E’ possibile un’uscita da sinistra dalla crisi?

Relazione introduttiva  all’Assemblea annuale dell’Ars

ALFONSO GIANNI

Per tentare una risposta al tema assegnatomi nel titolo di questo nostro incontro, bisogna preliminarmente capire in che situazione ci troviamo. La crisi economica mondiale è scoppiata nell’estate del 2007 negli Stati d’Uniti d’America. Sono passati quasi sei anni e non si vede una via d’uscita. La crisi ha attraversato varie fasi. Ne individuo quattro, precedute da un prologo.

Quest’ultimo è costituito dal quasi paradossale dibattito che poco prima dello scoppio della crisi dei subprime, dominava negli Usa. Alan Greespan ad esempio sosteneva che non bisognasse preoccuparsi del deficit delle partite correnti. Ben Bernanke dal canto suo affermava che il frenetico indebitamento statunitense fosse il prodotto di “un’eccedenza di risparmi a livello globale”. In effetti fiumi di denaro si erano indirizzati verso gli Usa favorendo enormi incrementi di profitti delle società finanziarie. Le dimensioni del settore finanziario sono aumentate dal 4% degli anni 70% all’8% nel 2007. Si può dire che due su tre dollari che viaggiavano nel mondo avevano come destinazione gli Usa. Malgrado la crescita di grandi squilibri a livello internazionale il Fondo monetario internazionale sosteneva che i rischi erano bassi.

Non è la prima volta nella storia che si manifesta una tale insipienza, una così disarmante inconsapevolezza dei processi reali in corso e di quello che sta per succedere. Anche in questo caso abbiamo un’analogia con il 1929. Il 14 settembre 1929, quindi a meno di tre settimane dal crollo di Wall Street, apparve sulla stampa americana una illuminante inserzione pubblicitaria da parte di un’agenzia finanziaria dal titolo “Famosi errori di previsione nella storia. Quando tutta l’Europa si sbagliava”. Il riferimento è alla famosa crisi della Mississipi Company del famigerato John Law,  che provocò un vero disastro e la rovina di migliaia di ingenui investitori. L’inserzione dice che a differenza di allora “oggi non devi indovinare” perché “ è diversa la situazione dell’investitore del 1929! …Oggi ogni investitore…ha a disposizione i mezzi per ottenere i fatti … che …eliminano i rischi della speculazione “. Si è visto come andò solo pochi giorni dopo.

Tuttavia non tutti erano così ciechi. Paul Krugman parlava di un movimento del capitalismo simile a quello di Willy Coyote, il famoso personaggio dei cartoni animati che rimane sospeso nel vuoto, dopo avere superato il ciglio di un burrone, mulinando le zampe prima di precipitare nello strapiombo. Dal canto suo Nouriel Roubini si era guadagnato l’epiteto di Mr. Doom (rovina) per le sue analisi catastrofiste sull’andamento dell’economia. Ma erano una minoranza, poiché, come sappiamo, Dio acceca chi vuole perdere.

La prima fase della crisi giunge a maturazione nel mezzo degli anni zero. L’attività economica appare tutta concentrata su quella che gli angolosassoni chiama fire economy, ove fire (fuoco) vuole qui dire tutt’altro essendo un acronimo che mette insieme le iniziali di Finance and Real Estate Economy (ovvero finanza e edilizia). Tutti costruivano case e cercavano di venderle. Il prezzo delle case tra il 1996 e il 2006 era aumentato del 92%, tre volte in più dell’incremento reale nel secolo precedente , tra il 1896 e il 1996 (27%). Contemporaneamente si assisteva a una riduzione sensibile del risparmio delle famiglie e conseguentemente a un loro indebitamento, passato dall’89% del reddito nel 1993, al 130% nel 2006. La proprietà della casa diventava un asset, una sorta di bancomat grazie al quale le famiglie potevano ottenere altri prestiti, incrementando così in un giro vizioso il loro continuo indebitamento. In sostanza si incontravano due processi: quello di sovrapproduzione (in questo caso essenzialmente di case) e quello di sottoconsumo, derivante da retribuzioni troppo basse per consentire acquisti di quel genere. Dopo la svolta reaganiana negli Usa, come in Europa, è stata praticata una politica di bassi salari che i lavoratori americani potevano in qualche misura sopportare grazie alle importazioni di merci dalla Cina a basso prezzo. Inoltre la precarizzazione del rapporto di lavoro e l’assenza di stato sociale (quindi di salario indiretto) facevano il resto

