Il voto del 4 Marzo

Il voto del 4 Marzo

Sintesi della relazione di Vincenzo Vita alla riunione della presidenza dell’Associazione per il rinnovamento della sinistra di venerdì 9 marzo 2018

 

Discutere del voto del 4 marzo dal lato della sinistra significa innanzitutto mettere la parola “fine” ad un ciclo lungo e ricco di stimoli, e tuttavia irrimediabilmente giunto al capolinea. L’Associazione per il rinnovamento della sinistra si era battuta per una lista unica e per dar seguito alle indicazioni dell’assemblea del teatro Brancaccio di Roma del 18 giugno scorso, immaginando –quindi- una proposta elettorale non espressa solo dai partiti già esistenti,bensì da un insieme assai più vasto di aggregazioni. Andava rotto il diaframma tra assetti troppo autoreferenziali e movimenti profondi di una società sempre meno leggibili con le lenti tradizionali. Promuovemmo due dibattiti seminariali volti a tale fine, che sembravano una premessa positiva. Non andò così, come è noto. Non ci spetta dare giudizi, secondo il nostro stile. Anzi. Ci esprimemmo con una dichiarazione di voto critica verso le tentazioni astensioniste e volta a suggerire l’appoggio per le sinistre. Purtroppo, è arrivata una botta atroce e l’assenza di unità certamente ha penalizzato il risultato complessivo delle liste, ondeggianti tra troppo tenui rotture con il passato del centrosinistra e suggestioni un po’ velleitarie.

Sarebbe fuorviante, però, considerare prevalente il mero percorso soggettivo che ha portato alle divisioni. La catastrofe, peraltro neppure supposta o immaginata dai gruppi dirigenti, si è rivelata superiore alle più pessimistiche previsioni. E, quel che è persino peggio, non solo non è stata prevista, bensì neppure tematizzata, magari in proporzioni minori. Insomma, una prima conclusione: la portata della sconfitta e le sue modalità segnalano l’uscita di scena dal “teatro sociale” delle componenti che storicamente hanno puntato proprio sulla rappresentanza “classica” dei soggetti deboli o emarginati. La batosta tocca, non a caso, tutte le anime e le diverse sfumature. Ivi compreso il vituperato partito democratico, moderato e neo-centrista, e comunque vissuto dall’elettorato come appartenente alla stessa costellazione delle sinistre-sinistre. Non per caso queste ultime vanno all’incirca di conserva con i risultati del “padre” cattivo abbandonato. Ciò significa, senza infingimenti, che nell’immaginario collettivo “la sinistra” come categoria o persino come parola non è riconosciuta come riferimento interessante e progressivo. I dati sono crudi, ma chiari. I voti si sono spostati soprattutto nelle mille periferie, non solo geografiche ma pure di classe. Le periferie come sintomo di un’estraneità crescente dai drammi della vita comune, dal disagio, dalle povertà, dalle conseguenze della diffusione capillare del liberismo: metodo complessivo, oltre che politica economica. Cittadini divenuti sudditi o tele-corpi, occupati nell’immaginario da gruppi dominanti conservatori o reazionari. Non solo. Dobbiamo, forse, prendere atto che si è determinato ormai un grumo insuperabile nel linguaggio: stili e retoriche degli anni ascendenti dei movimenti comunisti, socialisti e socialdemocratici sono degradati da latino a latinorum, soppiantati infine da sintassi e grammatiche diverse. L’evocato “anno zero” comincia da qui. Non è solo questione, dunque, di linee politiche più o meno indovinate o alla moda modernista, quanto di esaurimento di una lunga stagione: politica, sociale, culturale.

La débacle riguarda soprattutto le inadeguatezze degli approcci culturali, l’abbandono dei pilastri teorici fondamentali neppure sostituiti da una lettura aggiornata e critica dei fenomeni dell’innovazione o della “rivoluzione tecnica”. Contributi felici cui rimandare sono un articolo su “il manifesto” del 1° marzo di Alfonso Gianni (“L’intelligenza artificiale e un nuovo compromesso sociale”) e un saggio di Mario Dogliani pubblicato da “sbilanciamoci.info” del 17 gennaio (Il ruolo dello stato nell’economia digitale”). Tamquam non esset. Purtroppo è avvenuto un divorzio dalla realtà. E’ solo un difetto soggettivo? Anche. Certamente ha pesato la modalità di “ceto” nella formazione delle liste, peccato esasperato dalle incongruenze sguaiate della legge elettorale. E ha avuto un effetto nefasto il non aver considerato una priorità ciò che fin dal 2000 ha sostenuto l’Ars, vale a dire la disponibilità a comportamenti simbolicamente forti sugli emolumenti parlamentari, senza lasciare a Grillo il patrimonio della “questione morale”. Si è nella sfera pubblica ciò che si è e si fa nell’ambito privato. Se si sono appannati progetti e discorsi di sistema, allora il giudizio è dato essenzialmente sulle qualità delle persone in carne e ossa, alla loro credibilità. Il pubblico è privato, e soprattutto il privato è pubblico.

