Appunti sulla crisi della politica

PAOLO CIOFI

1. Il quadro dell’Italia dopo il voto è il punto di approdo di un processo che viene da lontano, e che oggi si avvicina pericolosamente al collasso dell’impianto democratico costituzionale per effetto della crisi dei partiti e dell’intero sistema politico. Poiché i partiti hanno perso da tempo la funzione che la Costituzione loro assegna, di essere cioè il tramite tra società e istituzioni, lo strumento che i cittadini liberamente si danno «per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale», il Parlamento non è più lo specchio del Paese. E non dà voce né rappresentanza, nella sua interezza, alla struttura complessa e diversificata della società. Questo vuol dire che siamo entrati in una fase di acuta crisi della democrazia rappresentativa. Non solo (e non tanto) perché il comico che ha vinto le elezioni annuncia la morte dei partiti in un delirio totalitario che assegna a se medesimo il 100 per cento dei consensi. O perché una legge elettorale inqualificabile trasforma una minoranza di voti espressi nella maggioranza assoluta dei deputati. Se si guarda alla composizione sociale del voto, si comprende che le leggi elettorali del passato e i processi in atto sono altrettanti colpi di piccone assestati ai fondamenti sociali su cui la democrazia rappresentativa si regge. Secondo le indagini La Polis-Demos, cui fa riferimento Ilvo Diamanti su la Repubblica dell’11 marzo scorso, il Movimento 5 Stelle è diventato il principale partito operaio, più precisamente il partito di gran lunga maggioritario tra gli operai, dove raccoglie il 40 per cento dei consensi contro il 25 del centro-sinistra (-14 per cento rispetto alle elezioni politiche del 2008) e il 26 del centro-destra (-27 per cento). Risultati analoghi tra i disoccupati, con il M5S al 43 per cento, e il centro-sinistra e il centro-destra rispettivamente al 20 e al 23 per cento. Se poi si prendono in considerazione i tecnici, i funzionari e gli impiegati, si può constatare che anche nell’insieme dei lavoratori dipendenti il M5S è il partito largamente maggioritario, collocandosi a ridosso del 40 per cento, mentre gli schieramenti avversi non sfondano il muro del 25. Come osserva Diamanti, il centrosinistra “riformista” risulta il più «im-popolare» degli schieramenti, raccogliendo consensi di maggioranza tra gli impiegati e i funzionari (32,4 per cento) e i pensionati (39,5 per cento). Mentre Rivoluzione civile, come sappiamo, è fuori dal Parlamento. Dunque, è del tutto evidente che la classe operaia e le figure più svariate del lavoro subordinato ed eterodiretto, non sentendosi tutelate né rappresentate dal vecchio sistema politico, hanno riversato i loro voti su Grillo e il suo partito, pur non essendo il promotore dei vaffa day un apostolo della liberazione del lavoro. Voti di protesta certo, di rabbia, anche di disperazione. Ma controprova drammatica e illuminante di un vuoto nel sistema, dove non esiste da oltre un ventennio un’autonoma e libera formazione politica delle lavoratrici e dei lavoratori dipendenti, in grado di rappresentarli, di interpretarne i bisogni e le aspirazioni, di farne rispettare i sacrosanti diritti nel buio della crisi dell’economia e della società. Il lavoro, senza rappresentanza, è stato espulso del sistema politico. Questo è il buco nero in cui sta affondando la democrazia.

