Non basta il risveglio dal sonno dogmatico

Non basta il risveglio dal sonno dogmatico

Editoriale di Aldo Tortorella su Critica Marxista 1/2017

Per la stampa di parte conservatrice, la divisione del Partito democratico, la nascita di un nuovo partito e di nuove aggregazioni a sinistra, l’inizio di un movimento progressista volto alla ripresa del centro-sinistra, tutto è stato immediatamente catalogato come un ritorno al vecchiume: figurarsi, hanno detto, che gli uni si sono spinti sino a cantare Bandiera rossa e gli altri, addirittura, l’Internazionale. E non è stata da meno la stampa liberal, quella che (come la Repubblica) ha promosso la lunga trasmutazione della sinistra moderata in qualcosa di opposto a se stessa, compiendo il miracolo di Cana alla rovescia – il vino che si fa acqua, neppure troppo limpida, meravigliandosi, poi, che avesse perso il sapore, cioè l’anima. Deplorazione e condanna della divisione del Pd descritta come pura e semplice lotta di potere tra persone, racconti più o meno ironici sulla nuova aggregazione detta dei “democratici e progressisti”, pochi e distratti cenni alla nascita della esperienza di Sinistra italiana vista come mera riproposizione di vecchi racconti. Anzi, come ha scritto un noto e valente polemista (Michele Serra, su Repubblica), se al tempo della fine del Pci la lotta fu di grande e drammatico rilievo poiché si trattava di superare l’ideologia per entrare nel regno della politica, questa volta nel Pd si tratterebbe di cosa tanto meschina da significare la fine della politica stessa. Soprattutto, si deplora la divisione perché avrebbe come risultato di consegnare il governo alle destre.

Mi pare di notare, in queste reazioni, piuttosto la delusione, l’a- marezza o l’ira di chi aveva messo in gioco la sua stessa attendibilità per accreditare, magari controvoglia, un dirigente poco credibile come l’ex presidente del Consiglio, anziché lo sforzo per capire quello che sta succedendo a sinistra e le premesse delle vicende attuali. È certo veritiero affermare che la divisione del Pd non ha niente a che fare con il dibattito che segnò la fine del Pci, anche se quella lontana discussione non è riassumibile nei termini di uno scontro tra ideologia e politica. Per ideologia si può intendere una forma di falsa coscienza oppure una visione del mondo. Il Pci fu un partito eminentemente politico percorso – e per lunghi periodi anche convinto – da forme di falsa coscienza (una immagine dello Stato e della società forgiata dallo stalinismo come socialismo in marcia) da cui ci si liberò a fatica. Ma vi era un confronto più o meno dichiarato tra diverse visioni del mondo – quella che mirava a una trasformazione socialista nella democrazia e quella più ancorata a una liberal-democrazia con sentimenti sociali, per dirla in modo assai sommario. Un confronto tra vi- sioni diverse – da cui derivavano e derivano politiche distinte – che rimase aperto almeno nella prima mutazione, quella del Pds, per sfumare nella seconda e scomparire nella terza, quella del Pd: dove la volontà dichiarata è stata quella di considerare spregevole ogni mediazione e di affermare una sorta di pensiero unico, disprezzando tutti gli altri punti di vista.

Nella vulgata dei mezzi d’informazione che hanno tirato la vola- ta all’ex sindaco di Firenze, costui sarebbe stato sempre considerato un usurpatore dalla parte di sinistra del partito ch’egli doveva dirigere. È vero esattamente il contrario. Come forse qualche lettore (molto scrupoloso) ricorderà, su questa rivista richiamammo l’attenzione sul manifesto ideologico firmato dal nuovo segretario del Pd – e poi nuovo presidente del Consiglio dopo la procurata serenità al compagno di fede religiosa e sodale di partito, Enrico Letta. In quel testo si spiegava che la nuova coppia oppositiva su cui regolare il cammino del partito non poteva indugiare su eguaglianza contro diseguaglianza, come in antico, ma aveva da essere «innovazione-conservazione» oppure «movimento-immobilità», oppure (sic!) «avanti-indietro». «Innovazione», «movimento», «avanti» piuttosto dell’eguaglianza considerata da Bobbio, in un saggio famoso, giustificazione e cardine di ogni pensiero di sinistra. E quella posizione ideologica (ovvio il riferimento a Blair) veniva posta, appunto, in appendice alla ri- stampa dello scritto di Bobbio, così da assumere il significato di una presa di distanza anche dal riformismo socialista. È su questa strada che si è venuta attuando la proclamata rottamazione non solo delle persone sgradite ma delle idee che potevano appartenere alla tradizione del movimento operaio socialista e comunista, senza neppure badare a quanto potesse essere ancora utile nel rapporto con i lavoratori e con il paese.

