Ma non siamo una Repubblica fondata sul lavoro?

PAOLO CIOFI

I lavoratori della Innse hanno lanciato un segnale forte che dobbiamo raccogliere contro la svalorizzazione e la distruzione del lavoro (inteso come abilità manuali, conoscenze tecniche, patrimonio culturale accumulato), che è una caratteristica di fondo della cosiddetta transizione italiana. E che, nel pieno di una crisi che accelera tutte le tendenze negative preesistenti, sta portando il Paese ai confini del decadimento e della dissoluzione dell’unità nazionale. Se gli operai sono costretti ad arrampicarsi in cima a un carro ponte per dimostrare che esistono e che vogliono lavorare impedendo la distruzione della loro fabbrica, vuol dire che questa società è malata. Di cosa parliamo, se non di un capitalismo parassitario e distruttivo? E se la polizia di Stato viene schierata contro chi difende la propria dignità e libertà secondo un diritto costituzionalmente garantito, c’è poco da dire: è davvero allarme rosso per la nostra democrazia. Sebbene liberali illustri non sembrano curarsi di questo uso improprio della forza pubblica e del sistematico attacco al diritto al lavoro che dura da anni. Come se tra questi ingombranti dati di fatto e il degrado democratico del Paese non vi sia alcun nesso. In verità, non è la prima volta che gli operai sono costretti a stare sospesi sopra le nostre teste per segnalare le loro presenza di uomini vivi, produttori della ricchezza reale della nazione e dunque del nostro benessere. E quando allarghiamo lo sguardo ci accorgiamo che la Costituzione della Repubblica fondata sul lavoro è sempre stata un terreno di lotta. Nel secolo passato non dimentichiamo i morti operai e contadini di Reggio Emilia, di Portella della Ginestra, di Melissa e Montescaglioso, e altri ancora. Ma oggi la situazione è ben diversa. Il rovesciamento dei principi fondativi dell’Italia repubblicana è ormai concretamente praticato da chi governa, e le lavoratrici e i lavoratori dipendenti sono stati cancellati come soggetto politico autonomo, aprendo una voragine nel sistema della democrazia rappresentativa. Anche per questa ragione i lavoratori della Innse vanno ringraziati. Autorappresentandosi e dandosi visibilità con un gesto clamoroso che non danneggia nessuno, hanno squarciato l’indifferenza delle forze politiche e l’oscuramento dei media, e hanno portato alla luce la questione centrale di questa crisi. Quale ruolo assegnare al lavoro, cioè alla classe dei lavoratori dipendenti, alle donne e agli uomini che in cambio di una retribuzione alienano le proprie capacità intellettuali, psichiche e fisiche? E come aprire la strada a un diverso assetto socio-politico che superi il paradigma attuale, costruendo per le generazioni presenti e future una diversa prospettiva? L’articolo uno della Costituzione, esempio irraggiungibile di sobrietà e chiarezza nel vuoto rotear di chiacchiere che ci travolge, in sole 24 parole compie una vera e propria cesura storica con il passato del fascismo e costruisce in pari tempo un ponte verso un futuro di uguaglianza e libertà, che deve essere ancora percorso: «L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro. La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione». Da una parte il principio fondativo configura la forma dello Stato e i contenuti della democrazia ponendo il lavoro anche come fattore coesivo dell’unità nazionale, dall’altra esso si articola in un fitta trama di diritti nuovi – i diritti sociali – che oltrepassano i confini del vecchio Stato liberale promuovendo una nuova cittadinanza. In altri termini, il fondamento del lavoro e il suo valore normativo non è scisso dalla classe dei lavoratori (i “prestatori d’opera” di antica memoria), e anzi ne sollecita il protagonismo anche per impedire che il governo degeneri in arbitrio e tirannide. I lavoratori-cittadini conquistano così il diritto di organizzarsi liberamente nei sindacati e nei partiti perché ai nuovi diritti sia data attuazione. E dal principio dell’indivisibilità dei diritti civili, sociali e politici, deriva che l’organizzazione sindacale è libera, come è libera l’associazione dei cittadini nei partiti «per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale». Dunque, non più deleghe al sovrano (per casato o per censo), o a ristrette élites politiche: la politica acquista essa stessa una dimensione sociale e di massa. Proprio nella sintesi tra il sociale e il politico, che riconosce nel lavoro l’idea-forza di una nuova civiltà ma anche la forza materiale che trasforma il modello di società, risiede il carattere innovativo della Costituzione, da mettere ancora a frutto anche in ragione delle continue mutazioni del lavoro e del capitale. In questo oscuro tempo di crisi non possiamo buttare nel cestino un’ acquisizione di straordinaria importanza che sorregge l’impianto costituzionale, vale a dire che una