Storytelling Roma e Marino

Storytelling Roma e Marino

Come tutti sapete, storytelling significa più o meno “raccontare storie” o, ancora meglio, “l’arte di raccontare storie”, cioè indica la disciplina del racconto. Fino a pochi anni fa stava a significare la capacità di raccontare e scrivere storie, favole, per i bambini.
Anche le grandi narrazioni nella storia dell’umanità erano storie, grandi miti che provavano a raccontare ciò che non si può esprimere con il linguaggio piano e diretto della realtà effettuale e della scienza. Insomma, cercavano di rappresentare ciò che non si può rappresentare: Dio, il mistero dell’esistenza e in genere i sentimenti più profondi dell’animo umano che hanno bisogno dell’arte, del linguaggio poetico per essere espressi, per mantenere anche sulla carta, sul marmo o sulla tela quel mistero che sta al fondo di quei sentimenti.
Oggi, l’arte di raccontare storie è invece una disciplina che si applica a tutti i campi dell’attività umana, dalla difesa militare, al management di una grande impresa, alla politica. E non si tratta più di racconti mitici che dal passato arrivano fino a noi per mostrarci ciò che non si può vedere con gli occhi e con i sensi, ma di piccoli racconti che si attaccano al presente per renderlo soddisfatto di sé, per farci pensare che il nostro stile di vita è il migliore possibile, che la vita non è misteriosa e quindi non ha bisogno dell’arte, di Dio, della politica né tantomeno degli altri per elaborare culturalmente il mistero della vita. Si tratta dunque di un linguaggio e di storie che non hanno più la carica simbolica dei grandi racconti del passato che si cimentavano con ciò che è inspiegabile nella nostra vita, con l’assurdo della morte, con la lacerazione tipica dell’umano tra sentimenti nobilissimi e desiderio di dissoluzione nichilistica. Anzi, perlopiù, questi racconti ci invitano proprio alla dissoluzione, dal momento che la vita non ha contraddizioni, non ci lacera, è godimento, benessere e sana gioia di vivere e consumare in una sorta di continua “notte bianca”.
Se pensiamo alla politica, lo storytelling dice ai cittadini e agli elettori che finalmente il tempo di autorità gravi e paludate è finito, che la politica non è più pensiero su come compenetrare egoismo e bene pubblico, libertà individuale e giustizia sociale, su come rendere effettive le libertà formali innestandole nella sostanzialità dei rapporti di potere all’interno della società, su come far sì che gli interessi individuali o di gruppo possano trovare una loro universalità grazie alla mediazione dei corpi intermedi e delle istituzioni statali. Le storie della politica finalmente sollevano i cittadini da queste gravi incombenze, da questi vetusti pensieri, dalla disciplina che occorre per limitare il proprio egoismo e dalla fatica che ci vuole per partecipare a riunioni, avere una cultura e una visione del mondo. Finalmente, ci dice lo storytelling politico, siamo dispensati da tutto ciò e ci mostra che compito della politica è rendere lo spazio pubblico sempre più liscio per consumare in tutta comodità, è l’immissione dei voleri di tutti senza bisogno di filtro, è la possibilità di far accedere al benessere fatto di consumi sempre più raffinati (i centri benessere, il cibo biologico, il territorio con la sua enogastronomia e un po’ di arte, il turismo low cost e sempre più esotico ecc…), è l’abbassamento delle autorità politiche sullo stesso piano degli elettori: Berlusconi va a puttane come tutti e racconta le stesse barzellette sessiste dei tassisti, Renzi fa i selfie come un qualsiasi ragazzino in gita, Sarkozy ha fatto della sua storia con una famosa modella una sorta di romanzo d’appendice fruibile da tutti anche se svolto all’interno della più sacra delle istituzioni repubblicane francesi.
Pensiamo allora allo storytelling del sindaco Marino. Niente di nuovo e niente di strano fin dall’inizio. Infatti ci dice che a lui non sta a cuore la politica ma Roma e da qui lo slogan: «Non è politica, è Roma». Lo vediamo poi arrivare al lavoro in bicicletta come a dire che l’autorità che mostra se stessa con i tratti distintivi che dovrebbero caratterizzarla – un certo distacco e una certa inavvicinabilità che non sono altro che il segno del suo essere terza fra i vari interessi privati – non esiste più, si sta dissolvendo. Ecco le storie che piacciono al pubblico degli elettori! La politica non esiste più e l’autorità sta per autodissolversi per opera di “gente come noi”, perché noi siamo la gente e finalmente anche i politici sono la gente. Il pubblico gode, prova piacere nel vedere il mondo della disciplina, dell’impegno, della mediazione, della gravità autorevole che finalmente finisce sotto i suoi occhi, finalmente si dissolve. Ah che bello spettacolo, quasi pornografico! E, se ci pensiamo, anche la seconda parte dello storytelling su Marino non cambia registro. In fondo, la nuova storia degli ultimi mesi cosa ci dice? Ebbene, ci dice che la politica è fatta di buche da riparare, cassonetti da spostare e scontrini di cui rendere conto in modo trasparente (ecco la solita trasparenza che ci vuole dire che il potere non sta su un gradino un poco più alto per essere terzo, ma deve essere come noi, al pari di noi e non mediare più nulla). E di nuovo il pubblico gode. Si tratta dello stesso spettacolo: vedere l’autorità che si dissolve, che viene sminuita a storiella piccolo-borghese di vini bevuti a scrocco. Ecco che il sindaco è uno di noi! Noi lo lo fischiamo e lo insultiamo ma in realtà godiamo, come in quei piccoli teatri di provincia di avanspettacolo in cui si fischiavano le soubrette un po’ incapaci anche se intanto ci si eccitava guardandogli il culo e le gambe (sempre meglio della soggezione di una grande artista che ci faccia pensare con la sua arte e ci debba inoltre ricordare che non ci sono solo culi e gambe).
Stiamo assistendo a uno spettacolo tutto sommato normale, che va in onda tutti i giorni in tutti i campi della nostra vita. È uno spettacolo che ci indigna per finta ma in realtà ci fa godere con la sua oscenità. E lo storytelling serve proprio a questo, a liberarci dalla politica, dalla sua difficoltà, dal suo memento di autorità che ci chiede disciplina, limitazione dell’interesse privato a favore di quello pubblico, che ci ricorda che non ci sono solo le buche che ci impediscono di sfrecciare a tutta velocità sulle strade – magari fatti di coca –, ma anche le periferie in cui vivono centinaia di migliaia di persone senza alcuna prospettiva e senso, o la riflessione su prospettive di lungo periodo (decine di anni) in cui pensare una città con la sua vocazione produttiva, culturale ecc…
Inutile dire quale sia la parte politica in Italia più innamorata dello storytelling: la sinistra, da quella vendoliana a quella renziana (sinistra si fa per dire). Addirittura, durante le campagne elettorali, la nostra sinistra crea batterie di computer che nei social network lanciano all’unisono la storia del giorno per combattere l’avversario politico (interno nel caso delle primarie, o esterno nel caso delle elezioni) tramite piccole storie che mettono in scena niente altro che la dissoluzione dell’autorità e della mediazione (e quindi degli stessi partiti che si affidano stupidamente allo storytelling e ai suoi specialisti). E tutti godiamo di quell’osceno spettacolo e lanciamo i nostri ortaggi virtuali…

Claudio Bazzocchi

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