Arriviamo quindi alla seconda fase, ove la crisi che parte dalla economia reale diventa finanziaria. Infatti le banche e gli istituti finanziari che prestavano denaro a persone di basso reddito per forzarle a  comprare case e altro, sapevano di correre rischi. Decisero quindi di spalmarli sul mercato finanziario mondiale, tramite i titoli derivati, i cosiddetti subprime nella fattispecie. Ma quando l’insolvenza di coloro che avevano acceso mutui si manifestò, quando il valore delle case precipitò, ovvero la bolla immobiliare si sgonfiò, diventando inferiore al costo dei mutui, la bolla finanziaria esplose e quei titoli diventarono spazzatura. Solo che nel frattempo avevano invaso il mondo. Il volume dei derivati over the counter, quelli cioè trattati fuori Borsa, era giunto (ma adesso la situazione non è molto diversa) a 12 volte il valore del Pil mondiale (cioè ca. 700mila mld di dollari contro 60mila mld di dollari).

Questa situazione apre alla terza fase, quella contrassegnata dalla crisi del sistema bancario. Crollo di fiducia, mancanza di liquidità, fallimenti avvenuti o evitati a caro prezzo. Sono questi i fenomeni che si realizzano in particolare dopo il fallimento della Lehman Brothers nel settembre 2008. Questa viene lasciata fallire per incapacità e per contrasti sul da farsi. Si sperava che i suoi effetti potessero essere contenuti, ma così non è stato, Conseguentemente i governi decidono di correre in soccorso al sistema bancario. Il neoliberismo viene messo da parte e l’interventismo statale a favore delle banche diventa la regola. Non ovunque avviene nella stessa misura. Negli Usa prevale una linea interventista, in Europa la capacità di risposta è molto inferiore, essendo la rigidità neoliberista più forte.

Siamo quindi alla quarta fase, quella nella quale siamo immersi e che ha come centro non più gli Usa ma l’Europa, con più esattezza l’Eurozona. Infatti il salvataggio delle banche  e degli istituti finanziari si configura come una trasposizione di debito privato in debito pubblico. Questo mette sotto stress i bilanci pubblici. Siamo quindi alla crisi del debito pubblico, con il pericolo concreto – nel caso della Grecia siamo di fronte a una realtà – che a fallire non siano più le banche, ma gli stati. In Europa l’indebitamento (privato + pubblico) è aumentato tra il 2007 e il 2009 dal 382% al 443%, ma l’incremento di quello pubblico è stato nettamente maggiore (privato: +8% all’anno; pubblico: +14 all’anno).

La crisi però non è solo distruzione di risorse. E’ anche un enorme processo di ristrutturazione. Dobbiamo perciò chiederci che cosa è mutato nella composizione del capitale lungo queste fasi che fin qui abbiamo sommariamente descritto. Le crisi sono una costante del sistema capitalista. Si può dire che esso è quel sistema che passa da una crisi all’altra. Gli storici dell’economia stimano oltre 130 le crisi di rilevanza internazionale accadute nella seconda parte del secolo scorso. Lo stesso temuto default non è affatto un’eccezione. Anzi: dal 1800 al 2009 vi sono stati 250 episodi di default sul debito estero e 68 sul debito interno. Ma ognuna di queste crisi ha comportato processi di riassestamento del sistema. La sua abilità di non crollare deriva dalla sua formidabile capacità di adattamento e ristrutturazione. In generale possiamo dire che quando la crisi è grande – e questa lo è certamente, paragonabile oramai a quella del ’29 – altrettanto massiccio è il processo di ristrutturazione che mette in atto.

