C’è bisogno di una sinistra autonoma e unitaria

BEATRICE MACCHIA

Intervista a Aldo Tortorella pubblicata da “Liberazione” il 3 aprile 2004

Incontriamo Aldo Tortorella dopo la riunione dell’Assemblea nazionale dell’Associazione per il Rinnovamento della Sinistra, composta da molti senza partito e da quasi tutte le sfumature della sinistra che va da Rifondazione alla sinistra Ds. La riunione aveva come oggetto la necessità di sostenere la costruzione di una “sinistra autonoma e unitaria” capace di raccogliere, rispettando tutte le posizioni esistenti, ciò che si muove a sinistra del nuovo soggetto politico moderato composto da Ds e Margherita. E’ da qui che comincia la nostra intervista.

Tu sostieni il bisogno di cercare una unità delle sinistre che non partecipano al progetto della lista unitaria tra Ds e Margherita. Ma allora hai superato l’idea che esista una sinistra sola da raccogliere insieme dopo le rotture del passato?

Non ho mai sostenuto che esista una sinistra sola. Ritengo, come ho detto più volte, che è del tutto comprensibile – ed è sempre accaduto – che ci siano diversità di ipotesi tra coloro i quali sono animati da una volontà di trasformazione sociale ma che le diversità non dovrebbero impedire un legame tra le sinistre. Fino ad un certo momento era lecito sperare che i Ds potessero orientarsi verso la ricostruzione di un rapporto unitario a sinistra e per questo ho cercato di lavorare. Ma da tempo il legame cui si tendeva era, al contrario, verso il centro, cosa che è divenuta evidente con la proposta di unificazione con la Margherita. Non una sinistra plurale, come in Francia, ma un soggetto moderato più o meno plurale. Naturalmente penso che una forza neocentrista di orientamento democratico sia indispensabile ad una coalizione per battere la destra. A parte il fatto personale che un partito di orientamento moderato non è il mio, sorge il problema – ormai da molti osservato – di un vuoto a sinistra. Ma di una forte sinistra autonoma e unitaria c’è bisogno, mentre, invece, c’è, come si sa, una perdurante frammentazione. Senza superarla non sarà possibile una discussione alla pari con i moderati. Dunque porre in termini nuovi il tema di una sinistra unitaria mi pare doveroso. Un nuovo grande soggetto politico deve coinvolgere la sinistra sociale del lavoro e dei movimenti. Bisogna che sia superata ogni rigidezza gerarchica e burocratica, anche se una struttura organizzata è necessaria. Dunque non basta cercare di mettere insieme quel che già c’è nella sinistra politica. Occorrono anche fatti nuovi, nuove esperienze. Ma lo sforzo unitario rimane indispensabile.

Ma tu stesso hai sostenuto che le divisioni nelle sinistre alternative derivano non tanto da diversità politiche quanto dalla deflagrazione della vecchia cultura che sorreggeva le idee di trasformazione sociale, mentre tra Ds e Margherita le diversità politiche sono maggiori ma è comune l’accettazione delle cose come stanno. Se questo è vero come è possibile pensare a una nuova grande sinistra se non dopo un lungo cammino in tempi storici e non politici?

Anche un lungo cammino da qualche parte deve cominciare. Nell’immediato mi pare di vedere due sollecitazioni in quel che si chiama il “popolo della sinistra”. C’è una generale, imperiosa e giusta volontà di stare tutti insieme per battere il centro-destra e il suo capo. Ma c’è anche, almeno in una parte il bisogno e la richiesta di una forza di sinistra responsabile, unitaria, innovatrice. Pur nel riconoscimento di quanto hanno fatto le sinistre alternative, credo che sia corretto riconoscere che vi è la crescita di una consapevolezza critica e di una politicità diffusa nel sociale che non si incontra con la politica istituzionalmente intesa. Uno sforzo innovatore chiede anche grande concretezza. Condivido le idee di amiche femministe sul rilievo primario della politica delle relazioni nel sociale. Ma la “politica seconda”, quella delle istituzioni e del potere, può decidere e decide cose gravi o terribili, fino alla guerra. Occorre che le idee si trasformino anche in proposta per il tempo breve. Questi convincimenti si vengono diffondendo e qualcosa si muove.

