di molti, ma anche l’impegno a tempo pieno di alcuni. Si creano così professionisti della politica e gruppi dirigenti di cui nessuna forza politica può fare a meno. Per quanto piccole si costruiscono burocrazie. Ma esse se sorrette da regole serie, da reciproci controlli, da codici morali degni possono esser e non solo necessarie, ma utili e positive, come accadde in molti periodi storici. E’ pura retorica fingere “disinteresse”. Esso è esistito e esiste solo in momenti eccezionali, quando per passione, vi è chi rischia anche la vita. Nei tempi ordinari l’interesse personale, anche solo per il desiderio di un riconoscimento da parte degli altri, esiste sempre e comunque. Ma il tema è la sua disciplina, il suo limite, la sua utilizzazione per le finalità comuni. A questo fine vanno studiate le regole interne, ma anche una riforma della politica. Finché essa sarà mescolata con i compiti che dovrebbero spettare alla pubblica amministrazione, anziché al controllo sopra di essa, la prima vittima sarà la sinistra medesima facendosi corrompibile e corrotta.

IV.7. Dai principi alla politica
Non basta l’adozione di principi non campati per aria, come quelli cui si è accennato fin qui. Da essi possono e debbono derivare politiche concrete di breve e meno breve periodo. Esse non debbono tendere all’isolamento di una sinistra delle buone intenzioni, ma – al contrario – spingere alla costruzione di un programma per una alleanza democratica non effimera e contraddittoria come quelle dei passati governi di centro sinistra. I temi che risultarono più controversi  (la partecipazione alle guerre, il fisco, l’immigrazione, il lavoro, la sicurezza pubblica, per citarne solo alcuni) andranno esaminati partitamente a sinistra, fuori dalla demagogia e della approssimazione. Ma una grande alleanza deve avere un suo centro e un suo senso determinante. Ed esso sta nella esigenza primaria di salvaguardare la democrazia. Sono passati quindici anni da che si è iniziata la cosiddetta transizione italiana. Era stato promesso un “paese normale”: e, oggi, non c’è nessun paese sviluppato che abbia una situazione così anormale e rischiosa.

V. Alcune proposte per affrontarela crisi italiana

V.1. Difesa della Costituzione
Una linea puramente difensiva non regge di fronte alla demagogia del decisore unico: e, infatti, le forze del centro sinistra non hanno fatto altro che arretrare o rifugiarsi nello scandalismo. Il Parlamento e le assemblee non hanno buona fama: per difenderle l’una e le altre bisogna rivendicare la loro funzione vera, di garanzia per tutto il popolo e innanzitutto per le classi senza potere, rivendicando la loro funzione di controllo insieme con quella di legiferazione E’ urgente, ormai aprire il capitolo della rappresentanza sociale, secondo norme certe. Il Parlamento, dunque, avrebbe il dovere di intervenire in difesa del diritto dei lavori – di tutti i lavoratori – a decidere sui loro contratti di lavoro, non lasciando isolate la FIOM e la CGIL, poiché si tratta di una decisiva questione di democrazia oltreché di elementare  applicazione di principi costituzionali.La discussione sulla legge elettorale dovrebbe essere riportata alla base, ispirandosi alla necessità di restituire autorevolezza alla funzione della rappresentanza rispetto all’invadenza sia dell’esecutivo che delle leadership dei partiti. Una legge proporzionale capace di coniugare effettiva rappresentanza del territorio e delle tendenze politiche (com’è ad esempio, in notevole misura, la legge tedesca) è quella più vicina alla realizzazione dei suddetti obiettivi.E’ maturo da tempo il superamento del bicameralismo perfetto. Sono mature la riduzione del numero dei parlamentari e una legge sui partiti che stabilisca i criteri minimi relativi alla vita democratica al loro interno e alla funzione di canale di comunicazione tra cittadini e istituzioni, così come è previsto dalla costituzione. Dare trasparenza a tutte le forme di finanziamento della politica, secondo norme che mettano in condizioni di pari opportunità tutte le forze, grandi e piccole, che intendono misurarsi nella competizione politica e elettorale.