2. Se le cose stanno così, vuol dire che è caduta, sul piano della rappresentanza sociale e di classe, la discriminante di fondo tra destra e sinistra. Questa è stata del resto l’acquisizione, autorevolmente teorizzata, di Tony Blair e del blairismo. Una sinistra che non faccia asse sul lavoro non è una sinistra: come  Veltroni non si è stancato di ripetere, «siamo riformisti, non di sinistra». Ma se questa sinistra, sradicata dalla sua classe sociale di riferimento, non è più una sinistra e risulta inevitabilmente perdente nella sua vana ricerca del centro che non c’è, il voto operaio alla destra non la trasforma in una forza progressista o di sinistra. Al contrario, rende la destra più potente e dominante sull’intera società. Nel 2008 il centro-destra ha raccolto il 53 per cento del voto operaio mentre il centro-sinistra stava sotto il 40 e la Sinistra Arcobaleno sotto il 4 per cento. Ma già oltre un decennio fa, nelle elezioni del 2001, era apparsa evidente una tendenza di fondo che successivamente non è stata interrotta. Allora, secondo le indagini dell’Istituto Cattaneo di Bologna, i Ds raccoglievano appena il 16 per cento del voto degli operai delle imprese private. E siccome per Rifondazione comunista votava solo l’11 per cento degli operai delle stesse imprese, si poteva constatare che la somma del voto operaio dei due partiti risultava inferiore al consenso ottenuto da Forza Italia, che raggiungeva il 31 per cento. Si trattava di un fatto di straordinario rilievo nella conformazione del sistema politico. Una assoluta novità, da cui però i dirigenti dell’epoca non hanno tratto alcuna lezione. Poiché le “due sinistre” perdevano insieme, e Bertinotti non compensava le perdite di D’Alema, e viceversa, se ne doveva dedurre che gli elettori, gli operai in particolare, giudicavano le “due sinistre” entrambe inadeguate, e perciò era tempo di percorrere altre strade. Invece, oggi dobbiamo prendere atto che l’espulsione dal sistema politico del lavoro dipendente in tutte le sue forme – dall’operaio di fabbrica alle nuove figure professionali e scientifiche indotte dalla rivoluzione digitale, dal disoccupato e precario permanente a gran parte dell’universo femminile e giovanile – ha aperto una voragine nell’assetto democratico costituzionale. E che ciò rende assai difficile lo sviluppo di una lotta democratica, popolare e di massa, sulla via di una civiltà più avanzata come progetta la Costituzione fondata sul lavoro: condizione peraltro indispensabile per uscire dalla crisi storica del capitalismo globale. Non per caso, anche nei ripetuti richiami di Giorgio Napolitano all’interesse generale, scompaiono i principi sociali della Costituzione che ne caratterizzano la parte più innovativa. E il tutto si risolve in un galateo delle buone regole civili, poco riformista e per nulla rivoluzionario (absit iniuria verbis), ma autorevolmente conservativo.

3. Gli svolgimenti drammatici della crisi economica e sociale, con milioni di disoccupati che crescono in Italia, in Europa e nel mondo, con la compressione dei redditi da lavoro, salari e pensioni elevata a legge suprema dell’economia, con l’assalto indiscriminato alla natura e ai beni comuni, hanno spazzato via teorizzazioni di vario ed opposto segno. Da più parti erano state formulate le profezie più svariate, come la fine del lavoro, la tecnicizzazione del capitale, la naturalità dello sfruttamento, e infine il superamento della società divisa in classi. Superata la dualità lavoro-capitale per nostra somma fortuna e felicità, la fine della lotta di classe è stata annunciata dai più sofisticati “serbatoi del pensiero”, finanziati da un pugno di proprietari universali insediati al vertice del potere: proprio nella fase in cui la lotta di classe, da loro stessi scatenata, raggiungeva il massimo d’intensità ed efficacia. È