Provare ad uscire dalla quotidianità. Un colpo d’ala del pensiero

Provare ad uscire dalla quotidianità. Un colpo d’ala del pensiero

Dunque, Renzi vuole abolire le primarie. E questo già fa ridere. Le primarie, infatti, sono state il grimaldello per imporre il suo partito personale dopo aver fatto fallire l’elezione del Presidente della Repubblica e aver additato Bersani al pubblico ludibrio al fine di garantirsi appunto la vittoria alle primarie, nel nome della rottamazione degli incapaci, di quelli che non erano riusciti nemmeno a eleggere il Presidente.
Ora, che succede? Succede che la minoranza PD insorge e dice: giù la mani dalle primarie! Qualche giorno fa avevo proprio scritto che la sinistra PD dovrebbe ripartire dalla messa in discussione di tre fondamenti costitutivi del loro partito, fra i quali le primarie. Il problema non è certamente il fatto che io non sia ascoltato. Il problema è che non è possibile continuare a giochicchiare senza avere un pensiero, una cultura politica di riferimento, un’idea di società, un pensiero sulla democrazia e sul vivere associato e, infine, sull’uomo (non per creare l’uomo nuovo, ma per pensare la politica a partire dal mistero dell’umano e ridare così voce al pensiero contro la tecnica che è la stessa tecnica che ha imposto il dominio neoliberale).
Poi ci sono quelli che dicono: ma come, una volta che Renzi dice una cosa giusta, non lo vogliamo sostenere? Sono quelli che sentono rinascere la speranza di avere di nuovo il loro partitone con regole chiare e precise. Quelli che… Renzi è pur sempre il segretario del nostro grande partito.
Siamo imprigionati dentro a una quotidianità asfittica, senza passione e, proprio per questo, immorale. Immorali non sono gli scontrini di Marino. Immorale è non avere più un’idea del mondo, un pensiero, una visione del futuro. Quando ancora ci definivamo comunisti, stavamo certamente al governo di regioni e grandi città ed esercitavamo il realismo e la politica del giorno per giorno. Realismo, però, non significava coincidere con la realtà. Se così fosse, non esisterebbero né la libertà in genere, né tantomeno la politica. La politica realista è avere un’idea, un pensiero, una visione del mondo e provare a capire come attraversare la realtà per approssimarsi a ciò che si vorrebbe (sapendo che anche il proprio ideale è comunque sempre un’approssimazione, che la società giusta in cui far coincidere autorità e verità non esiste perché, anche in quel caso, finirebbero la storia e la libertà). Avevamo, noi comunisti, un progetto, un pensiero, una filosofia. Ancora alle soglie dell’Ottantanove potevamo ragionare sulla liberazione, potevamo ancora pensare la liberazione del lavoro e provare a capire che rapporto potesse avere con la liberazione dal lavoro. Potevamo ancora misurarci con il progetto filosofico del socialismo e per tutto questo richiamare la partecipazione di economisti, sociologi, filosofi, scrittori, poeti, pittori, registi, attori, psicanalisti ecc… e in quella tensione far sentire al nostro popolo di vivere dentro a un pensiero, una tradizione. E quella era la vera moralità: far crescere i propri giovani dentro a un pensiero, con l’assillo della liberazione.
Oggi, l’immoralità è presentarsi sulla scena politica senza un pensiero e giocare a rimpiattino giorno per giorno. Non indignatevi per gli scontrini di Marino. Non scandalizzatevi per le turbative d’asta e gli appalti truccati. Quella è immoralità – diciamo così – secondaria. La vera immoralità, per un uomo e una donna di sinistra, è non avere una visione, non esseri rosi dal tarlo della liberazione, dal dolore per milioni di uomini e donne senza futuro, senza identità, in periferie senza senso, in luoghi di lavoro in cui non si crea nulla di proprio ma si eseguono solo ordini nella noia più mortale, quando va bene, sotto il giogo autoritario in tanti altri casi.
Sapete perché la morte di Ingrao ha commosso tanti e tante, magari senza troppa consapevolezza del suo pensiero, senza sapere nulla delle vicende dell’XI Congresso del PCI o poco dell’opposizione alla svolta di Occhetto? Perché in quel volto così espressivo in cui vedevi tanti luoghi assieme, in quel modo di parlare che iniziava sommesso – e già in quelle parole dette a bassa voce sentivi una forza inversamente proporzionale al tono – e procedeva fino a un crescendo poetico di comunione con la sofferenza del mondo, sentivano l’assillo della liberazione, capivano il comunismo prima ancora che sui libri.
Allora, permettetemi di dire questa cosa: Ingrao e tutti i grandi dirigenti del PCI non erano “perbene” perché non avevano mai rubato. La loro moralità non stava nel non essersi mai appropriati indebitamente di qualcosa. Quella era solo la conseguenza di un tarlo che ha scavato nelle loro vite (forse fin troppo, come lo stesso Ingrao aveva capito e possiamo leggerlo nella sua autobiografia), di un’ossessione continua per provare a sentire la comunione con il proprio popolo e la sua liberazione.

Claudio Bazzocchi

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