V.2. Un nuovo “piano del lavoro”
Di fronte alla crisi in atto e allo spettro della disoccupazione galoppante è ora che la sinistra proponga il blocco temporaneo dei licenziamenti, che significa sospensione di tutte le misure di messa in mobilità e di licenziamento, estensione a tutti i lavoratori della cassa integrazione ordinaria, proroga dei contratti a termine e dei contratti a progetto. Solo così sarà possibile impostare una risposta alla crisi che non parta dalla riduzione della base produttiva del Paese, che chiami il sistema delle imprese a quella responsabilità sociale sancita dalla Costituzione, che liberi i sindacati da questa immane opera di difesa dei posti di lavoro in ordine sparso, azienda per azienda, per farli concentrare e collaborare a un piano di riconversione industriale che non abbandoni tra gli obiettivi di fondo della lotta alla recessione quello della piena e buona occupazione.Si può, tuttavia, uscire dalla crisi evitando un nuovo massacro sociale e un arretramento generale della capacità produttiva, solo cambiando il modello di sviluppo, orientandolo verso la produzione di beni fruibili collettivamente e difendendo l’ambiente. Ma questo non si può fare senza valorizzare in tutti i sensi il lavoro umano, quello che produce beni materiali e immateriali, quello manuale e quello intellettuale, quello dipendente e quello realmente autonomo, quello privato e quello pubblico.  E va colto il bisogno che comincia a manifestarsi, a partire dal mondo femminile, di un nuovo modo di pensare il lavoro.Se ci si muove entro questo orizzonte è possibile elaborare un vero e proprio “piano per il lavoro” al cui centro vi sia la scelta del superamento delle grandi opere (TAV e Ponte sullo Stretto) per utilizzare quelle risorse a un progetto fondato sulla salvaguardia del territorio e dell’ambiente dalla devastazione e dal degrado, dalla trasformazione dei sistemi energetici verso le fonti rinnovabili, dicendo no al ritorno al nucleare, su programmi di risanamento urbano che elevino la qualità del vivere e contrastino la speculazione edilizia e immobiliare.Diventa altresì urgente una riforma della fiscalità che riprenda la lotta contro l’evasione fiscale, ripristini la progressività del prelievo fiscale, che tassi i patrimoni e riprenda gli obiettivi della Tobin tax relativi alla tassazione delle transazioni finanziarie.

V.3. L’immigrazione
È un grave errore della sinistra non avere visto la questione migratoria come un classico tema “di classe”, riguardante il lavoro. L’immigrazione clandestina è innanzitutto uno strumento per svilire il prezzo del lavoro , fino alla creazione di nuove schiavitù. Lasciare questo tema alla destra  reagire solo con l’esigenza umanitaria è stato insensato. E tuttavia non va dimenticato che le politiche restrittive verso gli immigrati a partire dalla legge Bossi-Fini sino alle attuali norme sui respingimenti, hanno reso la situazione della clandestinità più grave e ingovernabile. Il dovere dell’accoglienza dunque va sostenuto, ma insieme ad una politica di lotta alla speculazione di padroni, padroncini o anche mafiosi che spezzano la solidarietà tra lavoratori con lo sfruttamento più bestiale. La prima integrazione vera è la regolarizzazione di tutto il lavoro che c’è già. Ma ciò in molte zone del paese è quasi la stessa cosa della lotta contro la criminalità organizzata, in vasta misura padrona del lavoro nero. La realizzazione di questo obiettivo renderebbe più agevole aprire la strada ai principi di reciproca tolleranza per quel che riguarda la fede religiosa, gli usi e i costumi, fino al riconoscimento pieno della cittadinanza

V.4. Lotta alla criminalità
Le mafie sono state da sempre una struttura di potere capace di coniugare tradizione e modernità inserendosi nelle dinamiche economiche al fine di piegarle a proprio vantaggio. Cresciute nel brodo di coltura dell’involuzione clientelare e familistica che nell’ultimo ventennio ha attraversato la società meridionale, sino a condizionare le stesse esperienze amministrative del centro sinistra, le mafie oggi controllano attraverso il fenomeno del riciclaggio proveniente da attività illecite una parte non trascurabile dell’economia nazionale. Il controllo del territorio da parte delle mafie nelle regioni di origine resta un importante strumento di riproduzione del potere criminale. Comporta, altresì, rilevanti effetti negativi sulle realtà locali. Infatti, nelle zone in cui sono più fortemente radicate, il dominio mafioso scoraggia gli investimenti produttivi e crea effetti negativi o perversi sull’attività imprenditoriale. La presenza mafiosa non solo inibisce la crescita economica e sociale, ma altera il quadro delle opportunità dell’economia locale. . Ma l’aspetto più rilevante oggi del fenomeno mafioso è che ormai l’accumulazione di profitti da parte delle organizzazioni criminali avviene attraverso la trasformazione dei capitali di provenienza illecita in fondi leciti, utilizzabili sul mercato legale. È il fenomeno del riciclaggio, a cui segue quella della collocazione dei capitali ripuliti, che può avvenire in parte nel circuito finanziario – sotto forma di depositi bancari, di acquisti azionari, di finanziamento di attività terze -, in parte con la costituzione di patrimoni immobiliari, in parte ancora sotto forma di veri e propri investimenti.Ora, se la lotta alla mafia vuol dire sconfiggere un male sociale che produce una situazione devastante, se è vero che nel meridione è l’unica possibilità per innescare un circuito virtuoso fatto di sano sviluppo del territorio e nuove possibilità occupazionali, oltre alla salvaguardia dei diritti dei lavoratori, se tutto ciò è vero, una sinistra degna di questo nome e all’altezza della sfida che ha di fronte non può non assumere come prioritario un problema come questo.

