Autonomia della sinistra unità democratica

Documento della presidenza dell’Ars per la discussione in vista dell’ assemblea congressuale ARS del 7 febbraio 2004

Premessa

Lo scopo di questo documento è quello di sostenere che di fronte alla tendenza neoimperiale dell’unica superpotenza rimasta, dinanzi alla teoria e alla pratica della guerra preventiva e allo svilimento della democrazia e delle sue medesime libertà fondamentali, appare necessaria una nuova sinistra forte di un aggiornato pensiero critico verso il sistema economico e sociale vincente nel mondo e contemporaneamente capace di mostrare attitudine al governo. Una tale necessità è resa più urgente dallo slittamento verso il centro delle forze della sinistra moderata in molta parte d’Europa e particolarmente in Italia nella proposta di “partito riformista” Una nuova sinistra sarà possibile se lo vorranno i partiti, le associazioni, i movimenti, che hanno fin qui testimoniato la loro volontà di opposizione alla teoria e alla pratica della guerra preventiva e alle politiche del neoliberismo e che hanno sostenuto i principi del metodo democratico contro il loro stravolgimento determinato dal potere dei gruppi economicamente dominanti e contro la violenza terroristica.
In Italia, la necessità di una tale sinistra è tanto più doverosa, quanto più è urgente liberare il paese da un governo che a causa di un conflitto di interessi senza precedenti in capo al presidente del consiglio e delle culture politiche presenti in tanta parte delle destre sta determinando un deterioramento insostenibile della qualità della nostra democrazia, un rischio grave per la legittimità costituzionale, un generale imbarbarimento del discorso pubblico. Non si potrà vincere la gara elettorale senza la partecipazione di interessi e culture che il moderatismo dimentica o abbandona. E se si otterrà successo non si potrà reggere senza una correzione profonda delle politiche e dei comportamenti di governo della coalizione democratica rispetto alla precedente esperienza di centro-sinistra.
Vi è stata la composizione di uno schieramento unitario di opposizione. E’ in atto l’incontro tra le forze della sinistra alternativa – partiti, movimenti, associazioni – per un comune programma di governo da far pesare nella costruzione di una nuova coalizione democratica. In una situazione fin qui stagnante qualcosa si muove. Tuttavia un accordo programmatico a sinistra è importante, ma non reggerà senza la costruzione di una forza politica unitaria e nuova di una sinistra alternativa e di governo. Ciò chiede di ripensare i modi di interpretazione della realtà, i valori, i comportamenti, la pratica politica per costruire una sinistra che sappia risollevare l’idea di un nuovo socialismo forte delle conquiste teoriche e pratiche determinate dal pensiero femminista, dalla cultura ecologista, dal movimento new global oltreché dal pensiero critico presente nel movimento dei lavoratori e di trasformazione sociale.
La parola socialismo non vuol dire, per noi, società senza democrazia e senza mercato, priva di contraddizioni e di conflitti come fu in antichi sogni e poi nelle posizioni di origine sovietica. Ma l’aggettivo socialista non vuol neppure dire, per noi, quella copertura di politiche moderate o apertamente conservatrici così come è nella tradizione dell’ala destra, in molti luoghi vincente, delle socialdemocrazie.
La parola socialismo vuol dire per noi innanzitutto la lotta per la libertà di ogni persona e di tutti. Vuol dire riconcepire una società formata di donne e di uomini che deve, dunque, riconcepire i suoi stessi fondamenti. Vuol dire lo sforzo per rendere operanti le libertà fondamentali e i principi di eguaglianza che stanno alla base di una democrazia che non sia fondata sul danaro e non muova da un’idea della politica come conquista del potere dei delegati sopra chi ha dato la delega. E’ l’impegno a stabilire nel meccanismo economico e nel mercato ciò che deve essere sociale e pubblico (che non significa statale e burocratico) e ciò che deve essere privato: in un sistema di regole condivise va valorizzata ogni spinta, personale e collettiva, alla socializzazione delle conoscenze e delle risorse, alla qualità sociale dei prodotti e dei servizi, a forme di comunicazione, di scambio, di riconoscimento dei desideri e dei bisogni.
Vuol dire una società in cui il lavoro sia valore centrale e non l’unica variabile dipendente del sistema economico e lo spirito d’iniziativa e d’impresa, da promuovere e valorizzare, non coincida con la capacità di imporre il massimo sfruttamento.
Socialismo per noi vuol dire assumere la pace come principio politico, e battersi per un modello economico che ponga limiti ad una crescita cieca e insostenibile, e che distribuisca in modo meno iniquo la ricchezza prodotta. Vuol dire chiamare i paesi sviluppati dell’Occidente a farla finita con la politica del dominio, della violenza e del razzismo aprendo le porte ad una nuova civiltà della reciproca comprensione e della cooperazione tra le culture.
Questo documento vuol essere un contributo a questo scopo, in coerenza con il lavoro fin qui compiuto dall’associazione.