Ecco perché mi è parsa falsa l’immagine, abbondantemente usata, della divisione del Pd come ennesimo episodio della coazione a ripetere le scissioni nella sinistra. Innanzitutto, più che di una scissione si dovrebbe parlare di una espulsione. C’è da chiedersi come poteva restare chi aveva idee contrarie a quelle del gruppo dirigente se si è creata in quel partito una situazione di potere tale per cui viene imposto un paradosso che a chiunque dovrebbe apparire insostenibile. Il paradosso per cui si dettano regole congressuali inagibili per la minoranza al fine di mantenere al comando un dirigente – e il gruppo di amiche e amici che lo contorna – che vanta un successo elettorale di quattro anni fa e poi solo sconfitte (le elezioni regionali, le elezioni amministrative) una delle quali clamorosa (il referendum costituzionale), e che, infine, viene sconfessato dalla Corte costituzionale sulla legge elettorale imposta contro il parere della minoranza interna. Qualcuno, in quel partito, si è levato a dire, alla minoranza, «abbiamo bisogno delle vostre idee», ma la verità è che il gruppo di comando quelle idee le detesta e le teme. E il primo esponente di quel gruppo, cioè il segretario, sa dire «ho perso», ma è incapace di ragionare con i suoi contraddittori sui motivi delle sconfitte subite. Sa solo di- videre, fino ad avere spaccato il suo partito e il popolo addirittura sulla Costituzione. La vera garanzia di una nuova sconfitta sarebbe stata quella di continuare sulla vecchia strada. La divisione, manifestando quali siano le conseguenze di una stolta arroganza, potrà, forse, indurre qualche ripensamento politico sostanziale. E, comunque, dovrebbe questo essere l’auspicio di coloro che si sono fatti promotori e sostenitori del Pd.

La divisione, infatti, non deriva solo da ragioni di metodo nella composizione di quel partito, ma da questioni di contenuto ideale e programmatico. Dal punto di vista del metodo, come molti giustamente hanno scritto, l’assemblaggio tra diversi (i Ds e la Margherita) fu condotta da gruppi dirigenti senza alcuna partecipazione reale del popolo che avrebbe dovuto esserne protagonista. Tuttavia, la divisione viene anche e soprattutto dal fallimento, riconosciuto da alcuni ma non dalla maggioranza attuale, della presunzione su cui l’operazio- ne di assemblaggio era fondata. La presunzione che la condotta op- portuna per una forza di sinistra “realistica” fosse quella di smetterla con un’analisi della società che si attardasse ancora a esaminare il contrasto tra le classi, considerate, ormai, come concetti (le classi e il contrasto) obsoleti, dati i nuovi mezzi e metodi della produzione e dello scambio. Di qui l’accettazione acritica della ideologia liberistica presentata come cosa nuova e moderna, mentre si trattava e si tratta di un ritorno ottocentesco innanzitutto dal punto di vista della visione dei rapporti umani. Il modello capitalistico come stato di natura. Il capitale al comando assoluto, il lavoro come variabile dipen- dente, i sindacati dei lavoratori o coadiuvanti o da nullificare. Con la differenza, ovvia, che il capitale al comando è quello finanziario, e che le trasformazioni determinate dalla scienza e dalla tecnica inducono anche nel capitale nuove forme di dominio. Lo sfruttamento tradizionale del lavoro operaio, dislocandosi massicciamente nei paesi in sviluppo, è tornato a livelli paurosi e ha avuto conseguenze dure sulla classe operaia dei paesi a capitalismo maturo. Nei quali nuove forme di sfruttamento (ad esempio, sul precariato, sul lavoro cognitivo) sono nate accanto alle antiche; e nuove forme di emarginazione si sono venute moltiplicando (fino a dover constatare la rinascita di casi di schiavismo).

