Dopo il referendum

Dopo il referendum

Articolo di Piero Di Siena per “Critica marxista”, 6, 2016, in corso di pubblicazione

La netta vittoria del no nel referendum sulle modifiche alla Costituzione ci fornisce uno spaccato del Paese che anni di crisi di rappresentatività della politica avevano occultato.

Sebbene non si possa negare che la scelta di votare no da parte di tutte le forze politiche estranee alla maggioranza di governo – dal Movimento 5Stelle, alla Lega, a Forza Italia, e all’esigua pattuglia a cui è ridotta la sinistra italiana – abbia avuto il suo peso, appare del tutto pretestuoso il tentativo emerso all’indomani del voto da parte del movimento di Grillo e della destra di intestarsi la vittoria. Innanzitutto, i cittadini italiani – con un’inaspettata partecipazione al voto che costituisce un’inversione di tendenza rispetto alle più recenti prove elettorali – hanno respinto il tentativo di dare stabilità e legittimazione, attraverso modifiche profonde della legge fondamentale della Repubblica, a quella trasformazione del sistema politico che dura ormai da quasi un trentennio, cioè dalla crisi della cosiddetta Prima Repubblica e dei partiti democratici che ne erano stati la spina dorsale. Si è trattato di un processo che ha progressivamente cambiato la costituzione materiale del Paese, impostosi attraverso la rivendicazione del primato della “governabilità” e alimentato dalla crisi di quei corpi intermedi (partiti, sindacati, ruolo delle autonomie locali, forme embrionali di democrazia economica) che erano stati l’ossatura attorno a cui si era sviluppata, sia pur tra limiti e contraddizioni, e attraverso duri conflitti, la democrazia italiana.

Ma nel voto referendario è anche precipitato tutto il malessere di natura economica e sociale che attraversa la società italiana. Proprio nei giorni attorno al referendum l’Istat ha reso noti i dati che ci dicono che un italiano su quattro è a rischio povertà, e che nel Mezzogiorno questo rapporto scende a uno a due. E d’altra parte l’analisi disaggregata del voto, dal punto di vista territoriale e generazionale, ci dice come il rifiuto delle modifiche costituzionali sia stato più esteso nei settori e nelle aree più esposti agli effetti della crisi. Vale a dire nel Mezzogiorno e tra le giovani generazioni. Né è un caso che il voto a favore della revisione costituzionale voluta da Renzi abbia prevalso, sebbene di stretta misura, in quelle aree e in quelle città meno colpite dalla crisi e, nelle grandi città, più tra i ceti abbienti del centro che nelle periferie.

Dunque, il voto del 4 dicembre in Italia, al pari di quello americano che ha consentito l’elezione di Trump e di quello inglese che ha sancito l’uscita dalla Gran Bretagna dall’Unione europea, ci dice che il ciclo della globalizzazione neoconservatrice e neoliberista, avviatosi nei primi anni Settanta del secolo scorso, si è irreversibilmente chiuso con la crisi dell’economia mondiale scoppiata nel 2007. Ed è fondato il timore che i prossimi appuntamenti elettorali in Francia e Germania confermeranno anch’essi che un intera fase che ha segnato gli assetti mondiali e il profilo stesso dell’Occidente e dell’Europa si è esaurita.

E’ anche evidente che questo mutamento degli orientamenti elettorali, nelle condizioni attuali, tende a favorire (sia pure con felici eccezioni come il voto delle presidenziali in Austria) le nuove formazioni della destra populista e xenofoba o movimenti di protesta e antisistema dai tratti ancora incerti e ambigui, come il Movimento 5Stelle in Italia.