I – Lo stato delle sinistre

1. L’esperienza della sinistra moderata in Europa è giunta ad un suo limite. Il declino elettorale in molti paesi ha testimoniato l’esaurirsi di una politica e di un ruolo.
L’accettazione di una funzione di governo del tutto interna alle politiche del liberismo e persino alle idee neoconservatrici sulla guerra, la rinuncia a qualsiasi pensiero sospetto di alternativismo, la scelta della “governabilità” anche al posto del “buon governo”, l’appoggio ad una Costituzione europea arretrata e conservatrice ha determinato il progressivo slittamento verso il centro, e l’appannamento o lo smarrimento della propria originaria ragion d’essere.
L’orientamento neocentrista, ormai guidato da quel gruppo sociale che viene definito “borghesia illuminata”, va capito. Esso rispecchia quello di una parte rilevante di ceti che ritengono di aver trovato una propria collocazione accettabile o soddisfacente nella società ma considera sbagliato o impossibile difenderla con politiche che tendano ad uno scontro aperto. Capire queste posizioni è altra cosa dall’intenderle come quelle dell’unica sinistra possibile. Ciò non è vero e, se accettato, porta al peggio.
2. Le sinistre alternative sociali e politiche hanno partecipato a produrre movimenti importanti (pace, democrazia, lavoro), ma non generano una visione ideale e politica capace di invertire la tendenza alla diaspora. La crisi di queste sinistre è altrettanto grave di quella delle sinistre moderate e per certi aspetti più profonda.
All’origine sono difetti speculari a quelli della sinistra moderata. All’accettazione passiva del modello vincente si oppone un diniego che non sempre è capace di leggere la profondità della crisi e allo stesso tempo i limiti imposti dalla realtà dei rapporti economici che sono dati. Alla volontà alternativistica non si accompagna la visione di un fondamento diverso da quello che regge il modello attuale e di politiche che vi corrispondano. La più coerente proposta alternativa è espressa dal movimento contrario all’attuale tipo di globalizzazione. Ma esso, per non spezzare la propria unità fatta di pluralismo, deve, come è giusto, evitare una sintesi politica che lo trasformerebbe in partito e deve trovare le proprie convergenze oltre che in una visione generalissima, su proposte e temi precisi la cui valenza è certamente decisiva ma non può e non vuole definire una compiuta proposta di governo. Le sinistre in vario modo alternative esprimono così esigenze e soluzioni parziali piuttosto che un indirizzo politico d’insieme.. E quando esprimono volontà sociali il rischio è talora che non si distinguano da un rivendicazionismo senza progetto. La fine della fiducia novecentesca nella proprietà sociale dei mezzi di produzione e di scambio non ha generato una nuova base comune sia pure nelle differenze. Tutte le posizioni alternative in campo vanno capite, ma non considerate il punto di approdo.

II – La crisi delle destre

1. La vittoria planetaria del capitalismo non ha migliorato ma ha aggravato le paurose ingiustizie e le frustrazioni nazionali che il suo modello di sviluppo ha creato nel mondo, e non ha significato il superamento della crisi che investe l’assetto economico e sociale dei paesi capitalisticamente sviluppati, le loro culture politiche, l’ordine simbolico costitutivo della loro forma di incivilimento. La scelta della guerra preventiva, è il tentativo di risposta a questa crisi che viene innanzitutto dalla impossibilità di universalizzare il modello “americano”. Di conseguenza gli Stati Uniti, nonostante l’inaudito potere, non riescono ad esercitare una reale egemonia a livello mondiale. La guerra preventiva non risolve ma aggrava la crisi di egemonia. Il conflitto oggi aperto con l’integralismo e il terrorismo di matrice islamica, non deve ingannare: esso prelude e sottende conflitti assai più corposi con il formarsi di un soggetto geopolitico e economico nuovo in Europa e con il peso crescente della Cina quali possibili competitori, e con il ritorno inevitabile della Russia ad ambizioni frustrate.
Ma la crisi è più profonda: lungo due secoli di conflitti, e segnatamente nel cinquantennio successivo alla seconda guerra mondiale sono state corrose le basi costitutive del sistema occidentale. Il crollo dell’esperimento statale totalitario seguito alla rivoluzione d’Ottobre, non ha potuto distruggere l’idea e la ricerca di una alternativa al sistema capitalistico, messe in campo dal movimento operaio, dal socialismo e dal comunismo. La rivoluzione femminile nel cuore dell’Occidente ha intaccato le basi patriarcali dell’ordine sociale, contagiando simultaneamente tutte le culture del mondo, e costituendo un fattore trasversale e contraddittorio, ma fondamentale, dell’attuale conflitto culturale. Il pensiero femminile in Italia ha parlato a questo proposito di un “cambio di civiltà” che è determinato dalla “fine del patriarcato”. Il movimento ecologista ha svelato la insostenibilità di un modello di crescita cieca fondata sulla espansione smisurata dei consumi e sulla distruzione dell’ambiente che ha garantito la vita stessa della specie umana.

2. La crisi della destra dunque è rappresentata dalla difficoltà a perpetuare un ruolo stabilizzante di mera conservazione del sistema dato e dell’ordine simbolico che ne sorreggeva le gerarchie di autorità. La crisi della sinistra è costituita dall’inadeguatezza e dalla timidezza della prospettiva di mutamento che essa è capace oggi di rappresentare. Le radici della sinistra moderna sono nella rivoluzione borghese alla fine del ‘700 e in quella proletaria che da metà dell’800 ha proiettato il suo “progetto” sino alla crisi del 1989.L’universalismo illuministico, l’internazionalismo operaio, la democrazia del suffragio universale, l’utopia di una democrazia diretta e integrale e del superamento del mercato, il compromesso del welfare, il sogno della liberazione dal bisogno per la via della scienza. Ognuno di questi cicli contiene un elemento di presunta perennità – e cioè di chiusura dogmatica – da respingere, ma anche un filone critico da raccogliere e da interpretare per il presente. Le destre hanno in odio la ragione critica. Parlano di democrazia ma attaccano nella pratica i principi fondamentali della democrazia rappresentativa e della democrazia diretta, i diritti e le libertà fondamentali per ogni persona e per ogni popolo, il completamento dei diritti civili e politici con i diritti sociali, l’universalità delle acquisizioni della scienza.
La sinistra, per ritrovare una sua funzione, deve raccogliere la grande eredità culturale del passato reinterpretandolo e deve sapere rinominare e declinare i conflitti e le tensioni, i desideri di libertà e di felicità che attraversano il mondo attuale mutato dal sapere.
Alle scelte terribili della destra al comando negli Stati Uniti cui si è acconciata tanta parte dell’Europa bisogna saper opporre scelte altrettanto chiare e nette, innovando le proprie categorie di interpretazione, la propria linea di condotta, i propri comportamenti.