A coloro che analizzavano la realtà economica denunciandone i mali vecchi e nuovi è stato destinato l’ostracismo. E così abbiamo vissuto quasi trent’anni all’interno di quello che è stato definito “pensie- ro unico” neo liberistico tornato al comando all’inizio degli anni Ottanta del secolo scorso, mentre maturava il crollo sovietico. Anche Keynes fu considerato un relitto inutile, se non dannoso. Ma quando nel 2008, in nome del liberismo duro e puro di una volta (oltre che per altri oscuri interessi), il Governo Bush rifiutò di intervenire per evitare la bancarotta di Lehman brothers, stava per crollare l’intero edificio. Iniziò allora a diventare chiaro che era del tutto ingannevole la capacità del mercato di allocare al meglio le risorse accumulate. Si dovette ricorrere a giganteschi interventi di finanza pubblica, ma non mutò la concezione dello Stato come mero garante in ultima istanza (degli errori o degli imbrogli di quelli che si tengono i soldi) anziché attivo protagonista e non mutò una conduzione economica fondata su un aumento delle diseguaglianza tanto lacerante e crescente da essere non solo moralmente inaccettabile, ma economicamente dannosa (Joseph Stigliz e altri).

Negli Stati Uniti, la sordità rispetto alle conseguenze sociali di un tale sistema economico è stata attribuita alla politica definita “liberismo progressista” (l’espressione si deve alla filosofa e femminista Nancy Fraser): cioè l’accettazione del corso politico ed economico liberista in cambio di diritti civili, certo essenziali (ad esempio, il matrimonio dei gay) ma che avrebbero dovuto essere conquistati e difesi insieme con una politica economica alternativa. E, se si vuole adottare questa definizione, “liberismo progressista” non fu solo la politi- ca del Partito democratico statunitense con la conseguenza del suc- cesso di Trump (come qui, più avanti, spiegano gli articoli di Buttigieg e Cartosio), ma anche, in sostanza, la politica delle formazioni di centro-sinistra europee con le conseguenze che si conoscono, sia per le sconfitte a sinistra sia per la crescita di movimenti di destra. È stata ed è una colossale sciocchezza pensare che fosse superato il contrasto tra gli interessi di chi ha da vendere sul mercato solo la propria capacità lavorativa e chi possiede direttamente o indirettamente i soldi, i capitali, per comprarla. Questo contrasto è un dato della realtà. Se non si sa indirizzarlo sulla via di una civiltà umanamente migliore ci sarà sempre il demagogo che la devia sulle strade più rovinose.

Da tutto questo, e dall’esempio fornito da Corbyn e Sanders (qua- li che siano i loro limiti), è nato quello che mi sembra possa essere chiamato il lento risveglio di alcune parti della sinistra moderata dal lungo sonno dogmatico indotto dalle sirene del liberismo – progressista o retrivo che fosse. L’affermazione di Hamon nel Partito socialista francese è un episodio di questo risveglio. E ne fa parte, qui da noi, la conquistata consapevolezza di molti del danno ai lavoratori e al paese determinato da una politica detta di sinistra che perde rovinosamente nelle periferie e piace nei quartieri alti. Una sinistra senza popolo, hanno scritto taluni che ora deprecano la divisione. Dunque, bisognerebbe salutare come un fatto tendenzialmente positivo, per quanto embrionale, la nascita di un gruppo (i Dp) che, provenendo in parte da quella vicenda, dichiara di voler mettere al primo posto il lavoro, e cioè di volersi preoccupare innanzitutto della condizione dei giovani che un lavoro non lo trovano, di quelli che sono costretti al precariato a vita, di quelli che vengono sfruttati ignobilmente, di chi avendo un lavoro dignitoso teme continuamente di perderlo, e così via elencando i problemi delle persone cui dovrebbe innanzitutto porre attenzione chi si dice di sinistra e voglia evitare il successo delle destre.