la conferma che la più alta forma della lotta di classe , condotta in questi anni senza tregua non solo sul terreno economico e sociale ma anche su quello ideologico e culturale, consiste proprio nel negare l’esistenza delle classi e dell’avversario di classe. Spossessando perciò i lavoratori e le lavoratrici della nostra epoca della loro identità socio-culturale, della loro storia e memoria. L’espulsione del lavoro dipendente dal sistema politico non è stata il risultato dell’estinzione nel corpo della società dei lavoratori manuali e intellettuali, che mai sono stati così numerosi in Italia e nel mondo, bensì l’effetto dirompente della lotta di classe condotta dall’alto da parte delle classi dominanti dei diversi Paesi, che ormai per molti aspetti agiscono globalmente come un’unica classe. Luciano Gallino ha documentato in modo ineccepibile nel suo ultimo libro gli svolgimenti di questo conflitto tipico della nostra epoca, promosso dalla «classe dominante globale» contro quella dei lavoratori per evitare che questi possano in qualche misura «intaccare il potere di decidere che cosa convenga fare del capitale». La privatizzazione universale, che è parte costitutiva della lotta di classe proclamata dal capitale contro il lavoro, raggiunge il punto più alto e definitivo con la privatizzazione della politica, che espropria le classi subalterne del solo strumento idoneo a incidere nei rapporti sociali per trasformarli, annullando la classe lavoratrice come soggetto della trasformazione per prostrarla in una condizione di subalternità passiva  e senza prospettive. È come se a una persona venga impedito l’uso del cervello per pensare, delle braccia per agire, delle gambe per camminare, riducendola allo stato vegetativo. Ma siccome la classe lavoratrice moderna costituisce la stragrande maggioranza della società, in tal modo si paralizza e si riduce all’impotenza l’intero corpo sociale. Quando negli Stati Uniti si consente alle grandi corporations di impiegare somme illimitate di dollari per finanziare i partiti, ciò significa che di fatto nessuno può fare politica contro Wall Street e contro i mercati. In altre parole i politici, osserva il sociologo Ulrich Beck, diventano «pedine di un gioco di potere dominato dal capitale» e impongono «a livello nazionale, “come politica riformista”, le regole dei mercati globalizzati». In queste condizioni, come avviene ormai da anni anche in Italia e in Europa, la politica perde ogni autonomia dal capitale e cambia natura. Nell’intreccio perverso con il denaro e la finanza, da strumento di cambiamento della società diventa fattore di conservazione. Perché il Congresso americano e i Parlamenti europei, nel sesto anno della crisi globale, non hanno ancora assunto alcun provvedimento efficace che abolisca i paradisi fiscali e metta sotto controllo banche e assicurazioni? Perché nella sostanza siamo sottoposti alla dittatura del capitale, che impone le sue scelte attraverso quello che Chomsky chiama il Senato virtuale. Sono gli effetti della privatizzazione, dell’assenza di alternative nei sistemi politici al dominio del capitale e al potere senza limiti del denaro. Cancellata come spazio pubblico e messa sul mercato come ogni altro articolo di commercio, la politica diventa oggetto di compravendita e materia d’investimento a scopo lucrativo. Nella migliore delle ipotesi, funzione tecnica del capitale e dei mercati. Dalla sua privatizzazione nasce dunque la degenerazione della politica, la corruzione pervasiva che la devasta. È su questa radice che crescono i conflitti d’interesse, le pratiche  spartitorie, la cancellazione dei reati economici, la spogliazione dei beni pubblici e comuni, la diffusione della criminalità, la penetrazione delle mafie. Se non si mette questo punto fermo nulla si comprende della situazione italiana.

