La sinistra immaginaria

La sinistra immaginaria

Articolo di Vincenzo Vita per CRS

Per essere legittimati ad urlare “sinistra”, dunque, è bene chiarire di cosa stiamo parlando. Sinistra non è un contenitore, come con stucchevole reiterazione si tende a sostenere. Sinistra è una cultura, una forma identitaria, un’etica, una passione civile…

La discussione sulle soggettività della sinistra è ormai segnata dal correre inesorabile del tempo.

Pur sorrette da argomenti seri e passioni mai dome, le riflessioni pubbliche sulla vexata quaestio sono diventate retoriche ripetitive, utili soprattutto per chi si cimenta sull’argomento e per i suoi dubbi interiori.

Certamente, trattare il tema della crisi e delle difficoltà di ciò che si muove – per semplificare – sul lato mancino del Partito democratico rischia ogni volta di subire l’attrazione fatale del tatticismo, se non del desiderio – magari mascherato – di trovare una ennesima sigla elettorale.

Tuttavia, è forse utile interrogarci sul perché la discussione sia tanto stantia e la base di partenza reale così misera.

Verosimilmente, va capovolto l’ordine degli addendi. Prima del soggetto, andrebbero indagati l’oggetto e il suo contesto di riferimento.

Si tratta, se questo è giusto, di rifare l’analisi della società, della situazione di classe, per utilizzare un linguaggio antico e pur sempre attualissimo.

Già, in quale età del Capitale siamo? L’universo delle piattaforme guidato dagli algoritmi e dall’intelligenza artificiale non è esattamente la prosecuzione con altri mezzi delle ere precedenti del dominio. La potenza intellettuale della produzione (si rilegga il famoso frammento sulle macchine dei Grundrisse) ha nettamente superato la fase dell’espansione quantitativa, per determinare uno sconfinamento verso una stagione che potremmo definire post-umana. Si tratta di un corpo a corpo tra esseri viventi ed esseri che copiano e rideterminano le stesse modalità della vita.

In precedenza fu il nostro immaginario ad essere occupato attraverso ideologie e diffusione mediatica. Ora è l’intero corpo a venire sussunto e condizionato da migliaia di sensori e di rilevamenti del nostro essere.

Ciò significa che non esistono più le persone fisiche con le loro pulsioni e la loro coscienza? No. Significa, però, che convive con noi il nostro gemello digitale.

Non è una novità, si potrebbe osservare. Già Norbert Wiener, uno dei padri fondatori della cibernetica, mise in guardia sui pericoli insiti nello sfruttamento massivo delle macchine, per rendere più efficiente “l’uso umano degli esseri umani” Lo sottolineano Luciano Floridi, Federico Cabitza (2021). E l’acume di Alan Turing sottolineò che la macchina si può comportare assomigliando ad un essere umano. Insomma, il tema esiste ed è enorme. Intendiamo rimuoverlo, come se non condizionasse ogni narrazione?

Ora siamo, probabilmente, al punto di catastrofe, né transitorio né eludibile.

Ovviamente, un approfondimento di maggiore organicità si renderebbe necessario, per evitare suggestioni improprie o approssimative. Ma l’evocazione del problema è indispensabile, per lanciare un allarme sulla vecchiezza dei riferimenti cui generalmente ricorriamo.

Anzi. Sarebbe doveroso ripartire dall’analisi puntuale delle parole chiave che utilizziamo: libertà, democrazia, mercato, solidarietà, uguaglianza, stato, pubblico, privato. Intendiamoci, non si deve riscrivere il vocabolario. Il significato manifesto dei termini non è in questione. Il punto, invece, è che spesso ci si trova di fronte a significanti vuoti. Riempire i vuoti è il primo compito di una ri-costruzione della sinistra.

Insomma, è necessario mettere in causa le fondamenta del discorso consueto, troppo legato ad una mera vulgata marxiana. Marx, in verità, è un autore versatile e non uniforme, assai diverso nella sua complessità dal racconto banalizzato che è scaturito dai versetti della Terza internazionale che fu.