Per dimostrare che c’è del nuovo tu hai sottolineato l’esperienza del forum “per un programma alternativo di governo” composto da gruppi sindacali e associativi assieme a Rifondazione, comunisti italiani, verdi, minoranza Ds, hai segnalato la nascita di una nuova sinistra Ds che si dichiara per il socialismo, hai visto come un fatto nuovo che entrambi i partiti comunisti abbiano iscritto in vario modo la parola “sinistra”” nei loro simboli. Certo che è qualcosa, ma non ti pare un po’ poco?

Poco rispetto alle necessità, molto rispetto al tempo non lontano in cui la divisione era aspra. Perciò mi sembrano di rilievo le convergenze e le iniziative nuove. E continua a sembrarmi importante il passo compiuto da Rifondazione per cercare una unità delle opposizioni e l’apertura di una discussione per una comune intesa programmatica. Un legame tra le sinistre e – più avanti – una sinistra autonoma e unitaria non solo non nega ma fonda la possibilità di una ampia coalizione democratica. L’idea che quella dei riformisti sia l’unica cultura di governo è un residuo di antichi dogmatismi e porta alla sconfitta come accadde nel 2001. Il dogma di un riformismo senza riforme impedisce di vedere ciò che può vedere solo una sinistra radicata nel lavoro e forte di un esame libero e critico della realtà capitalistica.

Tu hai sottolineato anche le novità rappresentate dalle posizioni sulla non violenza, e dallo sforzo per la creazione di un partito europeo, come segnali di una volontà di rinnovamento. In che senso?

Nel senso di una ricerca, che mi pare necessaria per non fermarsi al già dato e al già pensato. Forse Ingrao è stato un po’ severo con il suo e il mio passato. I comunisti italiani non avevano il culto della violenza e combatterono l’attesa dell’ora x. Ma non è dubbio che il tema della violenza abbia segnato la storia del movimento comunista. Anche a noi dell’Associazione parve necessario nei primi atti costitutivi affermare la non violenza come “norma – scrivemmo – dell’agire politico”. E’ un tema che fa discutere, poiché non si può certo negare il diritto alla autodifesa dall’aggressore, e non si può disconoscere il tessuto di violenza diretta e indiretta su cui si fonda l’attuale società. Ma sollevare una tale discussione è cosa utile per riaprire una strada nuova attraverso le molte macerie.

Fa discutere molto anche la idea della “sinistra europea”. E tu che ne pensi?

La ricerca di una dimensione europea è ovviamente indispensabile. Leggo le obiezioni e non tocca a me partecipare ad un dibattito interno. So che già esiste un gruppo parlamentare di sinistra alternativa in Europa e che l’avvio della “sinistra europea” come partito conosce difficoltà. Ma al di là di tutto questo mi pare che l’affermazione non solo di un gruppo comune ma di una possibile costruzione di un partito europeo di sinistra capace di spirito unitario – come si è visto in Francia – e della ripresa di un pensiero alternativo sia una sollecitazione importante. Affermare l’esigenza di un cammino non è già averlo compiuto, ma senza un qualche itinerario non si può neanche incominciare a camminare. Certo, la strada è terribilmente in salita. L’Europa costruita attorno alla moneta e alla banca sta per varare una Costituzione regressiva rispetto a quella che era la nostra. Ovunque, lo stato sociale e i diritti del lavoro sono sotto attacco. I partiti socialdemocratici, e l’Internazionale socialista, vedono essi stessi il logoramento, e in qualche caso il disfacimento, delle conquiste del secolo passato. Viviamo nel tempo della teorizzazione e della pratica della guerra preventiva. Una sinistra europea autonoma avrebbe un grande avvenire se riuscisse a misurarsi con le sfide del presente.