La sinistra deve fondarsi sulle contraddizioni del presente

Un intervento di Mario Alcaro nel confronto aperto dall’Ars sui nuovi fondamenti per la politica della sinistra

Credo che le “note per la discussione” del II Congresso dell’Associazione per il rinnovamento della sinistra offrano una buona piattaforma di confronto fra tutti coloro che sono impegnati a dare una “rappresentanza politica all’area di sinistra che oggi ne è priva”. E credo che in tale piattaforma ci siano vari spunti nuovi tanto sul terreno della riflessione che su quello della proposta politica. Io qui vorrei coglierne, e accentuarne secondo il mio punto di vista, due: l’anti-liberismo e la democrazia partecipativa. Sono due temi che, a mio parere, dovrebbero costituire un terreno comune per tutte le forze politiche interessate alla proposta di una rifondazione della sinistra.

Occorre partire dalla constatazione che non è all’ordine del giorno nell’agenda politica della sinistra l’abolizione della proprietà privata, la soppressione dell’impresa, il superamento del mercato. La parola d’ordine dell’abbattimento del sistema economico capitalistico non è oggi credibile. Credibile, invece, è l’obiettivo di contrastare e sconfiggere quei processi attraverso i quali la società, nella sua interezza, viene soggiogata al mercato, rimodellata secondo le sue leggi e trasformata in “società di mercato”. L’ideologia che interpreta e s’incarica di mettere in pratica il modello di “società di mercato” è il liberismo. Contro di esso è possibile attivare e mobilitare la stragrande maggioranza della popolazione, alla quale sono costantemente sottratti pezzi rilevanti della propria vita (che sono poi restituiti in forme degradate).
Le conseguenze politiche di questo tipo di impostazione dei problemi del presente sono cospicue. La prima conseguenza è che occorre partire dall’interno dei processi produttivi – la lotta sui luoghi di lavoro – per contrastare e porre argini e confini alla sconfinata valorizzazione del capitale e alla crescita smisurata dei profitti. La seconda è che tale lotta non costituisce – come succedeva nel passato – la base o il nucleo centrale cui vanno riferite e che sintetizzano tutte le altre contraddizioni del nostro tempo. La terza è che, “conseguentemente”, la classe operaia non può essere considerata ancora come il soggetto rivoluzionario, ma come uno dei soggetti che accanto ad altri può contrastare e sconfiggere i processi liberisti dell’assoggettamento dell’intera organizzazione sociale, politica e culturale, alle regole dell’economia di mercato.
C’è da essere d’accordo con quella parte delle Tesi congressuali di Rifondazione comunista in cui si sostiene che “l’individuazione dei referenti sociali nella costruzione dell’alternativa non può essere affidata ai paradigmi del passato, né si può concepire lo schieramento sociale dell’alternativa come una semplice riedizione dei classici concetti di blocco sociale, per cui attorno alla classe rivoluzionaria per eccellenza, che costituiva il motore umano del processo produttivo, andavano uniti ceti superiori o le classi che avevano perso di centralità a causa del pieno avvento del capitalismo industriale”. Non si può chiedere agli strati sociali intermedi che si schierino con il lavoro e contro il capitale esclusivamente per motivi morali o per solidarietà o per sim-patia verso i proletari.

Il giudizio politico – quello che si dà come organizzazione politica e quello che si chiede al militante e all’elettore – deve riguardare gli effetti del sistema e la loro rispondenza alle molteplici esigenze sociali, non la loro origine e natura classista. Il capitalismo offre la sua merce e la immette sul mercato. Ad ognuno spetta il compito di giudicare se è, dal proprio punto di vista, conveniente.
Ciò non significa – in alcun modo – che la lotta dei lavoratori per la salvaguardia dei propri interessi e dei propri diritti abbia perso valore politico o, peggio, che sia da abbandonare. Essa mantiene tutta la sua importanza politica e tutta la sua centralità nell’azione della sinistra , anche se non può più rappresentare il terreno d’incontro e di unificazione degli interessi e delle esigenze di altre parti sociali. Queste, come, del resto, i singoli individui, devono giudicare gli effetti del sistema produttivo-distributivo sulla loro pelle, sul proprio modo d’essere, sulla qualità della loro esistenza.