A determinare questa situazione hanno contribuito diversi fattori. Ha pesato in maniera rilevante il fallimento di portata storica della sinistra democratica occidentale, ed europea in particolare, del dopo ’89, la quale dopo il crollo del comunismo del secolo scorso ha pensato di poter interpretare e cavalcare il processo di globalizzazione in atto sia pur temperato da misure di equità sul piano sociale. Così la sinistra che allora si definì “di governo” è stata via via cooptata entro l’involuzione oligarchica ed elitaria dei nostri sistemi democratici, e sempre più si è separata dai settori più deboli della popolazione, riclassificando le proprie basi di massa e diventando progressivamente espressione delle fasce più garantite delle classi medie. Da parte sua la sinistra più radicale ha pensato di poter occupare le aree lasciate libere da questa involuzione attraverso la radicalizzazione degli obiettivi e della proposta politica, non comprendendo come in gioco fossero nuove forme di radicamento sociale, di rappresentanza e partecipazione democratica inedite da parte di fasce sempre più estese espulse dal rapporto con la politica.

Ora, se l’esito del referendum ha impedito che la situazione italiana venisse imbrigliata nel consolidamento del ciclo già messo, del resto, in discussione nelle sue fondamenta dalla crisi economica e sociale in atto, esso di per sé non garantisce nessun esito positivo. Lascia cioè una situazione che è aperta a diverse soluzioni.

E’ sintomatico, infatti, che all’indomani del referendum sia Renzi che i suoi più immediati competitori politici (Grillo e Salvini, e sia pure un passo indietro, Berlusconi) hanno convenuto di prendere atto del risultato elettorale soltanto nella sua componente plebiscitaria, piuttosto che per quel che concerne il merito del dettato costituzionale. Significativa infatti è la richiesta convergente di un ricorso alle elezioni politiche il prima possibile per avere in termini di rivincita, o viceversa in termini di conferma del voto del 4 dicembre, una possibile investitura di governo.

Abbiamo cioè assistito al paradosso che, dopo un voto che riaffermava il primato della rappresentanza, il confronto ritornasse di fatto sul terreno della “governabilità” e che risultasse dimissionario un governo che intanto, sulla legge di bilancio, otteneva la fiducia del Senato. A conferma che il carattere parlamentare dei nostri assetti istituzionali, appena rilegittimati dal voto popolare, sia per la maggioranza delle forze politiche italiane un mero simulacro.

Tocca alla sinistra cercare di invertire l’agenda politica, riportando sul terreno della difesa della Costituzione votata dalla maggioranza degli italiani e sulla sua attuazione il confronto e lo scontro politico. Aprire un varco a questa diversa prospettiva è senza dubbio un’impresa ardua, data la ristretta base di consenso da cui la sinistra parte, ma non impossibile.

Prima di tutto bisogna evitare di sottovalutare gli altri attori politici che sono in campo. A cominciare dall’onda populista che attraversa in profondità il malessere delle classi medie colpite e impoverite dalla crisi, per finire a Renzi e al suo progetto, liquidati troppo frettolosamente all’indomani del referendum come manifestazioni di una demagogia senza spessore e senza costrutto. All’indomani della prima guerra mondiale, in una situazione d’instabilità per tanti versi simile a quella attuale, i protagonisti della costruzione degli allora nuovi regimi reazionari di massa erano sicuramente anche dei volgari demagoghi, ma ciò non toglie che essi furono protagonisti di profondi mutamenti sistemici nei regimi politici e negli assetti sociali.

C’è bisogno a sinistra di un’analisi più approfondita del “renzismo”.Ci troviamo, infatti, di fronte a una miscela inedita tra politiche economiche e sociali di destra, affermazione di diritti civili a lungo insoddisfatti, e attacco populistico alla politica e alla democrazia rappresentativa ridotta a privilegio e a occupazione di “poltrone”. Tutto ciò può costituire in nuce la base di una nuova “ideologia italiana” e di quel “sovversivismo delle classi dominanti” del Paese così duro a morire, analizzato da Gramsci nei Quaderni. Non è un caso infatti che, all’indomani dell’esito referendario tra i più accesi sostenitori di Renzi si sia tornati a parlare di Partito della Nazione e ad auspicare un superamento dello stesso Partito Democratico, assumendo come base di un potenziale consenso il 40 per cento di si al referendum.

