ALBERTO LEISS
Le donne che hanno dato vita all’incontro di Paestum – dopo una discussione sul punto che ha visto anche pareri diversi -non hanno coinvolto esplicitamente uomini, anche se nella lettera di invito c’è un passaggio finale che sottolinea l’importanza decisiva di un mutamento nelle relazioni tra uomini e donne per costruire una politica diversa, valida per tutti e tutte, capace di andare alla radice del cambiamento del modo in cui si vive e si lavora: un cambiamento chiesto in modo sempre più forte dalla crisi (una “rivoluzione necessaria”, dice la lettera). E c’è anche un riconoscimento di quanto comincia a cambiare nel modo di essere, pensare, agire da parte di alcuni di noi. Certo, questo cambiamento – si aggiunge, e lo penso anch’io – si manifesta in modo ancora del tutto insufficiente rispetto a tutto ciò che non va, anzi va molto male, a causa di un “ordine maschile” che resta determinante e per certi versi “dominante” nei luoghi del potere pur avendo perso quasi ogni credibilità e autorevolezza. Nel dibattito pubblico, come di nuovo nell’ultimo rapporto Censis, è in primo piano il vuoto di “sovranità” e la crisi verticale della politica, ma i politici e gli intellettuali maschi che ne discettano sembrano restare ostinatamente ciechi rispetto al fatto che proprio di loro – di noi – del nostro sesso, qui principalmente si parla. Penso dunque che a noi uomini converrebbe cercare un confronto serio con le idee e le pratiche che Paestum ha rilanciato: provo a farlo, e non solo perché nella lettera si cita anche Maschileplurale e la ricerca che con altri mi impegna nella rete e nell’associazione che questo nome richiama. Qualche appunto, dunque, sui temi che la lettera pone.
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SERGIO CASERTA
Pubblicato su Il Manifesto di Bologna
Il viale che corre parallelo al mare e che taglia in due Baia Verde a Castelvolturno è deserto, rare auto e pochi passanti, le case sui due lati sono per lo più disabitate o lo sembrano, molte diroccate; c’è un’atmosfera rarefatta e che incute tensione. Ricordo molti anni fa quegli stessi viali, un po’ più a sud, al villaggio Coppola Pineta mare, animati da folle di vacanzieri, di ragazze e ragazzi, era la prima espansione turistica di una nascente micro borghesia partenopea, figlia del boom economico che riusciva a comprare o solo ad affittare una casa, sul litorale flegreo. Altri tempi, qui il declino dovuto all’incuria della pubblica amministrazione, all’abusivismo selvaggio, alla prepotenza camorrista, hanno generato un luogo “senza legge”, dove lo spaccio, la prostituzione, il traffico di rifiuti di ogni genere ma soprattutto tossici, ha condannato queste zone all’abbandono e al degrado sociale.
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BRUNO CECCARELLI
da: www.Pane&acqua.info
E’ davvero difficile comprendere come la politica sia stata, letteralmente, sbaragliata dal modello di globalizzazione che è stato imposto. L’intero pianeta ha subito uno sconvolgimento storico. La storia che sembrava, pure nelle grandi trasformazioni e contraddizioni presenti nelle passate epoche, possedere una sorta di “traiettoria” comprensibile e lineare: sia riguardo lo sviluppo della produzione dei beni e sia soprattutto riguardo la evoluzione sociale dell’umanità, delle sue conquiste in termini di saperi e diritti; la storia appunto, pare aver subito una “distorsione”. Che la storia non fosse mai finita già lo sapevamo, ben al di la delle valutazioni, dopo l’89, fatte da alcuni filosofi: Francis Fukuyama e altri. Molti ne hanno scritto, pure noi, con approcci molteplici, più volte. Tuttavia le analisi fatte al riguardo probabilmente abbisognano di ulteriori indagini, anche di natura diversa e non solo quindi dal lato della economia. Oggi la storia si comporta, con una ardito paragone che offre un terreno di ragionamento inedito, come la luce di una stella che viene deflessa dal campo gravitazionale di una galassia.
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PAOLO CIOFI
da: www.paolociofi.it
La giornata dello sciopero europeo, con centinaia di migliaia di persone in piazza – operai e lavoratori, studenti e insegnanti, precari e disoccupati – ha posto per la prima volta nel Vecchio continente, in termini di lotta e di mobilitazione di massa degli esclusi, la questione cruciale del rovesciamento delle politiche cosiddette di austerità, in realtà depressive e moltiplicatrici della crisi: un evento di grande rilievo, che può segnare l’inizio di una svolta. Ma una politica espansiva, che valorizzi congiuntamente lavoro e ambiente, non può essere messa in moto se i più grandi detentori della ricchezza, proprietari universali in Italia e in Europa, non pagano il dovuto ostinandosi a sfasciare il patto sociale. E se gli enormi patrimoni accumulati per effetto della privatizzazione universale, diventati ormai una nuova manomorta che ghermisce i vivi, non vengono mobilitati e investiti nell’economia reale a beneficio della comunità. Ecco perché il nodo della patrimoniale, o meglio di un’imposta sui grandi patrimoni, non può essere eluso: per ragioni di giustizia, e per ragioni più propriamente economiche. Durante la crisi, i megaricchi proprietari universali hanno concentrato nei paradisi fiscali una cifra tra i 21 e 32 mila miliardi di dollari, equivalente alla somma del pil di Usa, Cina, Giappone e Germania. Su questi dati, solitamente messi in ombra, occorre puntare i riflettori. Come pure su due altre circostanze, macroscopiche ma non considerate rilevanti ai fini della politica economica e fiscale: la traslazione dei debiti privati sui bilanci pubblici, per una cifra di 10 mila miliardi di dollari già a fine 2008; e il mancato pagamento di imposte e tasse da parte dei megaricchi e delle multinazionali.
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