III – La pace

Il primo dovere di una sinistra è di impegnarsi perché l’Italia e l’Europa respingano la dottrina e la pratica della guerra preventiva, elaborata dalla maggior potenza militare mondiale, sostenuta dal governo inglese, accettata da molti governi europei tra cui quello italiano. L’idea che si possa combattere con la guerra il terrorismo di matrice religiosa o nazionale si è dimostrata un tragico errore. La guerra non riduce, ma moltiplica il terrorismo. Ed è falsa la idea che si possa esportare la democrazia con la guerra. La democrazia che si impone con la violenza nega se stessa. Il terrorismo si combatte innanzitutto comprendendo e cercando di rimuovere le cause che lo generano. Esse stanno nella frustrazioni nazionali, nel rifiuto del volto aggressivo e delle pratiche sfruttatrici dell’occidente, nell’ira per le pretese di superiorità e di dominio intrise di razzismo degli Stati Uniti e dei paesi capitalisticamente più forti, nell’oceano di disperazione cui interi paesi, e in primo luogo il popolo palestinese, sono stati condannati. E’ su queste basi che prospera il fanatismo religioso intriso di nazionalismo in Paesi che furono già colonie o semicolonie dell’Occidente e in cui i più forti paesi capitalistici hanno comunque mantenuto una influenza determinante. La sinistra moderata europea ha avuto nel passato un peso rilevante nel determinare questa realtà o nel fingere di non vederla. In questi anni una parte rilevante di essa, si è fatta sostenitrice della guerra, giungendo in Italia a spregiare la Costituzione.
Nel tempo delle armi di distruzione di massa la pace non ha alternative. In un modo in armi, dominato da una superpotenza munita di una forza militare senza pari, funestato da guerre in atto – a partire da quella tra israeliani e palestinesi – e dalla tendenza generale al riarmo, la volontà e la politica di pace è l’unica strada.
La forza accumulata dall’Occidente – economica, scientifica, tecnologica, mediatica – basta e avanza, se fosse impiegata ai fini della pace e della lotta all’arretratezza, per diffondere il rispetto dei diritti umani e le forme della democrazia. Ciò non significa ignorare che di fronte alle azioni terroristiche sia necessario anche un contrasto con la forza. Ma ciò richiede un’opera di polizia internazionale governata dalle Nazioni Unite, non la guerra, e meno che mai la guerra unilaterale e preventiva. L’Europa può avere un ruolo fondamentale in una politica di pace e cooperazione.
Una sinistra italiana nuova deve avere come suoi principi la difesa del principio costituzionale del ripudio della guerra come metodo di risoluzione delle controversie internazionali, la lotta per il disarmo, l’azione per ridare efficienza alle Nazioni Unite anche attraverso una loro riforma che ne aggiorni il funzionamento al mutato quadro internazionale dopo la fine della “guerra fredda” , favorisca la crescita della democrazia, la tutela dei diritti umani in ogni parte del mondo, e istituisca gli organismi e gli strumenti di un nuovo diritto internazionale.
Ciò significa, nell’immediato, battersi per il ritiro delle forze di occupazione, e innanzitutto dell’Italia, dall’Iraq e dall’Afganistan e la loro sostituzione con truppe delle Nazioni Unite concordata con i rappresentanti reali delle comunità locali, impegnarsi per sostenere il piano di pace concordato tra esponenti palestinesi e israeliani a Ginevra. Ma significa anche avanzare idee nuove per la cooperazione internazionale. Non solo occorre il taglio del debito del terzo mondo ma si deve proporre di destinare una quota consistente del reddito dei paesi sviluppati al sostegno dei ceti sociali e delle comunità nel mondo che sono più disagiate. La cooperazione materiale va sempre coniugato con la ricerca del dialogo interculturale. La crescita dei flussi di emigrazione verso i paesi ricchi va colta come una opportunità di scambio e di cooperazione, anche al fine di restituire forza lavoro qualificata ai paesi in via di sviluppo e di estendere una cultura dei diritti e delle libertà. La crisi dell’Occidente può essere risolta solo da un confronto culturale capace di coniugare le conquiste migliori nelle diverse tradizioni delle civiltà del mondo.