4. Nell’Occidente capitalistico, Berlusconi e il berlusconismo sono infatti l’espressione massima della privatizzazione della politica. Al tempo stesso apparecchiatore in salsa italiana delle forme più estreme e corruttive del dominio del capitale con basi popolari e di massa e, d’altra parte, stornellatore immaginifico del totalitarismo proprietario come motore della società, Berlusconi è l’immagine vivente della degenerazione dell’intero sistema. Infatti, se il capitale è il fattore primario e decisivo su cui regge il suo potere politico, il Cavaliere usa la politica (e lo Stato) per mantenere e incrementare il capitale. In qualità di proprietario totale, che dispone dei mezzi di produzione, di comunicazione e di scambio, s’impadronisce anche della politica. Fino al punto di costruire un partito di sua personale proprietà, delegando alle bisogna i suoi più qualificati dipendenti, a cominciare da Dell’Utri. Con il Cavaliere si afferma una visione del capitale diversa dal passato, che non media ma cerca direttamente il consenso, e perciò entra in politica con il sostegno massiccio dei media. L’effetto complessivo è stato che nella figura del leader si sono concentrati i tre poteri economico, politico e culturale di massa, che dovrebbero essere rigorosamente separati. E che invece, con la loro concentrazione in una sola persona, hanno generato una potente spinta al superamento della divisione dei poteri legislativo, giudiziario ed esecutivo, considerata un ostacolo all’operatività del proprietario governante. In questa visione il principio autoritario del comando prevale su quello della rappresentanza democratica. Sotto i colpi di maglio della crisi si sta ora disaggregando il blocco sociale su cui si è retto Berlusconi e il centro-destra. Un conglomerato fondato sulla convergenza tra grandi padroni e padroncini, tra finanza internazionale ed economia molecolare legata al territorio, con adesioni maggioritarie tra gli operai e i ceti subalterni. Un’operazione che si agglutinava sulla spogliazione dei beni pubblici e sul presupposto dell’azzeramento del conflitto tra lavoro e capitale. Fino all’identificazione del lavoro nel capitale, vertice inuguagliato del dominio di una sola classe. La dura realtà dei fatti sta smontando i presupposti ideologici del berlusconismo, giacché il mondo reale ha fatto irruzione in un immaginario falsificante. E la condizione in cui è stata ridotta l’Italia è la dimostrazione lampante del fallimento di Berlusconi come governante, e del berlusconismo come pratica di governo. Ma lo sfruttamento del lavoro e l’impoverimento della società, la sofferenzza di intere generazioni amputate del futuro e defraudate dell’incivilimento, lo stato di particolare depressione e il declino di cui soffre l’Italia da anni, la stessa resistibile ascesa del Cavaliere portano inequivocabilmente il medesimo segno: sono la prova provata del fallimento dell’ intera borghesia capitalista come classe dirigente, di cui Monti, con il flop del suo governo e della sua lista, è l’ultimo esempio. Tuttavia il quadro della crisi organica che investe l’Italia non sarebbe tale se non vedessimo che a fronte del fallimento della borghesia capitalista come classe dirigente si manifesta, con altrettanta chiarezza, la difficoltà estrema delle classi subalterne di organizzarsi e di rappresentarsi politicamente in forme nuove, all’altezza dei tempi. Di qui l’assenza di una reale alternativa allo stato delle cose presente, e il protrarsi di una condizione endemica di crisi, che non ha ancora toccato il fondo. Monti e suoi partners, per una serie di ragioni che qui sarebbe troppo lungo analizzare, e che comunque sommano ad appariscenti errori di condotta politica e alla supponenza intellettuale delle élites liberali scelte di classe duramente punitive per la maggioranza degli italiani, non sono stati in grado di isolare il kamikaze di Arcore e di proporsi come guida di un capitalismo rinnovato ed efficiente che riguadagnasse posizioni in Europa. Ma se la borghesia dominante, liberale e liberista, è apparsa divisa e grettamente avvinghiata ai suoi interessi di classe, ad essa non si è contrapposto un fronte comune delle lavoratrici e dei lavoratori, delle classi subalterne, capace di vaste alleanze: vale a dire un nuovo blocco sociale, in grado di rappresentarsi e di organizzarsi sul terreno politico. Un nuovo blocco storico, avrebbe detto Gramsci.

