Alla radice delle divisioni e della sconfitta della sinistra italiana

ALDO TORTORELLA

Relazione introduttiva al seminario dell’8 febbraio da cui è nato il movimento “Lavoro e libertà”

Il mio compito, in questo incontro, è quello di illustrare il documento che abbiamo scritto in preparazione della assemblea di oggi. Quando uso la prima persona plurale, come sapete, parlo di compagni della FIOM, dell’area della CGIL “Lavoro e società – cambiare rotta”, dell’Associazione per il rinnovamento della sinistra, dell’Associazione Socialismo 2000. Essi, per redigere il testo, hanno tenuto conto dei contributi inviati da compagni o gruppi di compagni dei diversi partiti della sinistra, oltrechè di una discussione seminariale tenuta nel mese di dicembre e allargata poi in incontri preparatori tenuti in alcune città.
Sono presenti qui compagne e compagni di diverse sensibilità sindacali e politiche, alcuni appartenenti ai diversi partiti della sinistra, altri a nessuno di essi ma accomunati dalla convinzione che sia necessario costruire un movimento politico “che abbia al suo centro i problemi del lavoro, che operi per sollecitarne la rappresentazione nella vita democratica, che favorisca la partecipazione diretta delle lavoratrici e dei lavoratori alle scelte decisive per lo stessi e per il paese”.
Questa comune convinzione nasce dalla constatazione dei risultati pessimi per i lavoratori e per il Paese, del fatto che la maggior parte della sinistra è venuta perdendo il rapporto con i bisogni e le aspirazioni della base sociale da cui la sinistra è sorta e a cui dovrebbe fare riferimento. Nonostante la buona volontà di molti è un dato di fatto che nessuna forza politica – come fu detto nel primo documento dei sindacalisti – “si proponga un programma generale ed una forma organizzata che si fondi sulle istanze di cambiamento e di partecipazione delle lavoratrici e dei lavoratori”.
In grande parte della sinistra la idea stessa del conflitto tra capitale e lavoro non solo è stata abbandonata ma considerata come inutile e dannoso residuo novecentesco. Il primato dell’impresa e la subalternità del lavoro sono stati accettati come un portato inevitabile, e per taluni positivo, della modernità e della globalizzazione. Da un lato il supposto realismo diventava accomodamento nel sistema dato, dall’altro il timore del cedimento opportunistico portava all’isolamento e sconfinava con il rifiuto della realtà. La conseguenza è stata la perdita di milioni di voti e la sconfitta di fronte alla peggiore destra europea.
Non appena la iniziativa che oggi prende corpo ha incominciato ad assumere forma embrionale si è levata subito l’obiezione, o l’accusa, secondo cui essa potrebbe portare altra divisione in una sinistra già tanto divisa. E’ vero il contrario. A parte il fatto che l’accusa di scissionismo è stato ed è un modo comodo e sbagliato – tanto sbagliato che diventò delittuoso – di evitare una discussione di merito, questa iniziativa sorge per unire non per dividere. Come mostra già il fatto che ci troviamo qui insieme proveniendo da esperienze e culture diverse, mettendo in comunicazione e unendo per uno scopo comune gruppi tra loro fino a ieri divisi.
Una nuova intesa tra le sinistre, fondamento di una nuova e più larga intesa democratica, non si raggiunge con le esortazioni o con le formule organizzative. Ponendo la questione della rappresentanza del lavoro noi indichiamo il terreno di un possibile ritrovarsi e intendersi delle sinistre. Non credo che possa levarsi lezione unitaria da parte di coloro che hanno impegnato il loro sforzo creativo nelle contese sulle cabine di regia, sui portavoce, sul modo per scegliere il futuro leader ed altre questioni del genere.
Noi proponiamo di andare alla radice della frammentazione, e delle sconfitte, ripartendo dal lavoro e dall’analisi della società in cui viviamo. Dimenticando la critica sociale, accettando il pensiero dominante si sono ottenute collocazioni di potere, non si è costruito il nuovo pensiero di cui c’è bisogno a sinistra, non si è costruita unità e non si è costruita capacità di governo all’altezza della sfida dei tempi nuovi.
