Battere la destra, per un’altra politica e un’altra idea della modernità

ALDO TORTORELLA

Intervento all’assemblea de “Il Manifesto” alla Fiera di Roma del 15 gennaio 2005

Concordo con la proposta di Asor Rosa e ringrazio i compagni del Manifesto per questo incontro che dà corpo ad una prospettiva su cui tanti di noi hanno lavorato in questi anni.
So bene che il percorso che qui vorremmo iniziare sarà incerto e difficile, credo di conoscere gli ostacoli e certamente conosco le delusioni passate. Ma nessuno dei tentativi che sono stati fatti – ultimo dei quali il Forum per un programma alternativo di governo – è stato inutile perché ciascuno di essi ha contribuito a diffondere le idee che ci hanno portato qui, saggiando anche le possibili strade.

Ricordo con riconoscenza tre compagni che da punti di vista tra loro distanti sono stati determinanti per sollecitare una sinistra nuova: Luigi Pintor, Claudio Sabattini, Tom Benetollo – Pintor, con l’idea di una politica diversa innanzitutto per la capacità d’indignarsi e di reagire per le infinite sofferenze generate da un modello disumano, Sabattini, con la denuncia delle condizioni fatte al lavoro ormai privato della rappresentanza, Tom Benettollo, con la ricerca e la pratica di un altro linguaggio e di un altro senso per l’agire politico.
Li ricordo non solo con affetto, ma perché ognuna di quelle posizioni, cercando una via innovativa nelle culture tradizionali della sinistra, ha colto un punto essenziale. Le cause della sconfitta storica del movimento comunista che si era fatto, io credo, dogmatico, lo spostamento al centro dei partiti socialdemocratici, la frammentazione della sinistra che non ha rinunciato all’idea della trasformazione sociale hanno a che fare non con errori occasionali ma con le culture prevalenti nella tradizione delle sinistre. Ciò non esclude le responsabilità o le colpe di questo o quel gruppo dirigente del presente o del passato, ma cerca di capirne i motivi più veri e più lontani.
Non è un caso che i maggiori movimenti più o meno recenti, l’antiautoritarismo, il femminismo della differenza, il nuovo pacifismo, l’ecologismo, lo stesso attuale moto critico verso la globalizzazione capitalista siano nati fuori e talora contro la maggior parte delle sinistre storiche in Italia come altrove. Questa constatazione non toglie nulla ai meriti del movimento operaio di origine europea e di ispirazione marxista che ha svelato il contrasto costitutivo del sistema capitalistico e ha cominciato a scuoterlo determinando la storia del ‘900 e segnandola con le sue vittorie, innanzitutto quella sul nazismo e sul fascismo, con le sue tragedie e i suoi errori.
Non si costruisce alcuna nuova cultura, come i fatti hanno provato, con la nostalgia del passato o con il ripudio e con la perdita della memoria storica. E non si costruisce nessuna sinistra nuova se non ci si mette dal punto di vista del lavoro nelle sue condizioni e contraddizioni attuali – vecchio o nuovo, precario o stabile, manuale o intellettuale che sia. La moltitudine non cancella l’esistenza delle classi. La sconfitta più grave della sinistra moderata e di quella alternativa è nel fatto che la maggioranza dei lavoratori dipendenti non ha votato né per l’una né per l’altra. La lezione del voto negli Stati Uniti non è così estranea come vorremmo che fosse: il fatto che il voto di molta parte dei meno abbienti vada a destra è problema anche nostro.
Muovere dal bisogno di una nuova cultura per la sinistra non ci allontana ma ci avvicina alla lotta di oggi. Non si può vincere contro la destra e, se si vincesse, non si potrà governare senza il contributo determinante di tutta questa parte della sinistra cui ciascuno di noi, vecchio o giovane, ha desiderato appartenere. Ma ciò implica che queste forze elaborino una propria comune cultura di governo a partire da un’altra idea della modernità fin qui considerata dal moderatismo neocentrista come sinonimo del liberismo, del privatismo e del primato dei più forti, con la conseguenza di una politica che – come è stato detto da molti – ha aperto il cammino alla destra. Come sappiamo, la guerra preventiva non incomincia con l’Iraq ma con le bombe su Belgrado, anche se è stata teorizzata dopo di esse.
La modernità non è un dato ma un processo e uno scontro e la sua prima conquista è nella idea di trasformabilità dell’assetto sociale, una idea sancita dalla rivoluzione borghese. Ma l’idea della trasformazione, abbandonando la quale la sinistra recide le proprie radici, non coincide con l’affermazione più o meno energica della sua esigenza, ma con quel programma riformatore qui evocato che in parte vede già concordi molte delle forze della sinistra ma in parte deve essere realmente costruito a partire, come è stato ricordato, dalle politiche economiche.
Il confronto è difficilissimo. E’ assolutamente vero che noi ci troviamo in una situazione di rischio per la democrazia costituzionale, di fronte a forme di restaurazione e di vendetta di classe. Dunque, cercare di battere Berlusconi è un fatto in se stesso rilevantissimo e pregiudiziale. Susan George si è chiesta come ha fatto un popolo intelligente come quello italiano a eleggere Berlusconi. La spiegazione è forse nel fatto che la sinistra non è stata tanto intelligente. L’idea del programma comune del centro-sinistra è un grande passo avanti, ad essa bisogna contribuire cercando un compromesso con i moderati che non si riveli perdente come la volta scorsa.
Ma l’importanza di quest’area potrebbe essere anche nella capacità di indicare all’insieme del centro-sinistra un altro modo di essere della politica a partire da se stessa, guardando ai propri interni malanni e alla propria interna pratica politica, non così dissimile da quella di altri. Se il capitalismo non avesse imparato a regolare gli spiriti animali che lo sospingono, a quest’ora sarebbe già finito. La sinistra per risorgere deve imparare a regolare le forsennate passioni che spingono ciascuno a credere solo in se stesso e nel proprio gruppo.
Il valore della proposta della “camera di consultazione” è nello sforzo per trasformare una pluralità di soggetti spesso tra di loro in contrasto acuto in una risorsa offrendo loro una sede di incontro permanente. Il guaio non è che si cerchi di dar forma ad un vasto fronte moderato che esiste ma che non si formi una sinistra autonoma e unitaria. Io spero che questa iniziativa l’aiuti a manifestarsi e ad agire a partire anche dalle più vicine scadenze politiche referendarie ed elettorali. Ciò non si farà senza una passione comune per l’unità, una passione difficile da far vivere non solo nelle proclamazioni ma nella realtà di una costruzione concreta.