Infatti siamo di fronte ad una concentrazione di imprese e istituzioni finanziarie. Secondo i dati della Fed relativi al settore bancario, dal 1980 al 2005 sono intervenute 11.500 fusioni (ca. 440 all’anno).   Nel 2011, cinque Sim (società mobiliari e bancarie, ovvero J.P. Morgan, City Bank, Bank of America, Goldman Scahs. Hsbc Usa) e 5 banche (Deutsche, Ubs, Credit Suisse, Merril Lynch, Bnp Paribas) possedevano il 90% dei titoli derivati, i quali negli ultimi mesi hanno ripreso a crescere dopo il declino degli ultimi tre anni. Nel mercato azionario si verifica la riduzione del numero delle società quotate. Oggi lo 0,12% delle 7.800 società registrate, detengono il 41% dei ricavi e il 55% delle plusvalenze. Secondo una ricerca recentemente condotta da un centro studi svizzero su 43.060 società multinazionali (tra quelle produttive e quelle di carattere finanziario), 147 possiedono il 40% del valore delle altre, secondo un gioco a scatole cinesi di proprietà. Tra queste ultime stanno ovviamente le cosiddette 50 superentità, ossia le maggiori multinazionali. Qui continuano a dominare quelle del mondo anglosassone, come le americane e le inglesi (queste ultime soprattutto in campo finanziario) , ma cominciano a fare capolino anche imprese cinesi. I processi di ristrutturazione non riguardano però solo il livello strettamente economico. Mutazioni rilevantissime avvengono a livello istituzionale, politico e naturalmente sociale.

Il sistema di governance a livello nazionale e soprattutto sovranazionale viene mutuato da quello delle imprese. Da qui nasce il mito, per quanto assurdo,  del pareggio di bilancio da inserire in Costituzione. Gli ultimi documenti europei preparati in vista dei vertici di fine gennaio e del varo del nuovo Trattato, raccomandano addirittura gli stati membri di avere bilanci possibilmente in attivo, come se lo Stato fosse una famiglia o un’impresa e dovesse operare in ambito ristretto come la prima o con la logica del profitto come la seconda!

Dal punto di vista del funzionamento delle istituzioni,  si è ormai imposto un sistema di governo di tipo a-democratico, dove gli organismi elettivi non contano, mentre la decisioni vere sono assunte da organi non elettivi. Nello stesso tempo si alimenta così il populismo di destra, come forma di reazione al carattere pseudo tecnocratico delle forme di governo. Non solo, ma in alcuni paesi europei si assumono misure di carattere apertamente fascista, come sta accadendo in Ungheria.

Nel suo complesso il sistema politico e statuale ci appare come una semplice articolazione del potere delle imprese multinazionali, come ha spiegato Colin Crouch l’analista della postdemocrazia, mentre gli stati nazionali diventano snodi nell’allocazione degli investimenti capitalistici. Le singole multinazionali tendono a crearsi un sistema autoreferenziale dal punto di vista delle relazioni sociali e contrattuali. Come è evidente nel fenomeno del marchionnismo, tentativo esplicito di costruire una ricetta di fuoriuscita da destra dalla crisi gestita direttamente da un’impresa che o detta legge allo stato o si muove indipendentemente da questa. La vicenda italiana del famigerato articolo 8 della legge berlusconiana tutt’ora in vita, che liquida il contratto nazionale nell’azienda,  e che vorremmo abrogare anche tramite referendum, è tutta iscritta in questa logica. L’esclusione della Fiom dalle fabbriche non è un “effetto collaterale”, ma la conseguenza logica di queste scelte di fondo.

Le trasformazioni sociali che risultano da tutti questi processi richiederebbero un’analisi più profonda e minuta, in gran parte da fare e che in ogni caso qui non potremmo riassumere. Sono però evidenti i tratti di un impoverimento non solo delle classi già più povere, ma anche di strati di ceti medi, particolarmente sensibili agli effetti della crisi, anche perché avevano ancora qualcosa da perdere e lo stanno effettivamente perdendo. Il mondo del lavoro dipendente, cosa molto evidente in Italia, è sottoposto a una torsione violenta, non solo  con la riduzione reale del reddito dei lavoratori, sotto la frusta della ricerca della competitività,  ma anche con la rimessa in discussione dello stesso diritto alla coalizione e all’esercizio del conflitto. In realtà aveva ragione Pierre Bourdieu, quando una decina di anni fa  diceva che il neoliberismo è quel sistema che punta programmaticamente a distruggere le forme organizzate di resistenza ad esso e non semplicemente a sconfiggerle di volta in volta.

