I neoconservatori e i dilemmi della sinistra. I nuovi idoli Capitale, lavoro, guerra perpetua.

Incontro promosso a Milano il 25 giugno 2003 da: Associazione per il rinnovamento della sinistra, Socialismo 2000, Movimento Lavoro e libertà.

Relazione di GIORGIO LUNGHINI: Guerra e deflagazione

Parlare oggi di deflazione è forse prematuro, poiché non c’è ancora una diminuzione generalizzata di tutti i prezzi; tuttavia ci sono ragioni per temerla, di per sé e per le sue conseguenze. La Grande depressione di fine Ottocento, scriveva A. Marshall, era cominciata proprio con una prolungata “depressione dei prezzi, depressione degli interessi e depressione dei profitti”. Soprattutto dei profitti, naturalmente. Anche quella depressione si era accompagnata a un processo di globalizzazione e di finanziarizzazione dell’economia. È difficile dire se queste prospettive di deflazione siano sintomo o causa della depressione in atto, mentre è ragionevole sostenere che deflazione e depressione sono oggi conseguenze della globalizzazione, di questa globalizzazione. Una globalizzazione il cui fondamento ideologico è il cosiddetto Washington consensus circa l’opportunità di tornare a una rozza visione prekeynesiana dell’economia: disciplina fiscale; liberalizzazione finanziaria; liberalizzazione del commercio internazionale; apertura incondizionata delle economie agli investimenti diretti; privatizzazione delle imprese; deregolamentazione dei mercati; protezione totale dei diritti di proprietà intellettuale delle multinazionali.


Questa globalizzazione è stata la risposta del capitale all’esaurimento del lungo ciclo fordista e alla conseguente caduta del saggio dei profitti nei settori tradizionali dell’economia. È però stata una risposta avventata, di rapina piuttosto che di riproduzione allargata, e dopo un quarto di secolo il problema si ripresenta. Nella situazione attuale si profila un intreccio delle tre forme marxiane – e keynesiane – della crisi: da tesaurizzazione, cioè in seguito alla diversione dei capitali dalla accumulazione di capitale produttivo alla speculazione finanziaria; di sproporzione tra investimenti e consumi; e di realizzazione, per insufficienza di domanda effettiva. È una trappola da cui è difficile uscire.
Circa la speculazione finanziaria conviene ricordare che è un gioco tutt’al più a somma zero. A differenza della produzione di merci, la speculazione finanziaria è un gioco in cui non possono vincere tutti; c’è chi guadagna e chi perde e è anche possibile, in una situazione di crisi, che perdano tutti. Nel processo di globalizzazione degli ultimi decenni, d’altra parte, alla espansione della capacità produttiva e dell’offerta di merci non si è accompagnata, né poteva accompagnarsi, a livello mondiale, una espansione proporzionale dei consumi: per la semplice ragione che contemporaneamente si è avuto, tra paesi e all’interno dei singoli paesi, uno spostamento nella distribuzione del reddito dai poveri ai ricchi, dai salari ai profitti e alla rendita finanziaria. I capitalisti contemporanei hanno dimenticato la lezione di Henry Ford: che i salari sono sì costi di produzione, ma sono anche potere d’acquisto. In un mondo bene ordinato, e non solo per ragioni di giustizia sociale, i lavoratori dovrebbero poter comperare, con il reddito tratto dal lavoro prestato nelle fabbriche e negli uffici, ciò che ritrovano come consumatori sugli scaffali dei supermercati. Forse i capitalisti credono ancora nella legge di Say, cioè che l’offerta crea la domanda, ma così non è. È vero invece il contrario: è la domanda che crea l’offerta e dunque l’occupazione. Se i redditi da lavoro sono bassi, sarà bassa la domanda per consumi; se la domanda per consumi è bassa, non ci sarà motivo per fare nuovi investimenti; dunque saranno basse la produzione e l’occupazione. Alla fine saranno bassi anche i profitti, e ci sarà depressione.
I singoli capitalisti, e i singoli paesi, contavano di sfuggire a questo circolo vizioso proprio con la globalizzazione: cercando bassi costi di produzione da una parte e ricchi mercati di sbocco da un’altra. Ma poiché il mondo è un sistema chiuso, una politica di beggar my neighbour, il nostro rubamazzetto, non può continuare all’infinito: dopo il giro del mondo ci si ritrova a casa, e in una situazione di deflazione. Si potrebbe pensare, e così sarebbe per il singolo consumatore, che una situazione di prezzi calanti sia una situazione desiderabile. Ma per un sistema economico nel suo complesso, e per il mondo nel suo complesso, così non è. In verità la deflazione è temibile, e più temibile di una inflazione moderata, soprattutto per le sue conseguenze sulla distribuzione del reddito e della ricchezza.