5. Il Pd, con le sue evoluzioni e nella sua eterogeneità di culture e orientamenti, si conferma una forza sostanzialmente centrista. Ma non interclassista, perché in questi anni non ha mai dato forma alle istanze degli operai e dei nuovi lavoratori messi al mondo dalla rivoluzione scientifica e tecnologica. E i timidi tentativi di analisi di classe, che qua e là pure trapelano dalle pagine de l’Unità, appaiono del tutto insufficienti e come sospesi in aria. Resta il fatto che il deficit di rappresentanza del Pd, apparso in tutta la sua crudezza nelle elezioni ultime, non è stato coperto dalla sinistra alternativa, a sua volta rimasta impastoiata in schematismi vecchi e nuovi, e in logiche scissioniste. Cosicché, pur avendo Rifondazione comunista annunciato una scelta di classe, non ha portato con sé il consenso e la rappresentanza della classe. Quali sono le ragioni che hanno determinato un vuoto così enorme nel sistema politico, e dunque nell’assetto democratico-costituzionale? Bisogna colmare, in proposto, anche un vuoto di analisi, che a sua volta costituisce un ostacolo non irrilevante sulla via di un cambiamento che ci porti davvero fuori dalla crisi. Certo, quello che viviamo è l’effetto della vittoria del capitale globale nella sua lotta di classe contro il lavoro, su cui ha pesato in modo decisivo lo spostamento dei rapporti di forza dopo il crollo del “socialismo reale”. E non si possono mettere tra parentesi le profonde trasformazioni del lavoro, nel passaggio dalla fabbrica fordista alla rivoluzione digitale, che hanno sconvolto i modelli tradizionali delle organizzazioni sindacali e politiche. Ma nella condizione italiana, in cui l’esproprio della politica subìto dai lavoratori e dalle classi subalterne ha assunto specifici tratti di radicalità e persistenza, non si può ignorare che la svolta dell’89 è stata vissuta dai gruppi dirigenti non come innovazione critica dell’esperienza compiuta dal principale partito della sinistra quale era il Pci, del suo progetto e della sua cultura. Bensì come discontinuità, ossia come cesura storica: come abbandono della sue finalità e della sua pratica politica, che ha comportato lo sradicamento dalla base operaia a popolare, e quindi la rottura del suo blocco sociale. Ciò che ha prodotto, insieme all’impossibilità di trasformare la società per via democratica e alla perdita di prospettiva per grandi masse, l’indebolimento dell’impianto costituzionale e un  evidente spostamento a destra. Un vuoto che persiste e si è aggravato. E che non può in alcun modo essere colmato dal comico genovese, il quale della Costituzione non sa che farsene, dal momento che individua il nemico principale nei partiti. Così da poter conciliare democrazia diretta e privatizzazione totalitaria della politica attraverso l’uso della rete, cioè del suo blog, di cui è padrone e signore. Ma non si può neanche stabilizzare l’esistente facendo ricorso alla retorica dell’interesse generale, che nelle condizioni date è solo l’interesse della classe di comando. E appellandosi a una visione dell’Europa misurata col parametro del deficit di bilancio e non con quelli dell’occupazione, della distribuzione del reddito e del livello della protezione sociale. Un modo per occultare le vere cause della crisi e per renderla più grave.