IV – Sviluppo umano contro crescita cieca

Una politica di pace è strettamente connessa ad un’altra concezione dello sviluppo. E’ l’idea stessa di una crescita cieca e senza limiti che è ormai in piena crisi e va messa al bando. Le ricette liberiste sulla capacità del mercato di risolvere da solo i problemi che esso stesso ha creato e crea si sono rivelate illusorie. Solo il keynesismo militare e la tensione della guerra proclamata come infinita (più i restringimenti “patriottici” degli spazi di libertà motivati dalla guerra) ha aiutato gli Stati Uniti a risollevarsi dalla recessione, ma contemporaneamente li spinge verso una politica imperiale, verso il dominio ottenibile con le armi e con il loro consumo. E, in Europa, per sollecitare la ripresa si pensa -–come da tradizione – ad un grande piano di lavori pubblici. Ma, dunque, l’intervento della mano pubblica è essenziale, e il tema di una programmazione economica non affidata unicamente alle multinazionali o ai governi dei paesi più ricchi ritorna con nuova forza e consapevolezza anche per merito del movimento no e newglobal, e della cultura ecologista. E’ pienamente possibile pensare e proporre piani di investimento che servano non alla produzione di strumenti di morte ma ad aiutare i paesi del sottosviluppo e della povertà a convertire le produzioni e ad indirizzare i consumi verso il miglioramento dell’esistenza di donne e di uomini. Ed è questa anche l’unica politica realistica se non si vuole continuare sulla strada del disastro ambientale, della distruzione della natura e delle risorse che sono tutte quantità finite, della eredità alle generazioni future di un mondo impoverito, inquinato, avvelenato da scorie d’ogni tipo che non si sa dove mettere e che, come quelle dell’uranio, continueranno ad essere mortali per un tempo spaventosamente lungo.

V – Uomini e donne

La guerra, il meccanismo economico fondato sulla competizione più selvaggia, il prepotere del più forte non derivano solo dal sistema economico sociale capitalistico, ma affondano le loro radici in un modello culturale che viene da molto lontano e di cui è parte essenziale il predominio maschile.
Il conflitto simbolico – sostenuto nella vita di tutti i giorni – che si è aperto e generalizzato contro l’ordine patriarcale delle società ereditate dal passato, ormai non solo in Occidente, è fatto di rilievo decisivo per la cultura politica e le sue pratiche. La rivoluzione prodotta nelle gerarchie del desiderio dalla libertà femminile è il fondamento più vero per la realizzazione quotidiana di un nuovo ordine di valori, anche di natura etica, che informano le relazioni tra le persone, e da questa base, il modo di fare politica. Tutte le principali questioni aperte sul terreno della produzione materiale e della riproduzione della vita sono attraversate e informate da questo evento.
Esso determina tensioni e contraddizioni anche tra le diverse culture e dentro la cultura cui appartiene l’Occidente. C’è una reazione forte e dura contro la libertà femminile. E c’è la volontà d’imporre il modello occidentale – in cui è avanzata la libertà ma anche lo sforzo per ricacciare le donne nel ruolo antico – a culture altre. Ma è solo all’interno di ciascuna realtà culturale che può essere sollecitato un mutamento reale in quest’ordine di rapporti, mutamento che costituisce da solo una rivoluzione, (l’unica – fra l’altro – che non sia fallita).
Non può esistere una politica di una sinistra nuova di trasformazione e di governo senza un ripensamento della concezione della politica che la critica del modello patriarcale comporta. Non si tratta soltanto di “fare posto” alle donne nelle assemblee e nelle istituzioni, cosa certo indispensabile data la vergognosa arretratezza italiana. Ma intendere che sia il modello bellicista come quello della reciproca sopraffazione economica possono essere criticati e mutati lavorando per assumere un altro ordine simbolico. L’ordine simbolico di chi dà la vita, non la morte. In tale direzione c’è un immenso lavoro da fare: soprattutto è indispensabile una nuova coscienza maschile, capace di pensare davvero la propria parzialità, rinunciando all’attitudine di universalismo astratto che ha informato le culture politiche e filosofiche dell’occidente, entrate in crisi lungo gli ultimi due secoli.

VI – La scienza e la libertà

L’età delle rivoluzioni sociali in occidente è stata anche l’età delle rivoluzioni scientifiche e tecniche. La stessa teoria politica del socialismo ha voluto definirsi, costituendo le premesse di gravi errori dogmatici, come “scientifica”. Il discorso di una cultura politica critica non può eludere quindi anche una lettura critica degli sviluppi dell’innovazione scientifica e tecnica e delle conseguenze che produce sul modo di vivere delle nostre società e dell’umanità intera. I mutamenti più significativi nel campo della scienza e della tecnica negli ultimi decenni sono forse avvenuti nel campo delle comunicazioni e delle biotecnologie. Lo sviluppo dei mass media e di internet hanno fatto della “rete” una metafora che definisce il modo stesso di essere delle società moderne e del processo di globalizzazione. Ciò non vuol dire che cessino le tradizionali gerarchie di potere economico, politico-statale, militare, ma che la diffusività dei meccanismi di trasmissione dei dati e delle informazioni, che attraversano anche i nuovi modi di produrre, mutano radicalmente sia la natura dei sistemi di controllo, di repressione e di organizzazione del consenso, sia le opportunità per le singole persone, movimenti, partiti e associazioni che intendono esercitare un ruolo critico e alternativo. D’altra parte i media nell’era delle telecomunicazioni assolvono anche a un ruolo essenziale nei tempi secondo cui si evolvono l’incontro e lo scontro tra le culture, nell’accensione dei desideri che muovono imponenti flussi migratori.
L’innovazione nel campo delle biotecnologie, che ha raggiunto la radice della manipolazione della vita, pone anche rilevanti questioni etiche rispetto alle quali la politica – una politica che si voglia “laica”- non può scegliere solo l’indiscutibile metodo della “libertà di coscienza”. La recente discussione italiana sulla legge per la procreazione assistita ha messo in luce gravi atteggiamenti oscurantisti, non a caso accesi in modo particolare sul ruolo che nella procreazione riveste ormai la libertà femminile e la libertà sessuale. Esistono dilemmi etici che non possono essere “risolti”, essi possono solo essere accompagnati da un dibattito pubblico pluralistico, trasparente e informato e forme giuridiche di un “diritto mite” ispirato al principio della laicità dello Stato. La critica della scienza non può negare il principio della libertà della ricerca scientifica.