Ma non basta. La lettura dei flussi ci mostra l’esiguità dell’approccio verso sinistra dei settori del lavoro precario e della disperazione (dallo sfruttamento primordiale di Amazon alle umiliazioni inferte a chi opera nella scuola, nella ricerca e nell’università), espressione autentica della globalizzazione sregolata e autoritaria che ci ha accompagnato fin dai primi anni novanta del secolo scorso. E che ora si transfigura in un sovranismo non meno terribile. Un grande assente, a confermare la subalternità alle tendenze generali, è stata la politica internazionale: di pace e guerra, di nuovi colionalismi, di riassetto dei poteri mondiali parla ormai –quasi isolato- il Papa di Roma Francesco. E senza l’analisi e la ri-cognizione del mondo, nessuna sinistra potrà rinascere.

Il prossimo anno vi saranno le elezioni europee e, in vista di una scadenza delicata che parlerà della crisi del continente, è augurabile che non ricominci un’altra competizione su chi ha la bandiera più rossa. Se mai, va riconosciuta l’inadeguatezza della discussione sui nuclei essenziali di una politica europeista ma alternativa, capace di porre seriamente il capitolo della revisione dei trattati che hanno avuto un peso determinante nelle linee liberiste. Se non si chiarirà l’amletico dubbio sull’Europa, la scadenza che ci attende rischierà di essere un’ulteriore magra sconfitta.

Neppure si è colta la durezza del fenomeno chiamato “post-democrazia”, descritto dalla filosofia politica con toni astratti e asettici, mentre la sua verità è quella brutale del decisionismo dei governi (a partire dalla Commissione europea) e dello snaturamento delle assemblee elettive. In Italia il “colpo di mano” finora non è riuscito ancora, perché il 4 dicembre 2016 il referendum costituzionale fu bocciato dal 60% della popolazione votante. Vediamo ora che accadrà, dopo gli indubbi successi delle forze dirette da Salvini e Di Maio, che hanno nei loro programmi aspetti persino inquietanti.

Una campagna elettorale, del resto, segnata da issue della destra: populismi dall’alto, stretta sulla sicurezza, argine alle migrazioni, sdoganamento dei fascismi (il caso di Macerata è stato una svolta).

La ricerca rabdomantica della sinistra non può, però, assumere risvolti surreali. La sinistra, intesa come luogo di attracco di coloro che hanno avuto simpatie per le forze storiche, si è in parte significativa spostata o verso il permanente astensionismo o, ancor più clamorosamente, verso il Mov5Stelle. Che è diventato, tra l’altro, il primo partito operaio. Oltre che il “dio terreno” di un Mezzogiorno del tutto dimenticato. Insomma, la campagna elettorale è stata una partita di tennis: tra il nordismo dell’Italia in relativa crescita del Nord affidatasi alla Lega di Salvini, e il Sud staccato da ogni sviluppo e dominato da qualche caudillo e però sedotto dal “grillismo”.

Il Mov5Stelle va indagato nelle sue caratteristiche peculiari, in cui fanno capolino –come ha sottolineato Marco Valbruzzi su “il manifesto” di mercoledì 7 marzo- i tratti di Podemos. L’”essere sociale fa la coscienza”, come scrisse il Maestro. E ciò vale pure per 5Stelle. Al di là del doroteismo di Di Maio o delle strizzate d’occhio alle destre, socialmente il movimento ha il segno di un cospicuo elettorato di sinistra, che in quote alte sta lì. Tra un rifiuto preconcetto e un’immediata alleanza di governo, sta un’importante articolazione intermedia. Fatta di confronti, di approfondimenti, di verifiche. L’Ars può svolgere al riguardo una funzione utile. Ad esempio, un capitolo cruciale, che accompagna la discussione da almeno un decennio, riguarda il “reddito di cittadinanza” e la diminuzione dell’orario di lavoro. Ne ha scritto recentemente anche un giovane sociologo olandese liberale come Rutger Bregman, essendo obiettiva la tendenza del capitalismo delle piattaforme a diminuire la quantità del lavoro vivo. Dobbiamo, innanzitutto, evitare che le tendenze prevalenti delle nuove occupazioni assomiglino a forme aggiornate di schiavismo, non escluse peraltro dalle stesse logiche sottese al Jobs Act. Lucidamente Paul Mason ha parlato di net-feudalesimo.

