Le tasse e l’immaginario

Le tasse e l’immaginario

L’offensiva della destra mondiale negli ultimi quarant’anni ha avuto come uno dei punti d’attacco fondamentali le tasse. E nella battaglia contro lo Stato e le tasse non ha coagulato attorno a sé solo gli interessi dei proprietari, degli imprenditori o dei liberi professionisti, ma anche dei ceti popolari, tanto che oggi la parola tassa è odiosa ai più, come balzello che serve solo a sostenere la riproduzione della cosiddetta casta.
Non voglio qui stare a elencare i motivi per cui quell’operazione ideologica della destra sia riuscita. Voglio solo dire che quei motivi esistono e hanno a che fare non solo con la grande potenza mediatica del capitale – grazie alla sua industria del divertimento e ai consumi sfrenati –, ma anche con le contraddizioni interne allo stato sociale, al compromesso socialdemocratico tra capitale e lavoro (rigidità del sistema, inflazione e scarsa capacità di garantire l’espressione della creatività individuale a partire dai luoghi di lavoro).
Ora, se il dibattito politico si riduce a Totò e a quelli che fanno gli offesi su Totò o alla riproposizione del compromesso socialdemocratico, è evidente che non siamo in grado di fare passi avanti nella riconquista dell’immaginario a partire dai ceti popolari (e non solo, dal momento che ci sono tanti piccoli proprietari e imprenditori che hanno lucrato certamente sull’evasione fiscale e sulla riduzione delle tasse, ma hanno magari i figli a casa disoccupati perché lo Stato non assume più).
Quella riconquista dell’immaginario ha bisogno però di pensiero, deve essere in grado di parlare ai sentimenti, deve essere capace di elaborare un orizzonte di lungo periodo, prospettare un’idea di società (altri consumi, altri trasporti, altre forme di socialità in grado di liberare la creatività collettiva e individuale ecc…), deve poter rivolgersi al bisogno di unificazione della vita scolpito in ogni cuore umano in modo da rendere disponibili tante e tanti a contribuire al bene pubblico come mezzo per una liberazione anche individuale.
So di essere un disco rotto e ripetitivo, ma continuo a pensarla così e non vedo forze politiche in grado di pensare a quel compito, troppo strette dalla contingenza e anche dalla paura di affrontare certi temi non proprio popolari. Insomma, la paura delle elezioni costringe le sinistre a unirsi senza pensiero e senza discussione, evitando i temi veri che siano in grado di ricostruire una visione del mondo e un’egemonia.

 Claudio Bazzocchi

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