Svolgere un’analisi critica aggiornata della società capitalistica nella sua fase attuale è l’unico modo per stare in campo, per capire e per agire a partire dal dramma che in questo momento sta vivendo il mondo intero. Noi ci riuniamo mentre il nostro Paese e il mondo stanno ormai sull’orlo di una guerra dalle conseguenze imprevedibili, una guerra preventiva fuori e contro l’ordinamento internazionale scritto nella carta delle Nazioni Unite e per noi italiani fuori e contro la nostra Costituzione. Nessuno sa se verrà accettato l’ordine dato da Bush al Consiglio di sicurezza dell’ONU per proclamare la guerra da lui dichiarata. Ma se venisse accettato, non diventerebbe legittima la guerra ma illegittimo il Consiglio di sicurezza poiché esso violerebbe lo Statuto stesso su cui si regge la sua funzione.
Coloro che dicono che si dovrebbe sostenere il Consiglio di sicurezza se esso accettasse la guerra per non indebolire l’ONU, dimenticano o fingono di dimenticare che l’unico modo per sostenere l’ONU è difendere i princìpi che la hanno creata tra cui è in primo luogo il rifiuto della guerra d’aggressione.
Il governo italiano ha già scelto, dividendo l’Europa. E la richiesta di una seconda risoluzione dopo che Bush ha spiegato di che si tratta rappresenta un tentativo di copertura della scelta di guerra che non copre nulla. Credo che sia dunque giusto che all’inizio del cammino che vorremmo tentare noi ci pronunciamo innanzitutto su questo tema della pace e della guerra, il tema con cui si apre e si conclude anche il documento in cui cerchiamo di dire quel che vorremmo essere e vorremmo fare. Poiché vogliamo essere un luogo di identificazione di politiche concrete che intervengano nello scontro politico in atto, la nostra prima scelta è quella di essere incondizionatamente contro questa guerra quale che sia la copertura che venisse tentata. Siamo con coloro che in ogni parte del mondo sono contro la guerra senza “se” e senza “ma” e preparano la giornata per la pace di sabato prossimo.
Già la guerra nel Kossovo e in Afghanistan facevano parte della costituzione di un nuovo ordine mondiale diretto dagli Stati Uniti e in polemica con l’Europa. Allora molti non capirono e credettero, o finsero di credere, alla “guerra umanitaria” e a quella contro il terrorismo. Con la conseguenza che la prima si trasformò in una pulizia etnica alla rovescia, la seconda in un massacro indiscriminato e in una moltiplicazione del terrorismo. Ma noi auspichiamo che anche coloro i quali la pensavano diversamente allora prendano posizione oggi superando tentennamenti e incertezze, ormai insensate. Hanno ragione tutti coloro che invocano, e noi con loro, la più ampia unità per la pace.
Ma, contemporaneamente, è giusto avvertire che c’è un contributo che deve essere portato e noi intendiamo portare perché all’impegno di pace partecipino più attivamente le lavoratrici e i lavoratori. Non ci si può fingere una situazione diversa da quella che è. Non pochi anche tra le classi lavoratrici pur deprecando in generale la guerra, ma sapendo che si svolge lontano, possono alla lunga convincersi che, in definitiva, tutti noi dell’occidente più sviluppato abbiamo da difenderci dai poveri del mondo. Già altre volte, in altre situazioni storiche, un gioco analogo è riuscito.
Ecco perché anche sulla questione della pace e della guerra deve riprendere una analisi critica della realtà, l’analisi del conflitto che percorre il mondo, e innanzitutto i paesi sviluppati: il conflitto tra capitale e lavoro. Ciò che la dottrina Bush proclama è certo una volontà imperiale ma essa ha una finalità dichiarata: la finalità di salvaguardare ed estendere il modello americano. Non si tratta di esportare il modello nella sua interezza perché per quanto esso sia ingiusto e per quanto comporti sacche vastissime di povertà ha tuttavia uno spreco di risorse tale da essere impossibile per il pianeta pena la sua distruzione. Ciò che Bush vuole esportare, con il consenso di larga parte dei ceti dominanti nei paesi subalterni, sono le relazioni sociali fondate sul dominio di classe, in quel Paese ancor più duro che in Europa. La guerra serve a ribadire la gerarchia sociale e porta con se il restringimento degli spazi di democrazia.