C’è qualcosa che rende inaccettabile ai più, se non proprio a tutti, il modello capitalistico di società? E che cos’è questo qualcosa che, per sua natura, non può corrispondere ad esigenze generalmente diffuse sul piano sociale?
Ciò che rende distruttivo – e perciò inaccettabile – il modello sociale capitalistico è l’insaziabile cannibalismo dei parametri economici e aziendalistici, i quali sconfinano dal loro proprio ambito – quello economico, per l’appunto – e invadono tutti gli altri territori dell’organizzazione sociale e politica. Diventano dei principi universali che fondano l’Occidental Way of Life.
Si può parlare di cannibalismo di tali paradigmi per il fatto che essi poco alla volta ingurgitano, divorano e assimilano tutti i molteplici piani su cui si articola la civilizzazione umana. Si può parlare, se si preferisce, di bulimia di tali criteri perché essi non si stancano di ingoiare i vari pezzi che, nella loro autonomia relativa, costituiscono il complesso meccanismo sociale.
Vediamo quali sono i bocconi più ghiotti della <<grande abbuffata>> di quella <<vacca sacra>> che è l’economia dell’Occidente capitalistico.
Il boccone più prelibato è costituito dall’economia di sussistenza e dalle forme di organizzazione sociale e culturale dei Paesi del terzo mondo, che sono diventati terreni di conquista dell’impero economico occidentale. I dati forniti dall’Onu sono raccapriccianti. Il fenomeno è così tristemente noto da non richiedere alcun commento. Esso suscita – e non può non suscitare – indignazione e disgusto in ogni essere che può ancora essere definito umano.
Un altro boccone appetitoso è lo Stato sociale. Come si sa il Welfare viene rosicchiato poco alla volta, pezzo per pezzo. Alla fine esso sarà consumato nella sua interezza, come per altro raccomanda esplicitamente il massimo teorico del liberismo odierno, Robert Nozick. Egli sostiene che a tutti i cittadini, compresi i nababbi che dispongono di patrimoni smisurati, spetta pagare allo Stato soltanto le tasse per l’erogazione dei servizi necessari al funzionamento dell’organizzazione sociale. E non di più. Lo stato sociale che si preoccupa di una perequazione e di una ridistribuzione della ricchezza in favore dei soggetti più deboli e poveri, compie un arbitrio, un atto illegittimo, un abuso autoritario del tutto ingiustificato. E’ una sorta di reato legalizzato. Infatti, egli argomenta, un industriale potente gode di enormi ricchezze per il semplice fatto che una moltitudine di individui ha deciso liberamente di acquistare i suoi prodotti. Così, la grande star cinematografica o il grande campione sportivo godono di redditi da capogiro, ancora una volta, per il fatto che numerosi cittadini scelgono i loro spettacoli e le loro performance e sono disposti a sborsare parte dei loro guadagni per andare a vederli. Rispetto a questa libera circolazione della moneta fra gli esseri umani, lo Stato non ha da far altro che tirarsi da parte. Non deve immischiarsi. Non deve intervenire. Lo Stato sociale ha, invece, pretese autoritarie. E con atti che devono essere considerati come furti legalizzati, toglie ai più ricchi per dare ai più poveri.