VII – La centralità del lavoro

La contraddizione tra lavoro e capitale resta questione centrale, colpevolmente rimossa o fraintesa dalle sinistre prima e dopo il fallimento del comunismo come esperimento statale. Nessuna forza politica pone più al suo centro la questione del lavoro. Ma proprio la globalizzazione la fa riemergere drammaticamente in nuove aree del mondo ove si estende la civiltà industriale e le sue logiche di sfruttamento. Ma essa si ripropone anche nelle aree sviluppate dove c’è un attacco generalizzato ai diritti conquistati, alla certezza delle condizioni lavorative e allo stato sociale frutto del compromesso realizzato in occidente all’interno della competizione con i sistemi a modello sovietico. Questa dinamica va affrontata sia esaminando i fenomeni di nuovo sfruttamento materiale che ci sono e sono gravissimi – come dimostra in Italia la caduta della quota di ricchezza destinata al salario, il blocco o l’arretramento delle retribuzioni – sia vedendo i fenomeni nuovi che i mutamenti produttivi portano con sé.
Nel mondo meno sviluppato sono negati i diritti elementari e i salari sono da fame. Nel mondo sviluppato, la tendenza è a contrastare o a cancellare i diritti acquisiti, a generalizzare la precarizzazione, a trattenere a vantaggio del profitto tutti gli aumenti di produttività. Ma non si possono rimuovere o sottovalutare le novità che si sono sviluppate negli ultimi decenni. C’è l’ingresso, in costante ascesa in tutto il mondo, delle donne nella produzione. Questo cambia radicalmente il rapporto tra momenti della vita per la produzione e per la riproduzione (lavoro domestico, cura dei figli ecc.) natura dello stato sociale, rapporti familiari, modelli di vita. E’ grandemente cresciuto il peso del lavoro cognitivo rispetto a quello manuale nelle grandi imprese, a dimensione multinazionale, ma anche in quelle medie e piccole di un sempre più diffuso lavoro autonomo, nel contesto della “società dell’informazione”. C’è l’ingresso massiccio nella produzione dei paesi avanzati, incluso il nostro, della manodopera immigrata, che disegna nuove forme nella divisione del lavoro e nella sua precarizzazione.
Vi è infine il peso sempre crescente, anche se percorso da gravi crisi cicliche, della finanziarizzazione che è venuta sempre più mutando il regime proprietario. I lavoratori, attraverso i fondi pensione e altri strumenti finanziari, partecipano della proprietà delle imprese, e queste, nella forma prevalente della public company, sono sempre più dirette da oligarchie di manager, estendendo un fenomeno iniziato già prima della metà del secolo scorso.
Tutto ciò richiede innovazioni radicali nella elaborazione politica sul ruolo dell’impresa, del mercato e sul compito delle organizzazioni sindacali. Il potere e il controllo sul proprio lavoro e sui rapporti contrattuali da parte di chi presta la propria opera, e gestisce una parte del proprio risparmio nel nuovo modo di produzione, deve organizzarsi in modo più complesso rispetto ai modelli più antichi. Ciò non diminuisce la necessità di difendere i contratti nazionali che tutelano il lavoro dipendente e il welfare pubblico. In ogni caso deve essere affermato il principio che l’ultima parola sui contratti di lavoro spetta ai lavoratori stessi.
Uno spicco particolare, soprattutto dopo gli scandali finanziari negli Usa, hanno assunto i temi della diffusione patologica dei conflitti di interessi.
Avanzano i temi del controllo sull’uso del proprio sapere cognitivo e sui percorsi di formazione, e del controllo sui meccanismi anche di natura “privatistica” che convogliano le nuove forme di risparmio verso fini previdenziali. E’ aperto lo scontro sull’evoluzione di forme di gestione dei servizi che mantengano le finalità qualitative sociali superando il burocratismo statalista, ma anche un privatismo spesso insostenibile.

