Sulla crisi della democrazia rappresentativa e sulla crisi dei partiti

Contributo politico di : GUIDO DI DONATO

Crisi della democrazia rappresentativa e crisi dei partiti sono strettamente legate, figlie entrambe di un processo di ritirata della politica sul terreno dell’economia che ha caratterizzato quest’ultimo trentennio di dominio neoliberista. La democrazia rappresentativa senza i partiti si svuota e prede di significato. La sfiducia verso i partiti e, di conseguenza, verso le istituzioni nasce dalla percezione della loro comune inadeguatezza e incapacità nell’affrontare, governare ed orientare i processi economici, e quindi di intervenire in positivo sulle condizioni materiali di vita delle persone. Questo in un contesto di crisi contemporanea della sovranità statuale, della democrazia nazionale, incapace di governare processi che, sovrastando i singoli stati, si svolgono in una dimensione oramai europea e globale. Dalla stretta mortale con il neoliberismo è nata una politica dimentica dei propri alti doveri, che si è ritratta da quella che è la sua funzione principale, ovvero il governo dell’economia. Normale, poi,che una politica così “inadempiente” presti il fianco alla cosiddetta antipolitica, che tanto piace ai potentati economici.Difatti, più è debole e delegittimata la politica, più sono forti le grandi oligarchie economico-finanziarie, che sono la vera Casta da combattere. Dunque, il problema dei cosiddetti costi e privilegi della politica andrebbe affrontato da questo punto di vista, nella prospettiva di riconquistare il primato della politica sull’economia. Benissimo la riduzione degli stipendi e delle indennità di parlamentari e consiglieri per ricondurli ad una dimensione di maggiore accettabilità sociale. Ma ridurre della metà il numero dei parlamentari, così come ridurre il numero dei consiglieri regionali e comunali, sono misure certamente assai simboliche, che tuttavia avrebbero risultati economici modesti, e persino qualche effetto negativo, nel momento in cui andrebbero a comprimere la rappresentatività degli organi di rappresentanza popolare. Così discorrendo, ribadire alcuni convincimenti e propositi: ferma e decisa tutela della forma parlamentare della nostra repubblica, la sola che può contenere eventuali spinte populistico-autoritarie; netta preferenza per una legge elettorale di natura proporzionale che privilegi il principio della rappresentanza a quello della governabilità; la volontà di avviare un percorso che porti al superamento del bicameralismo perfetto, assegnando al senato funzioni di rappresentanza regionale, o meglio ancora, di rappresentanza del mondo del lavoro, in alternativa al dimezzamento del numero dei parlamentari (la rappresentatività non è un costo ma un valore); l’intenzione di rafforzare i momenti di democrazia diretta presenti nel nostro ordinamento a partire dalla necessità di una “nuova disciplina per le proposte di legge di iniziativa popolare affinché sia davvero obbligatorio il loro esame da parte delle Camere, consentendo che il loro iter presso le commissioni parlamentari possa essere seguito direttamente dai promotori, come di fatto già avviene nel caso delle consulenze tecniche esterne”(Stefano Rodotà); infine, una chiara posizione di favore per il principio del finanziamento pubblico ai partiti a tutela dell’indipendenza e autonomia della politica dai poteri economici, sebbene ricondotto a criteri della massima trasparenza e “sobrietà”.

