Quando la rivoluzione ha le sembianze di una grande donna

Quando la rivoluzione ha le sembianze di una grande donna

L’Associazione per il rinnovamento della sinistra piange la scomparsa della straordinaria compagna Rossana Rossanda

Se Rossana Rossanda -responsabile culturale del partito comunista italiano al tempo di Togliatti – fosse rimasta nella casa madre, poteva forse  diventarne la prima segretaria donna? Difficile, difficilissimo, viste le dinamiche profonde – molto maschili- dell’organizzazione. 

Tanta, però,  era la stima che la circondava. E tanto il rispetto. Del resto, la sua cultura raffinata e poliedrica, unita ad una passione politica straordinaria, ne faceva una figura di grande rilievo. Per sintetizzarne la solidità teorica e nel contempo la curiosità verso le scienze analitiche moderne, basti rileggere il carteggio con Umberto Eco pubblicato dal settimanale “Rinascita” nel 1963. In breve, come emergerà sempre nell’impegno costante e mai domo, nella “Ragazza del secolo scorso” (il bellissimo volume di “autofiction” del 2005) il rigore dei saperi si mescola con l’attenzione fortissima ai ceti deboli, alla classe operaia intesa come categoria generale e non solo gruppo sociale. Ecco. Se fosse rimasta nel PCI. Ma la coerenza (il tratto distintivo della vita) la portò a compiere il difficile passo della rottura (radiazione, in verità) nel 1969: con le compagne e i compagni del “il manifesto”, la comunità con cui -tra condivisioni e pure rotture- attraversò l’intera vita pubblica. Con Lucio Magri, Luciana Castellina, Luigi Pintor, Valentino Parlato, Filippo Maone, Eliseo Milani, Aldo Natoli (per citare qualche nome) fondò la rivista, nonché il quotidiano che tuttora rimane un faro e un riferimento. “Il manifesto” fu anche l’esperienza forse più originale di quella che fu chiamata la nuova sinistra, con la confluenza di esperienze comuniste, socialiste (Vittorio Foa, ad esempio) e cattoliche del dissenso a cominciare da Lidia Menapace. E proprio Rossanda ebbe un ruolo fondamentale nel coniugare l’esigenza di un progetto, la necessità del partito, la forza non eludibile dei movimenti. È stata una “rivoluzionaria di professione” nella versione nobile del termine. Lei che, se non avesse dedicato la vita alle lotte ideali e pratiche per un comunismo democratico così diverso da quelli storici, sarebbe diventata sicuramente una prestigiosissima accademica, sulle orme del suo “maestro” Antonio Banfi. Ora che non c’è, ci accorgiamo piangendo – nell’assenza- del vuoto che lascia. E chissà per quante stagioni incolmabile. Tuttavia, la vita e le opere di una persona dal fascino intellettuale magico lascia un “Manifesto”, quello di oggi e quello del 1848. 

Vincenzo Vita

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