6. In queste condizioni, l’urgenza che incombe è quella di porre mano alla costruzione di un’ampia coalazione del lavoro capace di rappresentare, unificare e organizzare le lavoratrici e i lavoratori del nostro tempo intorno a un progetto di cambiamento che indichi la via per superare la crisi. E che perciò sia in grado di offrire uno sbocco politico democratico e progressivo alla protesta e alla paura, al malessere e alla rabbia che percorrono il Paese. La condizione preliminare perché ciò sia possibile consiste nel riconoscere i caratteri nuovi e gli interessi del lavoro del XXI secolo, distinguendoli e separandoli da quelli del capitale, e dunque nel ridefinire la dualità capitale-lavoro, le diverse forme dello sfruttamento capitalistico e del conflitto. Una delle più rilevanti novità che caratterizzano il capitalismo finanziario globale si manifesta nell’avere esteso lo sfruttamento della persona umana ai fini del profitto ben oltre i confini della fabbrica fordista, su cui si sono conformati nel Novecento il momento operaio e la sinistra. È su questa dimensione più ampia del lavoro, precaria e differenziata fino a coprire l’intero tempo di vita, che si situa oggi la linea dello sfruttamento capitalistico. Ed è su questa frattura sociale, che è anche antropologica ed esistenziale, che oggi bisogna agire. Serve una visione unitaria del lavoro capace di mettere insieme le sue diverse espressioni e figure indotte dalla rivoluzione scientifica e tecnologica, dalla dimensione crescente del lavoro cognitivo. E perciò vada oltre i confini storici del lavoro manifatturiero classico, che pur restando essenziale in questa fase tende a integrarsi fortemente con la comunicazione e la formazione, con la ricerca e la scienza, con le infinite applicazioni che coinvolgono trasversalmente l’industria, l’agricoltura, i servizi. In altri termini, serve una visione più complessa e generale del lavoro dipendente ed eterodiretto, largamente maggioritario nella società, che sarà tanto più unificante quanto più declinata al femminile e al maschile, e quanto più inclusiva dei lavoratori migranti. Il lavoro pubblico e privato, della grande e della piccola impresa. Il lavoro come forza produttiva fondamentale dei beni materiali e immateriali, in assenza della quale la società non vive. Il lavoro come scambio permanente tra i produttori e la natura, che comporta una visione inscindibile dello sfruttamento umano e ambientale. Il lavoro come legame sociale, e quindi come fattore costitutivo della personalità, che esclude l’annullamento dell’individuo nella classe. La contraddizione tra la socialità allargata del lavoro e la concentrazione inusitata della proprietà sui mezzi di produzione, di comunicazione e finanziari – vale a dire tra forze produttive e rapporti di proprietà – è diventata esplosiva. Più che mai nella nostra epoca, dominata dalla rivoluzione digitale e dalla rete, il capitale – per dirla con quel tale di Treviri – è «un prodotto comune» che «non può essere messo in moto se non dall’attività comune di molti membri della società, anzi, in ultima istanza, da tutti i membri della società». A una potenza sociale che genera un prodotto comune dovrebbe corrispondere una proprietà comune dei mezzi strumentali, e dunque anche della rete. Prevalgono invece le vecchie, ormai logore forme della proprietà capitalista abilmente mascherate. Sebbene appaiano addirittura barbariche, quando vengano messe a confronto con la socialità della rete e con la straordinaria potenza della forza-lavoro della nostra epoca, che si esprime soprattutto come capacità comunicativa e relazionale a livello planetario. Per questa ragione oggi esplode in modo drammatico, con la crisi economica e sociale, la contraddizione mai sopita tra chi compra e chi vende la propria forza-lavoro, tra chi è proprietario dei beni strumentali e finanziari, e chi dispone solo delle proprie capacità intellettuali, fisiche e morali, che aliena in cambio dei mezzi per vivere. Una contraddizione che diventa ancora più esasperata con la moltiplicazione degli strumenti finanziari, attraverso i quali la proprietà formalmente si diffonde ma l’appropriazione massicciamente si concentra. Ed è proprio la disponibilità della proprietà altrui che consente a una ristretta oligarchia del denaro di giocare d’azzardo con il risparmio e le pensioni dei lavoratori. Ma proprio per questa stessa ragione prendono rilievo e assumono un carattere di straordinaria attualità i principi economici e sociali della Costituzione fissati nel titolo III, di cui nel dibattito e nella lotta politica si sono perse le tracce. Laddove alla proprietà si pongono precisi vincoli di «utilità sociale» in modo da non «recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana». E si stabilisce che possono essere trasferite «allo Stato, ad enti pubblici o a comunità di lavoratori o di utenti» determinate attività d’impresa «che si riferiscano a servizi pubblici essenziali o a fonti di energia o a situazioni di monopolio».