IV.5. Istruzione e ricerca sotto attacco. Salvare la scuola pubblica
In Italia ricerca e istruzione sono sotto attacco. Si tratta di un fenomeno che dura ormai da venti anni, anche se le politiche dell’attuale governo, rischiano di assestare a questi due campi decisivi per il futuro del Paese il colpo di grazia. E’ il segnale più evidente che l’Italia è in declino.Infatti, se nel resto del mondo negli ultimi due decenni gli investimenti in Ricerca e Sviluppo sono vertiginosamente aumentati, e la quota dei privati ha superato quella delle istituzioni pubbliche, in Italia essi sono diminuiti, la quota pubblica resta oltre il 60% del totale, non perché anch’essa non sia diminuita ma per l’esiguità delle risorse private destinate alla ricerca.Lo stessa cosa sta accadendo per la scuola, dove alla diminuzione delle risorse investite si accompagna a un vero e proprio tentativo di smantellare la scuola pubblica. Ciò risulta ancora più grave se teniamo a mente che il ruolo della scuola, oggi più che mai, si gioca sul terreno della cittadinanza, cioè in una dimensione eminentemente pubblica che attiene alla qualità e al profilo della nostra democrazia.  Ci riferiamo alla capacità della scuola di formare donne e uomini capaci di governare la propria esistenza. Il che vuol dire: educare al rispetto delle regole, alla consapevolezza dei propri diritti, a usare in contesti diversi dalla scuola i saperi e le conoscenze che in essa apprese. Se investire in ricerca è essenziale per impedire un ridimensionamento, anche economico, dell’Italia, nella scuola si tratta di formare mentalità critiche, capaci di risolvere problemi, abituare al dubbio, all’imprevisto, alla curiosità e nello stesso tempo ad un pensiero razionale e scientifico. L’universalizzazione degli scambi, la globalizzazione delle tecnologie, lo sviluppo della società della comunicazione e dell’informazione moltiplicano per gli individui le occasioni di accesso al sapere. Ma cambiano continuamente le competenze per accedere al sapere, così come cambia continuamente il contenuto di questo sapere. Per queste ragioni è necessario sapere di più a ogni livello, ripensare profondamente al sapere che serve, costruire un sistema efficace di educazione  per adulti perché ognuno possa tornare in formazione per  l’intero arco della sua vita.

VI. Il ruolo dell’ Ars in una fase di ricostruzione della sinistra

Nella sua storia ultradecennale l’Ars non si è mai trovata nella situazione attuale, perché la sinistra non è mai stata ridotta ai minimi termini come adesso. Ci si interroga persino se vi sia e dove sia quella sinistra che avremmo voluto “rinnovare”. Di fronte a noi quindi oggi c’è un compito inedito e difficile: partecipare a un’opera di ricostruzione dalle fondamenta, mantenere vivi l’attitudine critica e il nostro profilo culturale e politico e al tempo stesso essere laboratorio di pratiche e di relazioni innovative, interrogandosi con spirito aperto se questa stessa opera corrisponda a un’esigenza obiettiva della nostra società in trasformazione.Vogliamo continuare a interrogarci su un rinnovamento dei principi come abbiamo iniziato a fare con altri nel seminario di Orvieto del 2006 e nell’appuntamento di Pensare a Sinistra nel luglio del 2009, all’indomani della terribile sconfitta elettorale della Sinistra Arcobaleno. Vogliamo mantenere uno sguardo analitico sui cambiamenti sociali, politici e della mentalità che hanno spostato progressivamente a destra parte significativa e qualche volta maggioritaria delle classi popolari, nella convinzione che una sinistra o è popolare o non è. Vogliamo contribuire a costruire campagne di opinione pubblica su temi cruciali – dalla legge sulla validazione dei contratti e sulla rappresentanza dei lavoratori al no al nucleare, alla conquista di nuovi diritti di civiltà quali il “testamento biologico” – capaci di coniugare interessi estesi e ricostruzione di una politica di rinnovamento e di trasformazione. A questo scopo è il momento per l’Ars di strutturarsi come associazione nazionale, con un suo elenco delle iscritte e degli iscritti che ne costituiscono anche la base associativa e la platea congressuale. Vogliamo un’associazione nazionale che possa creare relazioni stabili con una realtà plurale di soggetti e di reti della sinistra presenti sul territorio, che stabilisca rapporti stabili e permanenti, secondo modalità fissate dai suoi organismi dirigenti, con altre associazioni della sinistra in Europa in base a una convergenza di orientamenti e di intenti. Per questo è necessario trovare modalità organizzative che ci consentano di mettere a disposizione un lavoro di discussione e di ricerca, mantenendo aperto il confronto con tutte le forze politiche che operano a sinistra, senza steccati e con spirito unitario.Il congresso sarà perciò chiamato a decidere i modi organizzativi di questo confronto e a varare anche una riforma statutaria corrispondente all’evoluzione politica e organizzativa dell’associazione sopra descritta che comprenda anche norme relative all’avvicendamento dei gruppi dirigenti e ai limiti di mandato nelle cariche associative.