La Ue si sta dando una governance marcatamente autoritaria e a-democratica. Non c’è solo tecnicismo: questa è la risposta politica delle destre alla crisi. La sospensione della democrazia – quando non direttamente forme che si richiamano al fascismo – è la logica principale. La abbiamo visto all’opera nel caso della Grecia, ma vale per tutti, anche per noi.

Tutto fa pensare purtroppo che si arrivi a un nuovo Trattato che conterrà misure più restrittive sui debiti e sui deficit, con sanzioni automatiche, e ulteriori forme di controllo sulla definizione dei bilanci statuali fino alla vera e propria espropriazione del ruolo dei governi nazionali, nonché l’estensione della manipolazione delle Costituzioni per inserirvi il pareggio di bilancio.

Il governo Monti è un’articolazione di questa politica. La differenza con Berlusconi c’è e non sta solo nella assenza di nani e ballerine (per quanto già i primi conflitti di interesse e i primi scandali cominciano ad abbattersi anche sul nuovo esecutivo), ma nel fatto che quell’equilibrio fra populismo di destra e neoliberismo su cui si fondava il berlusconismo è ora sostituito dall’assoluta preminenza del secondo sul primo. Monti non ha bisogno di farsi dettare la legge finanziaria, a differenza di Berlusconi, perché lui è direttamente parte della attuale elite politica che governa l’Europa, lui non applica la linea, la elabora.

Per questa ragione penso che l’unica collocazione possibile per una forza di sinistra sia all’opposizione, indipendentemente se sia attualmente rappresentata in Parlamento oppure no. Certamente ora la sfida è più alta che con Berlusconi. Siamo chiamati a un’opposizione di qualità, non nel senso che dobbiamo proporre solo ciò che può essere accettato – un tempo si sarebbe detto l’opposizione costruttiva – ma in quello di andare a fondo ai problemi, trovare delle soluzioni alternative e in positivo, capaci di creare consenso e portarle avanti con molta determinazione.

Guardando all’essenziale e ben sapendo che un programma di opposizione e di uscita da sinistra dalla crisi non è un’operazione di somma rivendicativa fatta a tavolino, ma un continuo confronto con la realtà, si possono indicare alcune strade.

Di fronte al perdurare e all’aggravarsi della crisi economica bisogna porsi il duplice problema di come spegnere l’incendio speculativo e avviare un nuovo modello di sviluppo. Il punto più urgente è evitare che il default di importanti paesi europei oltre ad abbattersi pesantemente sulle condizioni già difficili di vita delle popolazioni, comporti l’implosione dell’euro e dell’Europa. Le misure fin qui adottate non bastano e alcune non servono neppure. L’apertura illimitata di prestiti al tasso dell’1% alle banche da parte della Bce non riattiva di per sé il circuito del credito alle imprese e alle famiglie. Tanto è vero che le banche europee hanno poi riposizionato i crediti ricevuti nei forzieri della Bce, pur ricevendo un tasso dello 0,25%, quindi perdendo lo 0,75%. Oppure si sono limitate all’acquisto dei titoli di stato a breve.

Serve invece una Bce che funzioni da prestatore in ultima istanza, che sia disponibile al ritiro dei titoli di stato dei paesi in difficoltà, che sia pronta a stampare moneta. Non serve in un periodo di deflazione e di recessione che la Bce faccia da guardiano all’inflazione. Serve che funzioni come una vera Banca federale. Questa è la revisione del trattato che vorremmo, visto che le attuali regole di Maastricht impediscono che la banca presti agli stati, mentre questi ultimi sono chiamati a salvare le banche.

E’ evidente che un simile ruolo della Bce troverebbe una sua naturale collocazione dentro un’unità politica di tipo federale della Ue, obiettivo che dobbiamo rilanciare ora che saremo chiamati a condurre un’iniziativa di critica e di controproposta alle decisioni che stanno per essere assunte nel prossimo vertice di fine gennaio.