VIII – La lotta per la democrazia

La politica della destra in Italia ha attaccato principi fondamentali dello stato di diritto: l’indipendenza della magistratura, il pluralismo della informazione, l’incompatibilità tra cariche pubbliche e difesa di interessi privati. Tuttavia i principi costitutivi della democrazia sono posti in crisi in tutto il mondo sviluppato. Già si discute di post-democrazia. Certamente, nei paesi capitalistici vige in primo luogo la democrazia del danaro. In più la democrazia ha ambito nazionale, mentre molte delle scelte che contano sono su scala globale e sono assunte da poteri pubblici e privati privi di qualsiasi controllo democratico. Se in Italia l’informazione di massa è controllata in modo addirittura monopolistico, essa nei grandi paesi capitalistici, conosce un pluralismo ristretto alle classi dominanti. In tutti i paesi capitalistici i poteri della criminalità organizzata sono considerati parte normale del panorama, seppure esecrabile a parole.
Anche nel funzionamento del mercato sono determinanti, in realtà, un limitato numero di grandissimi soggetti economici, che pesano in modo decisivo anche sulla politica delle maggiori potenze (come accade negli Stati Uniti con il complesso militare-industriale, le compagnie petrolifere, i giganti dell’elettronica e della comunicazione).
Ma proprio l’insieme di questa realtà deve spingere un soggetto politico di sinistra a respingere il mito del modello occidentale e innanzitutto statunitense come l’esempio di democrazia compiuta, e il mito del mercato come luogo di piena concorrenza e di assoluta libertà. La democrazia non è un dato acquisito una vola per tutte, ma un farsi. Occorre però respingere le semplificazioni che portano al peggio. Meglio una democraticità ristretta che nessuna, meglio un mercato assai relativamente libero che la stupidità burocratica.
In Italia (ma non solo qui) la sinistra moderata ha, sciaguratamente, operato – consapevolmente o inconsapevolmente –piuttosto per restringere che per allargare i confini della democrazia. Non solo con le inadempienze sul conflitto d’interesse, sulla riforma per lo sveltimento della giustizia, sui varchi aperti all’attacco di principi costituzionali essenziali, ma anche con riforme del sistema politico che hanno depresso anziché esaltare la partecipazione. Mai la rappresentanza stessa è stata proposta da così poche persone. Mai le assemblee elettive hanno contato di meno e la forza del danaro (a partire da quello del presidente del consiglio) ha contato di più.
Una forza di sinistra autonoma deve battersi per invertire questa tendenza. Essa sa che vi è connessione fra democrazia e mercato, anche se esistono mercati senza democrazia. Lottando per allargare i confini della democrazia, per stabilire il diritto al pluralismo dell’informazione, per rivendicare giuste leggi per il conflitto d’interesse, per difendere e valorizzare l’autonomia della magistratura si lotta anche perché coloro che sul mercato sono più deboli, innanzitutto i lavoratori, possano difendere meglio i propri interessi e perché i risparmiatori non siano alla mercé dei potentati finanziari. Il mercato è una delle condizioni indispensabili per l’esercizio delle libertà ma esso non deve divenire il luogo della sopraffazione: per battere questa tendenza selvaggia del mercato è necessario per la politica riconoscere e nominare tutta la ricchezza degli “scambi” che avvengono nel mercato, costituiti dalle complesse relazioni che legano le persone impegnate nei processi di produzione e di consumo, e che vengono brutalmente rimossi dalla logica dominante che tende ad utilizzarli per mantenere nella subalternità produttori e consumatori .
Anche le leggi apparentemente settoriali come quella che attenua la gravità del falso in bilancio sono leggi che colpiscono ugualmente “libero mercato” e democrazia. Il libero mercato può essere ed è essenziale per incoraggiare la creatività, il lavoro “ben fatto”, la produzione di beni e servizi utili, ma perché ciò avvenga è indispensabile la funzione della regolazione pubblica, la difesa dei deboli, la lotta contro l’arbitrio dei potenti. Ciò chiede anche la individuazione di quello che deve essere socialmente controllato e di ciò che deve essere privato e la distinzione tra imprese per il profitto privato e quelle che usano il profitto per la ricostituzione della possibilità di continuare ad operare e a produrre, come dovrebbero essere le imprese cooperative e noprofit.
C’è in tutto questo campo un grande lavoro per rimuovere le macerie del pensiero unico liberista che ha invaso il campo della sinistra unendosi a quelle di uno statalismo burocratico troppo a lungo praticato. La distinzione tra amministrazione e politica fa parte di questa battaglia. L’idea dell’imparzialità dell’amministrazione asserita dalla Costituzione – imparzialità da conquistare e riconquistare continuamente – non doveva essere scalfita e deve, al contrario, essere sostenuta e difesa. Sempre che la politica sappia uscire dal sentiero affaristico cui l’ha richiusa la destra e dal vicolo cieco del decisionismo di pochi presente anche a sinistra e sappia conquistare il terreno della partecipazione popolare e la funzione d’indirizzo e di controllo che le spetta.