Quest’ultima questione rimanda a un aspetto della situazione politica attuale sottovalutato e non sufficientemente indagato a sinistra. Non siamo in una situazione stabile, e instabile è il profilo e la consistenza medesimi delle attuali principali forze politiche in campo.

Siamo per esempio certi che, in vista della sfida per il governo, il Movimento 5Stelle saprà attraversare indenne le ambiguità irrisolte della sua collocazione politica e sociale? Un esempio di quello che potrà accadere lo vediamo nell’esperienza amministrativa romana, la cui paralisi troppo superficialmente viene attribuita a impreparazione e incompetenza quando essa deriva piuttosto dall’ambiguità e opacità del blocco sociale e di interessi di cui la Giunta Raggi è riferimento.

Del Partito Democratico, e di come possa essere a rischio il suo stesso futuro, abbiamo detto. Per quanto riguarda la destra permane l’incompatibilità tra l’orientamento tradizionalmente liberista di Forza Italia e quello populista della Lega, che può essere un permanente fattore di divisione e di paralisi.

Da parte della sinistra sulle relazioni politiche attuali e sul profilo delle forze in campo sarebbe utile ricorrere, più di quanto si sia fatto sinora, a un’analisi differenziata. Si avrebbe un quadro più preciso dei processi in atto e delle linee di frattura che attraversano i vari schieramenti politici. Si supererebbero diverse e opposte forme di minoritarismo che attanagliano e rischiano di paralizzare il dibattito a sinistra: dalla riproposizione di una politica delle alleanze come quella fatta da Pisapia all’indomani del referendum, corriva con gli orientamenti attuali della maggioranza del Pd e subalterna a Renzi, al radicalismo di Rifondazione, al corteggiamento delle pulsioni populiste quale principale strada per ritrovare una connessione sentimentale con le masse popolari.

Bisogna sapere, infatti, che quanto più forte è la ricerca della propria identità ideale, meno indeterminato il proprio ancoraggio sociale al mondo del lavoro, più chiara l’indicazione di una prospettiva storico-politica di cambiamento supportata da una coerente analisi di fase, tanto più è possibile per la sinistra porsi al centro di una coraggiosa politica delle alleanze. Importante è capire che essa non passa dai rapporti tra gli assetti di vertice delle attuali forze politiche. Bensì essa passa dal ruolo nazionale che, insieme, tante coalizioni democratiche che alimentano la vita degli enti locali possono avere, a partire dal ruolo di importanti amministrazioni regionali (quel ruolo che colpevolmente le amministrazioni della stagione “arancione” non hanno saputo avere). Passa anche dagli spiragli che sul terreno sociale sono aperti dalla riapertura sia pur timida di spazi di un’azione comune dei principali sindacati, testimoniati dalla firma del contratto dei metalmeccanici e da una ripresa del confronto in altri campi tra la Cgil e le altre confederazioni, a cui da sinistra bisogna incominciare a guardare con spirito critico ma senza diffidenze e sospetti. Si realizza nella non smobilitazione dei Comitati per il No e nella trasformazione in rapporti di consultazione permanente della relazione che si è stabilita tra Cgil, Arci e Anpi nel corso della campagna referendaria. Passa, insomma, attraverso il ripensamento e la riformulazione di quella “coalizione sociale” troppo affrettatamente proposta dalla Fiom e altrettanto frettolosamente archiviata senza alcuna discussione. Passa dalla mobilitazione – come ci ha ricordato Rodotà – per i referendum sociali promossi dalla Cgil sul mercato del lavoro e l’articolo 18.

Si tratta di un’impresa di lunga lena che, per tanti aspetti, va oltre le pur importanti scadenze imposte dal quadro politico attuale e dalle stesse prossime elezioni politiche, ma dal cui successo, sia pure in prospettiva, dipende il rilancio e la ricostruzione di una democrazia organizzata e partecipata che è il vero mandato che il voto referendario affida a una politica che voglia rimanere fedele ai valori della Costituzione.

 

 

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