persona senza lavoro non è titolare di un diritto umano fondamentale, e quindi non è libera. Vi è qui il riconoscimento di una disuguaglianza di partenza tra chi è proprietario degli strumenti di produzione e di comunicazione e chi dispone solo delle proprie capacità intellettuali e fisiche, che è costretto a vendere sul mercato. Questa sostanziale disuguaglianza fa sì che la peculiare compravendita in cui si configura il rapporto di lavoro non sia assimilabile ai contratti regolati dal diritto civile, che presuppongono condizioni di parità tra i contraenti. Quindi, perché siano effettivi i diritti del lavoro e perché sia reale la libertà delle persone, sono indispensabili altri strumenti di tipo istituzionale e normativo, culturale, sindacale e politico. E proprio perciò, come osservava uno dei padri fondatori, la Costituzione corregge lo stato di inferiorità del lavoro rispetto al capitale, e il diritto di sciopero – che nella Carta ha «valore pubblicistico» – bilancia il possesso dei «beni economici». Il lavoro, dunque, come basamento dell’uguaglianza e della libertà e come fattore costitutivo della persona, oltre che come forza produttiva fondamentale dei beni materiali e immateriali. Se in questi anni abbiamo assistito a una generale e virulenta lotta di classe, su tutti i terreni, del capitale contro il lavoro nel tentativo di rovesciare anche formalmente l’impianto costituzionale, di cui il centro-destra è stato artefice e protagonista, sul versante opposto il centro-sinistra ha subito l’offensiva e anzi l’ha agevolata, avendo abbandonato il lavoro come riferimento. Se Berlusconi dice che «ciò che va bene alle imprese e agli imprenditori va bene a tutta Italia», Prodi, Veltroni e D’Alema non hanno mai detto che il futuro e il presente dell’Italia risiede nel lavoro sociale e nella sua valorizzazione, l’unica vera grande risorsa di cui disponiamo. Si è spezzato così il nesso tra il sociale e il politico, tra i lavoratori dipendenti e la sinistra, per dar luogo a un bipolarismo istituzionale socialmente consociativo, conchiuso nell’alternanza di governo tra due pezzi della borghesia. Ma mentre il capitale dispiegava a tutto campo la sua lotta di classe, i “riformisti” hanno alzato le mani dichiarando che la lotta di classe era finita: le ragioni del lavoro sono state inglobate negli interessi del capitale e nella cultura d’impresa. D’Alema è stato molto chiaro: «Mai più un riformismo fondato sul lavoro dipendente». E anche Veltroni: «Siamo riformisti, non di sinistra». D’altra parte, sul versante alternativo, la teoria delle “due sinistre” si è dimostrata in realtà un nobile abbellimento di uno stato di fatto ben diverso, dal momento che l’una aveva abbandonato i lavoratori dipendenti come riferimento sociale e l’altra non è mai stata in grado di rappresentarli, e di costruire con essi un progetto di rinnovamento dell’Italia. Nell’un caso e nell’altro, nonostante gli sforzi pur generosi di Rifondazione, la politica ha assunto una torsione istituzionalmente autoreferenziale. E forse proprio per questo la Costituzione e il suo enorme potenziale innovativo non sono stati veramente al centro dell’interesse delle “ due sinistre”. Oggi non c’è dubbio che il passaggio decisivo consiste nello spostamento del baricentro della politica dalle istituzioni alla società. Muovere da un punto di vista di classe per svolgere una funzione democratica e progressista nella dimensione nazionale ed europea: questo è il problema. Se la politica separata dal sociale si risolve in politicantismo o in puro tatticismo, proprio l’organizzazione politica di classe dei lavoratori dipendenti, rifiutando una visione totalizzante della società e dello Stato imposta dall’esterno, ma proponendosi come parte che si confronta e lotta democraticamente con altre parti, garantisce l’espressione di un vero pluralismo sociale e politico. In altri termini, la parzialità dell’organizzazione politica del lavoro è il presupposto dell’universalità dei diritti, e dunque dell’esercizio della libertà. Ecco perché la Costituzione è una bussola di straordinaria modernità che dobbiamo imparare a usare nella tempesta della crisi, anche per orientare il cammino verso il superamento dei rapporti capitalistici di proprietà. Perciò in conclusione, riflettendo sulla lotta della Innse, avanzo due proposte. La prima: che la sinistra assuma la Costituzione e l’applicazione rigorosa dei suoi principi come riferimenti fondamentali nelle lotte d’ autunno. La seconda: che si lanci in pari tempo una campagna d’informazione e formazione, per costruire una consapevolezza di massa intorno alla portata innovativa e rivoluzionaria della Carta fondamentale. Mettiamo, con la Costituzione, uno scudo e una spada nelle mani di tutti i lavoratori italiani e stranieri che vivono in questo Paese.

Liberazione 11/8/2009

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