In una economia monetaria di produzione una elevata flessibilità verso il basso dei prezzi e dei salari non ha affatto un effetto stabilizzante, né favorisce la piena occupazione. Come hanno spiegato Keynes, Fisher, Kalecki, Lerner, Tobin, Minsky e altri, in un contesto di concorrenza imperfetta e soprattutto se i salari scendono più rapidamente dei prezzi, ci sarà uno spostamento nella distribuzione del reddito dai percettori di salari ai percettori di profitti e rendite. Una diminuzione dei prezzi, d’altra parte, fa aumentare il valore reale dei debiti e dei crediti e dunque determina uno spostamento della ricchezza privata, in termini reali, dai debitori ai creditori (sempre che i primi non siano falliti). Poiché ci sono ragioni per ritenere che i percettori di profitti e di rendite, così come i creditori, abbiano una propensione (marginale) al consumo minore di quella dei percettori di salari e dei debitori, ne seguirà una diminuzione della propensione (marginale media) al consumo e perciò della domanda effettiva, dunque dell’offerta, dunque dell’occupazione.
Se poi una riduzione dei prezzi e dei salari alimenta aspettative di una loro diminuzione ulteriore, ciò peggiorerà le aspettative di profitto degli imprenditori e di conseguenza anche gli investimenti diminuiranno. A ciò si può aggiungere che la deflazione aumenta la fragilità finanziaria del sistema economico, così che piccoli shock possono avere conseguenze gravi, nella forma di fallimenti, qualora il livello di indebitamento del sistema sia cresciuto troppo nella fase di espansione. Per il sistema economico nel suo complesso la deflazione ha dunque effetti soltanto negativi in termini di produzione e di occupazione; anche se una parte della società, ma solo nel breve periodo, potrà avvantaggiarsene: i percettori di profitti e di rendite.
In questo quadro hanno una importanza cruciale la situazione e le possibili strategie degli Stati Uniti. Negli Stati Uniti è in atto da tempo, da prima dell’11 settembre, un rallentamento nella crescita della produzione e della occupazione e un crescente indebitamento delle famiglie; poi una crescita del debito pubblico e del disavanzo commerciale verso il resto del mondo, e una ulteriore redistribuzione del reddito dai poveri ai ricchi, favorita dalla politica fiscale della amministrazione Bush con il recente “tax reconciliation act” (che comporterà un ulteriore, drastico taglio della già selettiva assistenza pubblica americana). Dopo l’11 settembre, d’altra parte, l’amministrazione Bush sembra preferire l’egemonia militare al potere di signoraggio internazionale del dollaro; scelta le cui due facce hanno entrambe evidenti connotati antieuropei. L’Europa non è in grado di difendersene, per miopia politica e perché prima che l’euro diventi moneta di riserva internazionale, un suo apprezzamento significa una perdita di competitività che non è compensata dal minor prezzo (in dollari) delle materie prime.
Si aggiunga che ormai da tempo è in atto anche una crescente sincronizzazione delle dinamiche economiche dei diversi paesi, soprattutto a causa della simultaneità dei mercati finanziari. Ciò significa che le vicende congiunturali e le eventuali crisi del paese più potente vengono immediatamente esportate nel resto del mondo (con l’eccezione della Cina), in una nuova versione, ma ancora più minacciosa, della politica di beggar my neighbour.