Se alziamo lo sguardo allo scenario mondiale, ci rendiamo conto che sullo sfondo di questa crisi si sta affrettando una transizione egemonica mondiale. Il baricentro economico mondiale si sta spostando a Est. Ciò comporta una profonda riforma degli organi della governance mondiale per favorire una transizione pacifica in un quadro multipolare. Parlo della riforma dell’Onu, del funzionamento del Consiglio di sicurezza, della cancellazione del Wto con il passaggio delle sue funzioni all’Onu stesso, di un nuovo accordo sulla stabilità monetaria, una nuova Bretton Woods, nella quale definire se non una moneta unica di scambio, come nel sogno di Keynes, almeno un paniere di monete di riferimento che rispecchi i nuovi equilibri mondiali. In questo quadro la tassazione dei movimenti dei capitali (Tobin tax) diventa decisiva, come misure di “repressione” finanziaria che portino alla limitazione e alla cancellazione del dilagare dei derivati e a forme di controllo dei movimenti di capitali in senso antispeculativo.

Nel nostro paese la priorità va data alle politiche per un nuovo tipo di sviluppo, socialmente e ecologicamente compatibile. Anzi ambiente e società devono diventare volani per un nuovo tipo di sviluppo nel quale il lavoro possa essere valorizzato in tutte le sue forme. Il che significa pensare a una politica delle entrate dello stato che punti su una tassazione patrimoniale ordinaria, con una bassa la aliquota, con una franchigia che protegga il piccolo risparmio, ma che sia in grado di colpire tutte le forme di ricchezza, mobiliari e immobiliari; ad un innalzamento dell’aliquota, al 23%, della tassazione sulle rendite finanziarie; al potenziamento della lotta all’evasione fiscale, particolarmente pesante nel nostro paese. Nello stesso tempo si tratta di tagliare spese inutili e dannose. Ci riferiamo in primo luogo a quelle militari, a partire dai costosissimi F135.

Dal punto di vista dello sviluppo si tratta di difendere e rilanciare l’intervento pubblico diretto in economia. Non solo quindi proteggere i beni pubblici – come da esplicito mandato referendario -, ma programmare l’intervento dello stato in quei settori strategici a redditività differita che migliorano contemporaneamente l’economia, l’ambiente e il livello di vita. Come ad esempio il campo delle energie rinnovabili; quello della mobilità di persone e cose; quello sterminato della conoscenza; quello della difesa della salute e della prevenzione, a partire dai luoghi di lavoro; quello della condizione di invecchiamento della popolazione e dei tanti problemi pratici che da questo derivano; quello del risanamento idrogeologico del nostro dissestato paese; quello della difesa e della valorizzazione dei beni artistici, culturali, archeologici, paesaggistici.

Il lavoro umano, in tutti i suoi aspetti, dai più semplici a quelli più creativi e complessi, è il perno di un simile programma. Il che comporta quindi la sua immediata difesa dai tentativi di smantellare l’articolo 18 e il contratto nazionale di lavoro. La riforma del mercato del lavoro che si rende necessaria non è quella verso una maggiore flessibilità che si traduce immediatamente in precarizzazione, ma al contrario quella che permette l’innalzamento delle retribuzioni e alla stabilizzazione di un lavoro che oramai vede sette nuove assunzioni su dieci avvenire con contratti a termine e precari. Il superamento della legge 30 vuole dire questo.

Contemporaneamente non possiamo dimenticare che abbiamo oltre due milioni di disoccupati e che il tasso della disoccupazione, o meglio della inoccupazione giovanile e femminile è altissimo, ulteriormente aggravato dalla mai sopita questione meridionale. E’ necessario perciò pensare riduzioni d’orario, sia nell’arco della settimana  che in quello della intera vita lavorativa (la Germania è l’unico paese che ha visto aumentare l’occupazione nella crisi anche perché ha praticato, mentre il Pil scendeva del 4%, riduzioni d’orario pari complessivamente al 2%).

Infine l’Italia, assieme alla Grecia,  ha il triste primato di non conoscere forme di sostegno al reddito dirette ai giovani e ai disoccupati di lunga durata. La introduzione di un reddito minimo garantito, in un quadro di riordino della materia degli ammortizzatori sociali in senso universalistico –  secondo quanto contenuto in una deliberazione dello stesso parlamento europeo di qualche mese fa -, collegandola con percorsi di formazione e di ricerca attiva del lavoro, è ormai un’esigenza insopprimibile per evitare che un’intera generazione rimanga ai margini della società.

Roma, 14 gennaio 2012