Le tre verità della crisi

PAOLO CIOFI

Tiriamo le somme: adesso che l’ennesima manovra anticrisi è legge con l’ennesimo voto di fiducia, emergono a tutto tondo tre verità che in ogni modo si volevano nascondere. La prima verità è che il Cavaliere si è confermato un piazzista di professione, un bravo imbonitore, un ottimo affarista e qualche altra cosa ancora, ma un governante pessimo, che fa il contrario di quello che dice e dice il contrario di quello che fa, mettendosi a nudo per quel che effettivamente è: un pesante fattore aggravante della crisi, di cui con urgenza occorre sbarazzarsi. Gli esperti dicono che la sua presenza alla testa del governo fa crescere di 100 punti il differenziale tra i nostri titoli di Stato e quelli tedeschi. Ma forse è ancora poco.

La seconda verità è che la manovra approvata non va alla radice della crisi, che sta nei bassi salari che comprimono il potere d’acquisto, non offrono sbocchi alla produzione, e spingono quindi verso l’indebitamento. Né colpisce i movimenti speculativi dei capitali mettendo sotto controllo i “mercati”, che della crisi sono gli incendiari. Questa manovra è l’applicazione bastarda della linea della Banca centrale europea, che ci impone di fare quello che i “mercati” vogliono, e che proprio perciò non è in grado di rimuovere le cause della crisi. Un’operazione ingiusta e a perdere, che esonera i responsabili del disastro e colpisce i lavoratori e i pensionati, le donne e i giovani. Ma anche inefficace, che aumenterà i disagi e le tensioni sociali. Il paradosso grottesco, a conferma di questa realtà pirandelliana, è che proprio l’ Unione europea, nel momento stesso in cui dà il benestare ai provvedimenti del governo, “suggerisce” ulteriori misure, da applicare con il rigore inflessibile dell’austerità.

La terza verità è che i super ricchi e i grandi speculatori, i quali in questi anni hanno accumulato enormi patrimoni, non vogliono pagare. E per raggiungere il loro scopo fanno fuoco e fiamme, con il sostegno molto determinato ed insistente del Corriere della sera. Il direttore e maestro del pensiero Ferruccio de Bortoli qualche giorno fa ha scritto un fondo fiammeggiante in cui chiedeva «un sussulto di dignità nazionale». «Ce la facciamo (anche da soli)», non possiamo ridurci a «chiedere l’elemosina alla Banca centrale europea». E poiché «siamo tutti italiani», «tiriamo su la testa» con «un po’ d’orgoglio». Ma – sia ben chiaro – «senza ricorrere a patrimoniali». Insomma, ci vuole orgoglio, ma senza toccare il portafoglio. Siamo tutti italiani, ma l’orgoglio di concorrere alle spese pubbliche in ragione della capacità contributiva, come dice la Costituzione, la lasciamo ai fessi.

La gentile signora Emma Marcegaglia, poi, fa addirittura tenerezza nella sua pervicace ostinazione. Si straccia le costose vesti alla moda perché desidera la “crescita”, ma si oppone con tutte le forze a una patrimoniale, e persino al versamento di un contributo di solidarietà. In compenso plaude all’aumento dell’Iva, un balzello iniquo che colpisce i consumi e ha effetto depressivo, vuole il superamento del contratto nazionale, la totale subalternità e flessibilità del lavoro, il ritiro del settore pubblico da qualsiasi attività che può produrre un business. Insomma, la deregolazione completa e il liberismo assoluto, con un corollario: che è indispensabile la collaborazione di tutti, e chi si oppone è contro l’interesse nazionale. Forse la gentile signora non lo sa, ma quella che lei propone è la vecchia ricetta americana, la stessa che ha fatto esplodere la crisi.

Morale. Berlusconi, fattore aggravante della crisi, se ne deve andare. Ma la soluzione non sta in un governo che in modo più coerente e più serio faccia ciò che vogliono “i mercati”. Serve l’esatto contrario, e si può fare. Ci vuole però la forza e la volontà politica. Che ne dice il Pd?

15 Settembre 2011 dalla parte del lavoro – sito di Paolo Ciofi