Altri ingredienti sostanziosi del lauto pasto dell’economia occidentale sono: 1) l’autonomia della politica (i politici e le istituzioni statuali si sono trasformati in funzionari e apparati al servizio dei grandi potentati economici globali); 2) la ricerca scientifica e lo sviluppo tecnologico che viene incorporato nei sistemi produttivi.(Si badi che innanzitutto la prima, la ricerca scientifica, e, di conseguenza il secondo, lo sviluppo tecnologico, sono beni comuni. Hanno un carattere di per se stesso pubblico, devono di norma adottare criteri e perseguire finalità di interesse generale. Ed invece persino i geni sono diventati una merce che può essere acquistata al mercato : il mercato dei codici genetici. Come dice Rifkin, la ricerca scientifica è ormai <<ostaggio delle multinazionali. I risultati degli studi non sono più patrimonio comune. Tutto è coperto da segreto commerciale>>); 3)l’istruzione, la formazione e i sistemi educativi, che, se perdono la loro autonomia – ossia se sono finalizzati al mercato del lavoro e alle sue richieste – , non sono più tali, si snaturano e smarriscono la loro funzione primaria fondamentale; 4) l’ambiente naturale, che diventa sempre di più e soltanto riserva naturale, magazzino di materie prime e di energia, terreno di discarica dei rifiuti e dei consumi energetici; 5) il territorio, che è una sintesi di natura e storia, dal momento che esso risulta dal lungo lavorio storico che l’uomo esercita sul contesto naturale, e che è sistematicamente distrutto dal grande artefatto umano, dai non-luoghi delle megalopoli contemporanee e dai non-luoghi degli ipermercati, nei quali si perde ogni contatto con le produzioni locali, i prodotti locali, gli scambi dei beni locali (Alberto Magnaghi); 6) le comunità, anch’esse sintesi, a livello più alto, di natura e cultura, con le loro relazioni personalizzate, i legami interpersonali, la forza delle appartenenze, l’identificazione con i luoghi e le tradizioni. Esse sono ormai realtà residuali. Le loro diversità vanno scomparendo perché non sono funzionali ai mercati che richiedono omologazione di comportamenti, di abitudini, di gusti, di consumi; 7) le identità locali, ossia l’ethos, i valori, la cultura di popolazioni che condividono una storia, uno specifico rapporto col territorio, un modo particolare di intendere la funzione civilizzatrice e di dare un senso alla propria esistenza.
In sintesi, il modello economico occidentale ingurgita pezzi decisivi dell’organizzazione sociale e della vita umana, li assimila e li trasforma in ingranaggi del suo meccanismo. E’ come il dio Crono che ogni anno divorava i figli generati da Rea, sua sorella e sposa, la quale si decise a chiedere aiuto alla grande Madre Terra per sottrarre alle fauci di Crono l’ultimo dei suoi figli, Zeus.
L’ideologia in cui si esprimono, senza pudori e reticenze, gli insaziabili appetiti proprietari è il liberismo, che è la teorizzazione della riduzione di ogni lato dell’umano vivere e pensare al gigantesco meccanismo della produzione e del mercato globali.
Proprio per questo il liberismo deve segnare un netto discrimine per ogni forza che voglia dirsi di sinistra. Non si può essere di sinistra se non si è anti-liberisti. Si può pensare che la proprietà e il mercato abbiano una loro funzione e un loro ruolo nella società; si può registrare che la loro abolizione nei Paesi dell’Est non abbia dato risultati minimamente accettabili; si può ribadire l’utilità dell’interclassismo e della pluralità delle forze economiche e dei soggetti sociali; ma non si può accettare quella sorta di libertà di uccidere l’autonomia dei vari ambiti costitutivi della natura umana che il liberismo teorizza e pratica. Contro di esso i lavoratori dovranno rivolgersi, come Rea, alla grande Madre Terra per salvare, una seconda volta, Zeus, ossia ciò che c’è di divino nell’esistenza umana e nella vita.

L’obiezione più prevedibile a quanto fin qui s’è detto è quella classica: non si può separare il processo produttivo dai modi di produzione; e dunque, anziché disperdersi nei mille rivoli delle manifestazioni della contraddizione di classe, conviene concentrare le forze per colpire al cuore il sistema.