IX – Un’alternativa di governo

Se il “riformismo” cui è approdata la sinistra moderata fonda la sua legittimazione sul convincimento che l’affermazione del neoliberismo ha prodotto un modello di sviluppo che non contempla alternativa a se stesso e che quindi l’azione di governo della sinistra può realizzarsi solo all’interno dei suoi confini, una nuova forza riformatrice nella costruzione di una prospettiva di governo trova la sua ragion d’essere in un impianto propositivo che punti a realizzare, per quanto gradatamente, un altro modello di sviluppo su scala continentale. Non si tratta di contemplare solo le diversità positive tra Europa e USA ma di disegnare un nuovo futuro per l’Europa fondato su scelte economiche ecosostenibili, su una rinnovata valorizzazione del lavoro, su un allargamento e una qualificazione dello stato sociale di fronte al mutamento della composizione demografica delle società europee, sull’individuazione di uno spazio di qualità per le economie del Vecchio Continente nell’ambito di una nuova divisione internazionale del lavoro, e dunque della costruzione di una idea alta della competitività e di un’economia aperta alle sfide della globalizzazione.
Questa prospettiva passa attraverso la sconfitta di quelle forze della destra europea, di cui quella italiana costituisce la punta di diamante, che hanno fatto del collegamento strategico con la politica mondiale dei neoconservatori americani la loro principale ragion d’essere e la principale fonte di legittimazione. Come dimostra la discussione sulla costituzione europea e sul patto di stabilità in questo scontro è in gioco lo stesso destino d’Europa. Per questo una sinistra riformatrice che dichiara apertamente di lottare per un’altra società non solo non si oppone ma si batte per una coalizione democratica ampia cui vuole portare il proprio contributo, senza chiusure schematiche, in discussione con le posizioni del moderatismo.
Il centro-sinistra per vincere e, poi, per reggere non può ripetere l’esperienza di governo, sostanzialmente condannata dall’elettorato, della seconda metà degli anni novanta. Nel programma e nell’azione deve imparare a non fare nessuna concessione a scelte e impostazioni che derivano dalla visione neoliberista. Deve imparare a combattere senza ambiguità la tendenza alla restrizione della democrazia e dei diritti, gli attacchi alla Costituzione democratica, il potere incontrollato dei gruppi finanziari. A partire dalla cancellazione delle leggi del centro-destra non solo pensate per uso personale ma volte a smantellare elementi sostanziali dello stato di diritto (incompatibilità, falso in bilancio, immunità per i potenti, ecc.) e a vanificare i diritti del lavoro (la legge 30 e altre).
Proprio perché questo sia possibile sosteniamo l’idea di una sinistra che riaffermi una sua autonoma identità, rimettendo al centro della sua interpretazione della realtà il criterio costituito dal lavoro e dalla sua liberazione. Quanto più sarà in campo una sinistra autonoma e capace di riaffermare una propria rinnovata identità, tanto più sarà possibile stimolare la funzione progressiva del centro democratico e invitare quanti in Europa ad esso fanno riferimento, a rompere anche organizzativamente con le forze liberali e popolari collocate ormai sul versante della conservazione.
E’ in questa prospettiva che la difesa del “modello europeo” può guardare al futuro. E’ essenziale comunque che esso non si chiuda in un angusto orizzonte eurocentrico. La scelta di assumere come obiettivo strategico lo sviluppo del terzo e quarto mondo è interesse dell’Europa. Se non vuole alla fine soccombere al dilagare, attraverso l’affermarsi di un’idea della competitività che non ha regole e confini, del neoimperialismo americano, l’Europa deve non solo dal punto di vista politico e militare ma anche da quello economico cercare di imporre un nuovo equilibrio mondiale. Per quanto riguarda l’obiettivo di costituire una “difesa” europea va affermato il principio che investimenti di tipo militare dovrebbero essere indirizzati solo al fine di costituire una forza di polizia internazionale al servizio delle Nazioni Unite. Va introdotta l’idea di un servizio civile internazionale con finalità umanitarie, coerente con il ruolo di mediatore pacifico che l’Europa deve saper conquistare sul piano globale. La vera alternativa all’attuale globalizzazione capitalistica non sta né nella riproposizione di vecchi modelli protezionistici né tantomeno nell’affermazione dei moderni fondamentalismi, ma in una nuova divisione internazionale del lavoro che consenta la costruzione di un modello di sviluppo plurale dal punto di vista economico, fondato sull’esclusione della diffusione a macchia d’olio degli insostenibili modelli di consumo e di produzione dell’Occidente.
Perciò in Europa e in Italia una nuova politica fiscale non può non partire dall’istituzione della Tobin tax quale scelta essenziale che consenta un dirottamento di risorse da investire sistematicamente nei paesi del terzo e quarto mondo. Non c’è funzione di governo per la sinistra in Europa se essa non sia orientata a costruire il consenso su una diversa qualità dello sviluppo. Al centro deve stare l’istruzione. La scuola, la ricerca, l’università debbono essere considerati una priorità decisiva. Rilanciare la scuola statale, rinnovandola, è essenziale, perché è in essa la strumento primario per una eguale cittadinanza. Così come l’università e la ricerca pubblica rappresentano i pilastri per l’avanzamento del Paese. L’universalità del sistema sanitario è una conquista su cui non si può cedere; così come sulle garanzie conquistate con il sistema pensionistico a ripartizione.
In questo quadro bisogna rovesciare il senso comune affermatosi con il neoliberismo che ogni politica di riduzione fiscale sia di per sé virtuosa. Bisogna ripristinare il principio della progressività dell’imposizione fiscale e sviluppare quello della tassazione di scopo.
Una sinistra che voglia rimettere al centro della sua iniziativa il lavoro deve avere una sua politica per l’impresa, fondata sulla costruzione di un programma di “democrazia economica” e un originale ripensamento dello stesso principio proprietario, a partire dalla partecipazione alla formazione delle risorse finalizzate all’investimento degli stessi fondi pensione gestiti dalle organizzazioni dei lavoratori.
Preliminare alla costruzione di una politica per l’impresa è l’affermazione del principio universale della rappresentanza dei lavoratori. In Italia una legge sulla rappresentanza ha il valore di attuazione del primo articolo della Costituzione, dove si afferma appunto che la Repubblica è fondata sul lavoro, di ricostruzione della trama lacerata della contrattazione, di ridefinizione delle basi per un compromesso tra lavoro e capitale che per durata storica e respiro sia pari a quello da cui è nato lo stato sociale.
Sul piano istituzionale è necessario produrre un rovesciamento di impostazione rispetto al primato della “governabilità” assunto anche dalla sinistra moderata quale bussola della propria idea di riforma delle istituzioni.
Nel rapporto tra esecutivo e parlamento, tra presidenti delle regioni e sindaci e assemblee, è necessario restituire alle rappresentanze le proprie prerogative. Attraverso la pratica della decretazione d’urgenza e delle leggi delega l’esecutivo è diventato il principale attore della stessa attività legislativa. Restituire al parlamento la centralità della sua funzione, affermare il pluralismo nel mondo della comunicazione, difendere l’indipendenza della magistratura assicurando funzionalità e rapidità al sistema giustizia, debbono essere i capisaldi di una nuova politica democratica orientata alla partecipazione.
Diventa essenziale a questo scopo rimettere il tema della “rappresentanza”, messo gravemente in crisi, al primo posto nel processo di rifondazione di una politica democratica. Per questa ragione appare sempre più necessario approdare a un sistema elettorale proporzionale corretto in senso maggioritario, per garantire così la stabilità delle maggioranze, rispetto al maggioritario corretto in senso proporzionale nel quale funzione dei partiti e rappresentanza diventano questione residuale.
Per questa stessa ragione bisogna mantenere un’assoluta ostilità verso l’elezione diretta del premier, diretta o indiretta, e avviare una campagna politica contro la costituzione di liste caratterizzate per il riferimento personale a un leader.
Lo sviluppo del regionalismo e del principio federale nel rapporto fra autonomie locali e stato centrale deve essere improntato allo sviluppo della partecipazione dei cittadini e non all’attenuazione del carattere universale di fondamentali diritti di cittadinanza come avviene in parte con l’attuale Titolo V della Costituzione e ancor più avverrebbe con il programma di devolution della Lega, sostanzialmente fatto proprio dall’attuale maggioranza di centro-destra.