Dunque la ripresa di una critica aggiornata delle società capitalistiche nella loro fase attuale è indispensabile per capire e per agire. Non si capisce e non si contrasta efficacemente neppure la guerra se non si vede come essa sia il risultato non solo di un sistema dominato, per ora, da una sola superpotenza senza alcun contrappeso, ma sia anche lo sbocco di una crisi generata dal prevalere assoluto del liberismo trionfante. Liberismo non significa, come dice la sua ideologia, libertà di mercato ma al contrario, stato forte, poteri internazionali forti al servizio della super potenza per imporre al mercato le regole più favorevoli al capitale e per garantire la subalternità del lavoro. E’ questa linea che è in crisi da tempo: il sud est asiatico, il Giappone, il Messico, l’Argentina, e ora gli stessi Stati Uniti.
L’idea di una espansione indiscriminata dei consumi – sia pure in una parte ristretta del mondo e in una parte ristretta della società – non regge. Come tutti sanno i disastri ambientali sono divenuti devastanti, si è allargato ancora l’abisso tra sud e nord nel mondo, si sono accresciute vertiginosamente le distanze sociali nei paesi capitalistici sviluppati: se il rapporto tra remunerazione del salariato e quello dei dirigenti si contava nell’ordine delle decine, oggi si conta nell’ordine delle migliaia o delle decine di migliaia.
Non ho bisogno di ricordare quel che accade per il lavoro qui in Italia: l’attacco alle garanzie, ai diritti, alle retribuzioni, allo Stato sociale, al medesimo contratto nazionale di lavoro sono stati l’oggetto dell’impegno quotidiano dei compagni sindacalisti che fondano questo movimento. Il fatto che il precariato da eccezione tenda a diventare regola – fino al punto che l’intera giornata di un lavoratore può essere a disposizione dell’azienda anche per essere chiamati per qualche ora – travalica l’ambito produttivo e informa la società. Il lavoro torna ad essere pura merce, con tutto quello che ciò significa. Chi aveva creduto e teorizzato la fine o il superamento dello sfruttamento, e poi addirittura la fine del lavoro, ha davanti a se lo spettacolo avvilente di molti dei nuovi lavori in cui lo sfruttamento è peggiore di prima e vede la realtà di un lavoro giovanile generalmente incerto, saltuario, privo di prospettive.
Ciò che è più grave, però, è che la lotta sindacale è quasi sempre avvenuta nel silenzio o addirittura nella contrarietà delle medesime forze politiche della sinistra. Anzi, queste, talora sono venute aprendo la strada alla destra, come è accaduto sull’articolo 18 o sul precariato. Ma se la lotta sindacale viene isolata, se la politica va per una strada diversa ed opposta ciò è un grave danno non solo per i lavoratori ma per il paese: se arretra il lavoro arretra la società. Costruire un movimento politico del lavoro vuol dire fare ciò che oggi non si fa o non si fa più: non solo sostenere le lotte sindacali, ma assumere iniziative politiche sui temi di fondo della condizione di chi lavora.
Perciò noi ci proponiamo di considerare come un permanente terreno di lotta politica quello per la difesa dei diritti del lavoro. La campagna per la estensione a tutti i lavoratori dell’articolo 18 è, in questo quadro, l’impegno più urgente. Non si può sostenere che il diritto al reintegro è parte della difesa della libertà e della dignità delle lavoratrici e dei lavoratori e poi fermarlo ad una soglia del tutto arbitraria.
Tutti coloro che obiettano che è materia da regolare per legge avrebbero oggi l’occasione con il referendum di mettere in atto la loro linea. Essi potrebbero concordare rapidamente, come già fu fatto in altra occasione, un progetto di legge che accolga la sostanza del quesito referendario, dichiarando che se la maggioranza ne impedisce il passaggio essi si pronunceranno per il “si” nel referendum. Se l’idea della legge non è uno schermo, l’unico modo per farla passare è che la destra abbia la paura di perdere. E’ questo un modo per ricostituire una unità del fronte che ha fin qui difeso l’articolo 18: una unità sicuramente vincente.
In ogni caso non si vede come sia possibile negare la risposta affermativa al quesito referendario da parte di chi ha sostenuto quella battaglia. Non vale l’obiezione che riguarda le aziendine minime con uno o due dipendenti, magari familiari. A parte il fatto che in genere queste assunzioni avvengono sulla base di un rapporto di fiducia e a parte il fatto che non è accettabile l’idea che nelle aziende minime ci debba essere un potere speciale come quello del padre padrone, se davvero si pensa che questo sia l’ostacolo nulla impedisce che si possano esaminare questi casi particolari una volta che sia affermato il principio.