Così come occorrerebbe vedere quanto ci sia di nuovo in questo partito denominato Sinistra italiana, che mi pare nasca nel rispetto delle tradizioni di ispirazione socialistica, ma senza illusioni nostalgiche, con uno sforzo per resistere alle pulsioni settarie, con il proposito di studiare bene le mutazioni economiche, sociali, culturali da cui può sorgere nuovamente una tendenza alla trasformazione di una società assurda, generata da una civiltà declinante. C’è distinzione ma, mi sembra, non contrapposizione a chi pensa di ricomporre forme di unità a sinistra e capacità di alleanze programmatiche per il governo del paese. Un bisogno che, se non vedo male, è vivo anche in formazioni e tendenze già esistenti (ad esempio, l’Altra Europa – Prc). La chiusura in se stessi è solo un segno di estrema debolezza, oltre che di incomprensione della realtà. Non bisognerebbe ripetere vecchi errori di fronte alla destra che avanza.

Il disagio sociale, la disoccupazione endemica, l’impoverimento dei ceti medi, le campagne d’opinione contro la democrazia rappresentativa, l’odio seminato contro i diversi e gli immigrati, le teorizzazioni antipartitiche fanno ritornare, come negli anni Venti del secolo scorso, l’invocazione all’uomo forte, al rapporto diretto tra capo e masse (che Trump apertamente proclama) e cioè alle posizioni che generarono i fascismi, come molti negli Stati Uniti e in Europa vanno notando. Anche in Italia, la predicazione apertamente razzista e sciovinista ha acquistato spazio, i fascisti espliciti vengono facendosi più numerosi e aggressivi. Tuttavia la maggioranza della protesta si è venuta finora incanalando, per il passato della nazione e per la forza che ebbero la sinistra storica e le forze democratiche, in un movimento, quello dei Cinque stelle, che ha raccolto l’indignazione popolare per il malaffare e l’ingiustizia sociale indirizzandola, per ora, in canali istituzionali democratici, ma che oscilla tra posizioni opposte. E che, dichiarandosi l’unica forza incontaminata e pura, delegando il potere di decisione finale al padrone del simbolo-marchio aziendale, mostrandosi spesso incompetente e avventuroso, manifesta tendenze inquietanti già viste e sofferte.

C’è da far fronte al tempo stesso alla grave situazione economica del paese e ai rischi di involuzioni antidemocratiche. Non bastano, dunque, i risvegli dalla lunga sudditanza al credo liberista di quelle parti e settori della sinistra che vi si erano assuefatti divenendo irrilevanti o che, per contrastare quel credo, erano caduti in eguale impotenza, praticando il settarismo anziché lo sforzo unitario, la esecrazione in luogo della proposta, la vicinanza teorica ma non pratica al bisogno o alla disperazione. Ora, all’alba dei risvegli dovrebbe seguire il giorno della saggezza da parte di tutti.

In coloro che, avendo fin qui sostenuto la tendenza moderata, si dicono ora preoccupati per la divisione del Pd un po’ di saggezza dovrebbe portarli a riflettere sul fallimento di una politica inconcludente e antipopolare. E dunque spingerli a cercare di far prevalere in quel partito, che si va facendo erede della tradizione centrista, un tendenza che non spinga, com’è ora, alla contrapposizione a sinistra, ma si contrapponga alla destra. Alla sinistra che si viene a fatica ricostruendo in varie formazioni la saggezza dovrebbe suggerire di non far prevalere le distinzioni tattiche inevitabili per le diverse storie donde ciascuno proviene e di lavorare, invece, alla ricomposizione di un sentimento comune, a partire dalla questione morale, tra i gruppi di sinistra che in Parlamento e nel paese avvertono l’esigenza di una svolta economica, sociale, nella cultura diffusa. Forse, ad esempio, si potrebbe pensare a comuni campagne di opinione e iniziative comuni di solidarietà attiva nelle periferie divenute estranee e talora ostili alle sinistre tutte, considerate parolaie e traditrici. Ma se manca la capacità di costruire posizioni concordi e credibili sul risanamento del sistema politico e dei partiti, sulle misure possibili per la ripresa dell’occupazione, sulla politica fiscale, sulla immigrazione, sui rapporti internazionali, e cioè sui cardini di una alternativa nel governare e nel modo di intendere la politica, le posizioni di destra prevarranno. Le fondamenta di una sinistra adatta ai tempi nuovi si costruiscono abbattendo gli steccati nella riflessione, nei programmi, nella pratica politica.

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