Come si possa uscire da questa strettoia, nessuno lo sa. Qualche idea l’aveva Keynes ai tempi di Bretton Woods, quando aveva proposto un ordinamento sovranazionale fondamentalmente opposto a quello vigente. Keynes proponeva un Fondo con accesso a risorse pari alla metà delle importazioni mondiali, mentre la liquidità controllata dal Fondo monetario internazionale, governato dagli Stati uniti, è una frazione trascurabile delle importazioni mondiali. Keynes, inoltre, concepiva il FMI come una banca centrale mondiale, che emetteva una propria valuta di riserva (il Bancor). L’onere dell’aggiustamento era distribuito sia sui paesi in attivo sia su quelli in deficit, prevedendo un tasso di interesse di penalizzazione pari all’un per cento al mese sui surplus commerciali scoperti. Nella realtà i paesi in deficit, quelli sottosviluppati, hanno dovuto sopportare il peso maggiore dell’aggiustamento; mentre gli Stati Uniti hanno potuto evitare l’onere dell’aggiustamento poiché il loro deficit è servito e serve ancora a fornire i dollari necessari per la liquidità internazionale. L’Organizzazione mondiale per il commercio, d’altra parte, non doveva soltanto mantenere la libertà degli scambi, ma anche favorire la stabilizzazione dei prezzi mondiali dei beni di consumo attraverso una appropriata politica delle scorte. I prezzi internazionali di lungo periodo delle materie prime e dei prodotti agricoli, infine, per Keynes dovevano essere fissati non solo in relazione alle condizioni economiche necessarie per una produzione efficiente, ma anche in relazione ai fabbisogni alimentari e di altra natura necessari per garantire standard di vita decenti per i produttori di beni primari. Un altro mondo, insomma, rispetto a questo; un mondo in cui agli Stati Uniti sarebbe stato imposto un programma di aggiustamento strutturale analogo a quelli che gli Stati Uniti hanno imposto, con le conseguenze note, ai paesi sottosviluppati.
In uno scritto profetico del 1932 Keynes denunciava la disarmonia tra interesse generale e interessi particolari: “Ciascun paese, nel tentativo di migliorare la propria posizione relativa, intraprende iniziative dannose per la prosperità dei suoi vicini; e poiché l’esempio viene imitato, ogni paese patirà iniziative analoghe da parte dei suoi vicini e ne soffrirà più di quanto non se ne avvantaggi. Praticamente tutti i rimedi oggi invocati hanno questo carattere di danno reciproco. Riduzioni salariali competitive, politiche tariffarie competitive, svalutazioni competitive della moneta e così via, sono tutti esempi di questo gioco a rubamazzetto. Poiché le uscite dell’uno sono le entrate dell’altro, se aumentiamo i nostri margini diminuiamo quelli di qualcun altro. Se la pratica sarà seguita da tutti, tutti ci perderanno. Un singolo individuo può anche essere costretto dalle circostanze private a tagliare le sue spese correnti, e nessuno può biasimarlo; ma non si deve pensare che in tal modo egli adempia un pubblico dovere. Il capitalista moderno è come un marinaio che naviga soltanto con il vento in poppa, e che non appena si leva la burrasca viene meno alle regole della navigazione o addirittura affonda le navi che potrebbero trarlo in salvo, per la fretta di spingere via il vicino e salvare se stesso. Se gli Stati Uniti risolvessero i loro problemi interni, ciò varrebbe come esempio e stimolo per tutti gli altri paesi e dunque andrebbe a vantaggio del mondo intero. Magari uno sguardo ravvicinato potrebbe attenuare il mio pessimismo, ma guardando da lontano non riesco a immaginare un corso degli eventi che possa risanare l’economia americana nel futuro immediato”.
Queste prospettive drammatiche suscitano molti interrogativi economici e sociali, dunque politici. Ne nomino soltanto uno: Che cosa potrebbe e dovrebbe fare l’Europa? Il mio principio di risposta è che l’Europa non dovrebbe aderire alla visione americana del mondo, nell’interesse proprio e della stessa America. L’Europa ha una lunga tradizione di non totale sottomissione della società al mercato e di intervento dello Stato sul mercato e nella società. Tuttavia gli sviluppi politici recenti in molti paesi europei, e in particolare nel paese in cui un cancelliere di ferro aveva inventato lo stato sociale proprio all’inizio della Grande depressione di fine Ottocento, non autorizzano molte speranze. A ciò si aggiungano le rigidità istituzionali dell’Unione europea (queste sì da eliminare: la visione monetarista del ruolo della Banca centrale europea e un Patto di stabilità prekeynesiano), rigidità che impediscono di mettere al primo posto dell’agenda europea la piena occupazione e una distribuzione non iniqua della ricchezza e del reddito.
L’Europa è l’unica regione al mondo che potrebbe permettersi di rispettare la definizione di competitività data dall’OCSE nel 1992: “la competitività è il grado con cui un paese riesce, in condizioni di mercato libere e eque, a produrre beni e servizi capaci di affrontare la concorrenza internazionale, allo stesso tempo mantenendo e espandendo il reddito reale della propria popolazione nel lungo periodo”. Ho aggiunto io il corsivo, mentre temo che l’attuale classe dirigente europea voglia semplicemente far cadere il requisito.