Ma, appunto, il principio va affermato. Perché è questo che faciliterebbe anche la lotta per la estensione dei diritti ai lavoratori precari o, per meglio dire, la lotta contro la piaga sociale del precariato. Il precariato sta gettando una grande parte della giovane generazione nella situazione inaccettabile di non avere alcun futuro e di trascorrere il presente nella frustrazione di una permanente incertezza. Se non è questo un grandissimo problema di azione politica non ci si intende più sulla parola politica. La campagna per l’abolizione del precariato non può rimanere solo una rivendicazione coraggiosamente proposta da un sindacato.
E’ in discussione il modello delle relazioni sociali o, per meglio dire, un modello di civiltà. Non vedo come si possa parlare di un avanzamento dell’incivilimento quando nonostante le straordinarie possibilità offerte dalla scienza e dalla tecnica, veniamo distruggendo l’ambiente, assistiamo alla morte per fame di milioni di esseri umani, creiamo nelle medesime società sviluppate un cumulo paradossale di disperazione e di angoscia per le cose che dovrebbero essere le più semplici, a partire dalla certezza del lavoro. Non c’è posizione di sinistra se non ci si ripropone di pensare, come vengono facendo i giovani protagonisti del movimento di critica all’attuale globalizzazione, ad un altro modello di sviluppo ecologicamente e umanamente compatibile.
Fu certo un errore pensare che tutto si racchiudesse nei titolo di proprietà, mutati i quali sarebbe cambiato il mondo. Ma la soluzione non è neppure nell’orgia di privatizzazioni di cui si vantò il centro-sinistra e che arriva ormai sino alla crescente tendenza alla privatizzazione (ma a spese della collettività), della gestione della scuola e della sanità, mentre continua l’attacco al sistema previdenziale pubblico per l’affondo finale a favore delle assicurazioni private e non dei pensionati.
Le permanenti difficoltà a sinistra stanno nella incapacità di mutare radicalmente gli indirizzi politici che hanno spianato il campo alle destre, ma – ancor più a fondo – di mutare una concezione della politica vissuta come tecnica e tattica entro il quadro definito delle tendenze e delle culture dominanti, senza un proprio disegno che unisca capacità di alternativa progettuale e morale ad una concreta attitudine al governo.
La destra agita convinzioni secondo noi sbagliate e dannose, ma forti e vissute con il peso della tradizione. L’idea che la società della ineguaglianza sia insostituibile è profondamente radicata. E la logica che tende a spezzare i legami di solidarietà e ad eliminare i soggetti collettivi predicando la competizione e la lotta di ciascuno contro tutti si regge su una tradizione non breve su cui opera anche un forte apparato di convincimento.
Tocca alle forze della sinistra spiegare con gli argomenti e con i fatti dell’iniziativa politica che la concezione della esasperata competizione individuale porta pochissimi a vincere e tutti gli altri a perdere e che ci si può difendere dalle forze dominanti e affermare la pari dignità e la pari libertà per tutti e per ciascuno solo nel reciproco riconoscimento degli interessi comuni tra coloro che patiscono il peso maggiore della produzione della ricchezza e il carico maggiore della ingiustizia sociale.
Per questo abbiamo citato per intero l’articolo 3 della Costituzione, in cui si affida alla Repubblica il compito di rimuovere gli ostacoli di ordine economico che limitano libertà ed eguaglianza dei cittadini e impediscono l’effettiva partecipazione democratica dei lavoratori. E’ stato un errore assai grave a sinistra dimenticare che la parola cittadino non cancella la parola lavoratore come non cancella la parola capitalista. Quell’articolo 3 è figlio di una lunga storia di pensiero. L’eguaglianza formale nella cittadinanza è una conquista essenziale, ma essa – ecco il contributo alla democrazia della cultura di ispirazione socialista – va completata con l’affermazione non solo dei diritti sociali, ma dei diritti fondamentali che dovrebbero essere ma non sono eguali per tutti.
Il diritto alla formazione e alla informazione è tra i primi dei diritti fondamentali, tra le precondizioni della democrazia. Non si poteva e non si doveva barattare l’affermazione del pluralismo dell’informazione o anche solo la sanzione del conflitto di interesse con qualche supposto e mediocre vantaggio momentaneo. Nella comune cittadinanza, riconoscere il principio della differenza tra i sessi e della differenza nelle condizioni materiali non è una qualche battaglia settoriale ma il ristabilimento della sostanza della democrazia.