7. Nella nostra Costituzione sono scolpiti i principi fondamentali di un progetto di cambiamento, che indica la via per superare la crisi verso un modello di civiltà più avanzata, di tipo socialista, da porre a base di un’ampia e moderna coalizione politica del lavoro. Questa è la nuova pagina da leggere e rileggere con gli occhi della modernità, nel pieno di una crisi che scuote il capitalismo nei fondamenti, vale a dire nel suo modo di produzione e riproduzione. Non so se Romano Prodi possa ancora vantarsi di aver fatto più privatizzazioni della Thatcher. Ma domandiamoci: cosa ci impedisce, alla luce dei principi costituzionali, di nazionalizzare le banche? Di trasferire, diciamo, la Fiat, l’Ilva, la Richard Ginori a comunità di operai e tecnici, liberandole dal peso di una proprietà inutile e dannosa? Nulla ce lo impedisce. È “solo” una questione di rapporti di forza, e di chiarezza sul tipo di società che vogliamo. La verità è che ci troviamo al centro di un condizione lacerante e dolorosa. Come può l’intervento della politica affermare l’egemonia del lavoro e mettere sotto controllo il capitale, se i portatori degli interessi offesi dal capitale sono privi degli strumenti della politica? E come può reggersi una Repubblica fondata sul lavoro, se i lavoratori non hanno alcun peso politico? Si è determinata una frattura tra il progetto costituzionale e la realtà dell’Italia. E ciò chiarisce perché viviamo in uno stato di perenne incertezza, tra enormi potenzialità represse e pesanti regressioni reali. La Repubblica democratica è stata disancorata dal suo fondamento e sta andando alla deriva. Se non si pone un argine a questo andamento, l’alternativa è un ferreo regime autoritario incardinato sulla dittatura del capitale, italiano o europeo che sia. La Costituzione indica nel partito politico l’architrave di una democrazia sociale avanzata e progressiva, ma mai come oggi il disprezzo per la politica è stato così diffuso. E l’idea che per mezzo del partito politico si possano cambiare la nostra società e la nostra vita è largamente revocata in dubbio. Non potrebbe essere altrimenti, giacché il partito, nella sua configurazione attuale, appare inservibile come mezzo di partecipazione democratica e di liberazione delle lavoratrici e dei lavoratori del nuovo secolo. Ma poiché, per dare inizio a una nuova lotta di Liberazione, quelli che non possiedono ricchezze e capitali da investire non hanno altro strumento da mettere in campo che non sia una libera coalizione politica di donne e di uomini liberi, uniti nello scopo di darsi un progetto condiviso, occorre ripensare e ricostruire dalle fondamenta la forma partito. È del tutto chiaro che un’ampia coalizione politica che faccia asse sul lavoro e assuma la Costituzione come tavola dei valori non può essere generata, e neanche concepita, per effetto di manovre di vertice che dall’alto aggreghino e disaggreghino ristrette élites partitiche e intellettuali. Una nuova aggregazione può nascere solo se le diverse esperienze e movimenti di lotta  diffusi nel Paese, si incontrano, si riconoscono, si parlano e convergono su un progetto e regole comuni. In basso, nei territori e nelle periferie urbane, coordinando e mettendo insieme le soggettività del lavoro con quelle ambientaliste e con i movimenti per i beni comuni e i diritti civili. In alto, attraverso il coinvolgimento di forze presenti nei partiti, nei sindacati e nelle associazioni, che si riconoscano nell’esigenza di voltare pagina. In basso e in alto, formando gruppi d’intervento, cioè dirigenti, che lavorino alla costruzione e alla messa in opera di una nuova soggettività politica della classe lavoratrice del nostro tempo, con caratteristiche popolari e di massa. O c’è un’altra strada per cambiare davvero lo stato delle cose presente?