Ebbene, io credo che un progetto politico – se per progetto politico non s’intende un teorema o un ragionamento che dai principi deduca le forme e i contenuti delle lotte – debba necessariamente radicarsi 1) sulle contraddizioni del presente più macroscopiche più trasparenti e più percepibili (anche da chi non è dotato di una robusta coscienza di classe, ma dispone quanto meno di dosi di buonsenso sufficienti per avvertire che molte delle dimensioni fondamentali della sua vita gli vengono sottratte e poi restituite in forme degradate); 2) sui soggetti in campo, sui movimenti e sulle culture che esprimono più o meno spontaneamente tendenze antagonistiche ai processi della globalizzazione in atto.
Quali sono i soggetti sociali, i movimenti, le culture antagonistiche da cui partire? Innanzitutto, ovviamente, i protagonisti della contestazione alla globalizzazione liberista: i no-global, il popolo di Seattle e di Genova, il movimento dei movimenti. Dico cose scontate, senza alcun dubbio, ma faccio notare che i giovani che protestano nelle capitali del mondo non sono portatori di istanze di classe, cioè non sono interpreti delle esigenze di una determinata classe sociale, così come essi non ritengono di dover rappresentare un partito e neanche i bisogni negati di un determinato popolo. Essi non rivendicano interessi particolari di un territorio oppresso, di uno Stato, di una singola nazione. Sono portatori di un interesse comune di tutto il genere umano e si scontrano con il tentativo dei potenti della terra di imporre a tutto il globo terrestre i loro interessi di parte.
Lo stesso si può dire per quei soggetti che si battono in nome di una coscienza ecologica planetaria, ossia per tutti quei movimenti e organizzazioni che si oppongono al progressivo inquinamento della vita e dei processi naturali. Anche qui una coscienza planetaria, dunque di genere (da ente generico), radicata sulla consapevolezza di essere cittadini del mondo, si scontra con il processo di occidentalizzazione del mondo e con la dittatura del mercato.
Queste forze antagonistiche e le loro culture non sono in contraddizione con le lotte operaie e le mobilitazioni del lavoro dipendente. Né si può in alcun modo dire che esse rappresentino un’alternativa al movimento dei lavoratori. Esse semplicemente si accompagnano alle lotte di quel soggetto che storicamente è stato il movimento operaio il quale oggi contrappone gli interessi di classe e i diritti dei lavoratori alla <<corsa verso il fondo>> della globalizzazione liberista: una corsa che comporta <<il peggioramento delle condizioni lavorative, sociali e ambientali, in quanto risultato della competizione globale per i posti di lavoro e gli investimenti>> (Brecher-Costello).
Con questo tipo di globalizzazione si vuole trasformare <<la grande fabbrica del mondo>> in una smisurata azienda e l’essere umano in un <<homo sapiens-demens>> sensibile unicamente ai principi aziendalistici della ragione calcolante.
E’ per questo che acquistano pari dignità e valore politico tutti quei movimenti che difendono, contro l’incontenibile voracità dell’impresa, l’autonomia delle varie dimensioni su cui si fonda la complessità della condizione sociale e umana: l’autonomia della ricerca scientifica e dell’istruzione; l’autonomia dei processi naturali e delle regole proprie della vita, rivendicata giustamente dalla bio-etica (e su questo terreno occorre registrare l’esistenza di sterminati giacimenti di risorse umane rappresetati dalle coscienze cristiane e religiose); l’autonomia degli stili di vita, delle appartenenze e delle identità; l’autonomia del nostro essere biologico ed insieme delle relazioni umane: <<le relazioni fra gli uomini e la società, fra gli uomini e la conoscenza, fra gli uomini e la natura>> (Edgar Morin).
Ne esce fuori un quadro in cui un obiettivo, su tutti, deve porsi come prioritario: quello democrazia partecipativa. Ecco l’altro grande tema, ecco l’altro elemento comune a tutte le forze che vogliono costituire un polo o una federazione delle organizzazioni della sinistra. Offrire, sul piano locale, agli individui e ai gruppi sociali l’opportunità di difendere dalla logica predatoria dell’aziendalismo <<le acquisizioni della nostra eredità di cultura e civiltà>>. E offrire, sul piano internazionale, a tutti i popoli della terra l’opportunità di far valere i propri diritti secondo procedure e regole di tipo democratico.