C’è un grandissimo lavoro da fare. Perché da questi che sembrano solo errori teorici sono discese conseguenze gravi per la stessa vitalità democratica. Avere dimenticato che la Costituzione è un compromesso tra le classi e tra le culture che si sono venute storicamente creando nel contrasto sociale ha significato a sinistra smarrire la propria parte e abbracciare l’altrui credendo così di agire nella modernità. Ma il maggioritario uninominale a turno unico è un enorme passo indietro, un balzo nel regime personalistico e notabilare dell’inizio del ‘900 che rende più ardua la rappresentanza di chi è senza potere e rende minima la rappresentanza femminile.
Il proporzionale poteva e doveva essere corretto, ma non negato. Le conseguenze aberranti si vedono in questo parlamento dove la rappresentanza è stravolta, i minigruppi proliferano, l’accentramento entro i partiti sempre più deboli e asfittici è massimo. Perciò noi ci pronunciamo per la legge elettorale alla tedesca il che vuol dire impostare sul piede giusto una lotta di lunga lena per la proporzionale, sia pure con una soglia di sbarramento da determinare.
Ma, insieme, sentiamo che è indispensabile attuare quel programma costituzionale che parla della partecipazione effettiva dei lavoratori. Partecipazione vuol dire in primo luogo decidere su se stessi, sulle condizioni di lavoro, sul contratto: la rivendicazione perché l’ultima parola sul contratto sia delle lavoratrici e dei lavoratori non è soltanto un fatto sindacale è una necessità per la democrazia. E’ così che la lotta sociale diventa immediatamente azione che va al cuore della questione democratica.
L’attacco attuale, in Italia ma non solo in Italia, persino alle norme più elementari dello Stato di diritto liberal-democratico – la separazione dei poteri, l’indipendenza della magistratura, la funzione della rappresentanza – la deriva personalistica e populistica , il rifiorire, anzi la glorificazione, della corruzione sino ad un nuovo ruolo politico della mafia, nascono dalla separazione delle politiche istituzionali dal loro riferimento alla società. La lotta per una corretta espressione della rappresentanza sta insieme, deve stare insieme, all’azione per la democrazia partecipativa e cioè l’espressione diretta e la decisione diretta dei lavoratori e dei cittadini a partire dalle scelte che li riguardano.
Noi formiamo qui un movimento che si compone e vuole coordinare il lavoro di singoli e di gruppi diversi che permangano poiché non discutiamo delle appartenenze di ciascuno sulle campagne che ho qui cercato di indicare. Può essere che camminando insieme decidiamo insieme di fare diversamente. Ma a me pare che se riusciremo a costruire una nostra trama – una rete – di persone libere e di libere associazioni possiamo andare lontano. Già altri gruppi si associano ai primi quattro, altri potranno venire se saremo capaci di un’opera utile.
Un movimento non è un partito. Ma non perciò esso è privo di nerbo e di ambizione. La prima di queste è di non imitare la struttura burocratica e stantia dei partiti già difficile da sopportare quando i partiti erano il perno della vita democratica, insopportabile oggi. Abbiamo addirittura osato scrivere che vogliamo metterci sulla strada del superamento della distinzione tra dirigenti e diretti, riprendendo un tema classico della parte meno frequentata e poi dimenticata di Gramsci . Vorremmo costruire comitati promotori composti da lavoratrici e lavoratori, e gruppi di giovani che si impegnino anche nello studio oltre che nell’attività. Non so dove riusciremo ad arrivare. Ma so che l’idea è giusta e se non ce la faremo noi altri la raccoglieranno. Vi proponiamo un nome che ci è sembrato bellissimo, ”Lavoro” perché in esso è la sostanza dell’essere sociale e anche la fatica del vivere e “Libertà” che indica lo scopo di cui l’eguaglianza è un mezzo. La parola “libertà” è nostra, è figlia del movimento dei lavoratori, non del capitale.
Le difficoltà saranno grandissime a partire dal fatto che, com’è ovvio, non abbiamo danari. Le supereremo se insieme con le idee cui ci ispiriamo sapremo dare l’esempio di una pratica politica nuova. La vita partitica è inquinata da una continua tensione per l’occupazione di qualche minimo spazio di potere. Noi non abbiamo questo problema, anzi possiamo dare l’esempio di un lavoro politico fatto perché lo sentiamo come scelta nostra, come nostro desiderio.
A tutti l’augurio di un buon lavoro.