X – La pratica politica

Una sinistra che voglia essere nuova per il suo modo di pensare la realtà e di proporre soluzioni deve sapere che il suo vero banco di prova è nel suo modo di essere concreto, nel suo funzionamento, nella pratica politica che è capace di agire. Una idea alta della politica come attività volontaria, sospinta da ragioni ideali e morali forti, è stata portata avanti dai grandi movimenti di questi anni. Un processo inverso è accaduto nella politica intesa in senso istituzionale.
Il rinnovamento promesso dai partiti usciti dal dissolvimento di quelli della prima repubblica non ha prodotto maggiore partecipazione, ma un più grande accentramento e la costituzione di gruppi dirigenti che largamente coincidono con gli eletti e dunque con la gara individuale per la rappresentanza. Drastica è la contrazione degli iscritti. Pressoché impossibile è la modificazione delle decisioni assunte dalle maggioranze ove siano sostenute preventivamente dai mezzi di informazione amici. I quali esercitano anche una funzione essenziale nella scelta di coloro che sono destinati a guidare le forze le forze in campo. Ci si può acconciare a questo modo di fare politica e alla crisi che esso determina nella trasformazione delle cittadine e dei cittadini in spettatori e fans piuttosto che partecipanti. Ma non è vero che esso sia l’unico. Come ha dimostrato la nascita e lo sviluppo di grandi movimenti di massa (dalla pace, ai no global, ai girotondi, alle stesse pur tradizionali mobilitazioni sindacali) molto, moltissimo può essere fatto attraverso l’attività consapevole di base, attraverso la rete, attraverso i rapporti tra la miriade di associazioni in cui nasce un nuovo protagonismo politico.
Ciò chiede però un altro modo di pensare la politica. Essa ha a che fare, per ciò che attiene alla partecipazione, con i sentimenti e con le scelte morali non meno che con gli interessi e con la competenza nelle scelte di merito.
Una forza politica nuova di sinistra può nascere solo da una pluralità di soggetti ognuno dei quali sia mosso dal convincimento che l’attuale diaspora delle forze alternative può e deve essere superata dalla volontà non tanto di guardare ai difetti del vicino ma a ciò che in ciascun partito o gruppo o associazione fa ostacolo ad un riconoscersi e ad un ritrovarsi. Ciò che occorre non è una vecchia concezione dell’unità fondata sul verticismo e sul burocratismo. E’ possibile, guardando anche alle forme democratiche dei movimenti, pensare ad uno stare insieme in cui nessuno debba negare se stesso. E nella riflessione è essenziale, non formale, un’attenzione alle regole: il discredito della politica viene spesso anche dai politici, dall’assenza di doveri e di rendiconti cui è approdato un sistema che ha troppo a che fare con gli interessi di ceto. E’ possibile invertire questo discredito poiché molte sono le esperienze positive, fatte di disinteresse, di lavoro per la collettività e per gli altri. Ma allora la politica bisogna andarla a cercare anche nelle associazioni di scopo. Chi pensa all’agire concreto sa che il suo medesimo risultato penosamente cercato può essere spazzato via da una decisione politica di questo o quel livello. Dunque, non si può delegare all’infinito, ma occorre agire nel politico oltre che nel sociale.
L’idea di una costituente si scontrerà sempre con il timore della perdita delle identità faticosamente ricercate e scoperte nei difficili percorsi delle esperienze volontarie comuni a ciascun gruppo, associazione, partito, pezzo di movimento. Ma un processo di incontro è necessario: altrimenti non sarebbe iniziato neppure sul programma. Quanto più ritarderà il nascere di un’intesa politica tra le forze che si dichiarano per la pace, per una alternativa al liberismo, per una democrazia forte e rinnovata, e dunque il sorgere di un soggetto politico nuovo, tanto più sarà difficile la rinascita della speranza nei molti che l’hanno perduta.
Abbiamo voluto fornire con questi appunti un tema per promuovere incontri e discussioni su una traccia che non è certamente solo nostra e su cui già è aperto un confronto. Faremo quanto potremo perché questa discussione avvenga.

La presidenza dell’Associazione per il rinnovamento della sinistra

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Per una sinistra critica e autonoma, capace di una nuova cultura di governo

Relazione all’assemblea congressuale dell’Ars, tenuta a Roma 7 febbraio 2004

ALDO TORTORELLA

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Sulla attività dell’Ars: cinque anni per l’autonomia critica della sinistra e l’unità delle forze democratiche

Documento presentato all’assemblea congressuale dell’Ars il 7 febbraio 2004