Sulla Sinistra.
Ci sarebbe da sperare in una nuova scomposizione e ricomposizione dell’intero quadro politico, per uscire da questa nefasta Seconda repubblica. Una ricomposizione che porti alla formazione di soggettività politiche con una forte e chiara identità politica ( in questo senso sono da rimpiangere i grandi partiti di massa, nelle cui sezioni maturava quel rapporto vivo e fecondo fra rappresentanti e rappresentati che dava sostanza e pienezza alla nostra democrazia) e, per quanto riguarda la sinistra, ad un nuovo soggetto politico di Sinistra. Se il PD rappresenta una fuoriuscita dalla sinistra, un indistinto incapace di determinarsi e definire una propria identità, questo nuovo soggetto dovrebbe porsi in continuità con la tradizione del socialismo italiano. Perché quelle radici non vadano disperse, perché da quel patrimonio di idee, domande e valori si riparta. Senza chiusure od irrigidimenti identitari, né sbandamenti settari o minoritari; ciò che importa è che mantenga quel legame, che si ponga dentro quella storia, dentro quella tradizione. Perché valga ancora il richiamo ad un orizzonte di socialismo, che tra l’altro ritroviamo nell’art. 3 comma 2 della nostra Costituzione, laddove ci viene indicata una prospettiva di liberazione umana e di “vera democrazia”, per dirla col giovane Marx, che non è tale se non è anche democrazia economica. Perché senza questa tensione, procedendo di smarcamento in smarcamento, si rischiano nuove
subalternità e nuovi ripiegamenti. Un nuovo soggetto collettivo organizzato della sinistra, da pensare in forme rinnovate rispetto al passato, che sia, per usare una vecchia terminologia, di lotta e di governo; capace non solo di stare nelle lotte e nei movimenti, ma anche di organizzare le lotte e le mobilitazioni, e che allo stesso tempo non rinunci alla dimensione del governo e delle riforme, qui intese nel senso nobile e autentico del termine, ovvero come avanzamento in termini di diritti e tutele, e non nel senso deteriore che la parola “riforme” ha assunto nell’ultimo ventennio. Con le ultime elezioni si chiude definitivamente la stagione della Seconda repubblica, e con questa, l’esperienza delle due sinistre, una moderata, l’altra radicale. Condividono entrambe, seppur in maniera assai diversa, errori e fallimenti, ed entrambe partecipano di una stessa sconfitta. Ora, è a partire dal superamento di questo schema che, secondo me, bisogna ragionare e ripartire. Va avviato, quindi, un percorso di confronto con tutti coloro che sono interessati a costruire una sinistra completamente rinnovata, a partire dai suoi gruppi dirigenti: un’altra sinistra, che sappia superare sia la subalternità e l’autoreferenzialità della sua componente moderata, sia ogni forma di settarismo e di rifiuto dello spirito unitario. Una Sinistra  unita a partire dalle ricette e dagli orientamenti di quella che fù la sinistra radicale, ovvero a partire da una critica alla globalizzazione neoliberista per un’alternativa di modello di sviluppo solidale socio-eco compatibile, stante il fallimento delle cosiddette terze vie social-liberiste. Che parta quindi da quel profilo ideal-politico, senza però richiudersi nel recinto in cui si situava la sinistra radicale. E’ proprio per questo che, a suo tempo, avevo condiviso l’intuizione della Sinistra arcobaleno, pur intravedendo tutti i limiti di un’operazione “fredda”, coinvolgente solo ceto politico. Questa ondata di rinnovamento che ci viene dalle ultime elezioni ci deve saper cogliere, perché solo raccogliendola potremo rigenerarci. Riprendendo una suggestione bertinottiana, assai profetica, la sinistra, come l’araba fenice, potrà rinascere solo dalle sue ceneri. Eccoci, dunque, a dover ripartire dalle nostre ceneri,
per una rigenerazione “dal basso” della sinistra, a partire dalle lotte e da quelle soggettività critiche che hanno alimentato le lotte degli ultimi anni, per un processo che per alimentarsi deve essere il più democratico, partecipato e unitario possibile. In queste senso, sarebbero estremamente miopi e fallimentari gli ennesimi tentativi di voler presidiare le proprie micro – appartenenze e le proprie micro – organizzazioni, alle quali va tutto il mio rispetto e riconoscimento. Perchè non c’è altra strada che un processo costituente che passi auspicabilmente per lo scioglimento delle mini organizzazioni esistenti e per un più grande processo di scomposizione del centrosinistra.

Roma 7 Maggio 2013