Per essere legittimati ad urlare “sinistra”, dunque, è bene chiarire di cosa stiamo parlando. Sinistra non è un contenitore, come con stucchevole reiterazione si tende a sostenere. Sinistra è una cultura, una forma identitaria, un’etica, una passione civile.

Se non ci chiariamo a partire da qui, non si ritroverà la retta via.

Non sarà un caso se, davanti alle contorsioni moderate del Partito democratico e alla discesa vorticosa dell’appeal del Mov5Stelle, a sinistra la desertificazione continua senza tregua.

Persino un’intemerata in un brindisi augurale da parte di Massimo D’Alema sull’eventuale rientro nella casa madre di “Articolo Uno-Mdp” è sembrata una sferzata. Eppure, per chiunque segua un po’ simili cose fu chiaro da quando si ruppe il gruppo di “Liberi e Uguali” che la componente sopra accennata stava preparando l’appuntamento pacificatore dopo il divorzio. Sarà pure fondata la proposta di D’Alema e Bersani di ripartire da zero, rifacendo l’edificio: una sorta di neo-partito talvolta dipinto come un Ulivo aggiornato o una riedizione della famiglia socialdemocratica. Siamo, però, sempre fermi alla “dittatura” del contenitore. Non dissimile, mutatis mutandis, è il percorso della sinistra-sinistra. Che senso ha la disseminazione di sigle, alcune – purtroppo per loro – davvero insignificanti? E, dopo la scelta coraggiosa di “Sinistra italiana” di rimanere fuori dal perimetro della maggioranza che sostiene il governo presieduto da Mario Draghi, è comprensibile che non un passo si sia fatto per una riunificazione almeno con “Rifondazione comunista”?

Senza rovesciare paradigmi e modelli non se ne esce. Per avviarsi su una strada meno infelice servono scelte pacificamente “eversive”.

Vi sono contraddizioni enormi, irriducibili se non si rivolta il tavolo. Lavoro e ambiente, tutela della salute e riguardo alla privacy, corsa tecnologica e difesa dell’umanesimo sono coppie dialettiche che non possono trovare alcuna sintesi evolutiva se non si squarciano le compatibilità di un Capitale forgiato dagli anni dell’egemonia liberista e ora dominato dalle piattaforme.

Far dialogare, connettere le varie parzialità secondo gli insegnamenti delle pratiche femministe, ingaggiare ricerche sulle culture che possono farsi politiche è l’ulteriore passaggio. Siamo ai prolegomeni, ma senza tornare alle caselle iniziali il giro non va avanti.

Negli ultimi anni, eravamo nel giugno del 2017, vi fu un tentativo interessante, che sarebbe anche oggi il criterio cui ispirarsi. Si rammenterà l’assemblea tenutasi al teatro Brancaccio di Roma. Si provò ad intrecciare il livello strettamente politico con le esperienze di movimento, immaginando un’ibridazione in grado di creare un partito-non partito, vale a dire un soggetto variabile regolato da uno statuto minimo e da assetti dirigenti democratici e partecipativi.

Ecco, quello spirito fuori dai cori classici va considerato morto. Sarebbe, invece, il potenziale collante di luoghi oggi frammentati e non comunicanti.

Un ruolo cruciale di stimolo e di coordinamento spetta ai centri di cultura politica (il Crs e l’Ars ne sono un esempio), senza esclusive o custodie conservative dei patrimoni (teorici) accumulati.

Una doppia proposta. Da un lato, con il prezioso contributo del “Forum Disuguaglianze e Diversità”, è urgente avviare una capillare inchiesta sul campo. La società italiana, al netto della sociologia del Censis, si è profondamente trasformata. L’analisi della trama che anima città, periferie e territori è persino più difficile della lettura degli algoritmi. Senza una chiara fotografia del contesto e delle sue faglie non si riparte e non si trovano i protagonisti potenziali, i “becchini” di un blocco di forze alternative.

Inoltre, è da concepire una Conferenza nazionale sul significato delle parole, per introdurre nel dibattito – finalmente – un tentativo di mutare linguaggio e sintassi del cambiamento. Il resto, se mai, seguirà.

 

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