Ci spetta, quindi, agire in un momento arduo e complicato, in cui non servono fretta o improvvisazioni. Si conferma l’impostazione –purtroppo prefigurante- del primo numero del 2018 di “Critica marxista”, che evocano la “reinvenzione della sinistra” e le fatiche di Sisifo rinverdite da Aldo Tortorella. A breve, insieme al Centro di riforma dello stato, promuoveremo un incontro pubblico sulle suggestioni offerte dalla rivista. Con lo stesso Crs è in programma, in maggio, un seminario su “violenza e potere”, a partire dalla tragedia del femminicidio. Abbiamo partecipato il 10 febbraio ad uno stimolante convegno sull’argomento, presso la Casa internazionale delle donne.

Su tutt’altro versante, si potrebbe costruire in tempi brevi un momento di approfondimento sulle odierne modalità di comunicazione, di cui la campagna elettorale (quella lunga, non solo i trenta giorni fatidici) è stata una prova sperimentale: i social nelle versioni pubbliche o “nascoste” hanno sopravanzato la televisione generalista. E’ la prima volta, almeno in Italia.

L’Ars, oltre all’iniziativa con il Crs, partecipa alla raccolta di firme promossa dal’Anpi contro i fascismi vecchi e nuovi, nonché a quella sulle tre proposte di legge di iniziativa popolare lanciate dal Coordinamento per la democrazia costituzionale: legge elettorale proporzionale, revisione profonda della “buona scuola”, abrogazione del pareggio di bilancio in Costituzione.

L’associazione, dopo il voto e in ragione dei risultati, ha bisogno di assumere definitivamente i tratti di un luogo aperto di confronto tra le culture politiche, con coraggio e creatività, secondo le linee discusse ed approvate nella recente riunione congressuale del 16 dicembre 2017.

Le celebrazioni per i 200 anni di Marx, cui partecipiamo all’interno di un coordinamento promosso dalla Cgil, possono essere una “scintilla”. Chissà, la storia procede per salti.

 

Dopo l’introduzione di Vincenzo Vita vi sono stati diversi interventi.

Paolo Ciofi ha sottolineato l’esigenza di tornare a capire la realtà, soprattutto quella del lavoro e dello sfruttamento, che non trova più un’adeguata rappresentanza politica. Anzi, il voto operaio è andato verso le astensioni o il Mov5Stelle. Su quest’ultimo un’attenzione è d’obbligo. Sono state sconfitte le due forze che hanno determinato negli ultimi anni la storia italiana, ma la sinistra va ripensata. La lezione di Marx ha ancora la sua attualità.

Bianca Pomeranzi ha posto l’esigenza di ripartire dall’analisi del quadro internazionale: da Trump –ad esempio- che ha reintrodotto i dazi nell’assenza di un vero dibattito. L’ordine degli addendi va ribaltato: prima il mondo e poi noi. Si è chiusa una fase e il Mov5Stelle sta attraendo consensi che furono della sinistra. Dobbiamo ripartire anche da qui.

Piero Di Siena ha ricordato come dal 2008 in poi i consensi per l’area di sinistra siano rimasti più o meno immutati. Nel frattempo, il partito democratico ha perso moltissimi voti, che non sono affluiti verso di noi. Ciò testimonia e riconferma la nostra irrilevanza, l’incapacità di agire sulle crescenti diseguaglianze. E’ indispensabile ricollocare l’Ars sul terreno delle risposte fondamentali: lavoro e mezzogiorno. Dobbiamo scrivere una precisa agenda tematica e riprendere contatti con chi –come la Fondazione Sabattini- da tempo è impegnata su tali questioni. Pure sul punto cruciale della scuola serve un impegno, insieme alla rete costruita da Piero Bevilacqua. Inoltre, va rilanciato il metodo dell’inchiesta sul territorio, a partire dal caso di Roma.

Fabio Vander ha insistito sulle ragioni innanzitutto politiche della sconfitta. Continua a mancare un soggetto tra Pd e sinistra radicale. Dobbiamo fare dell’Ars il luogo di una vera e propria campagna contro le retoriche del centrosinistra e della stessa sinistra radicale: per una “decostruzione”. E’ una ricerca essenziale per pensare ad una ripresa, che non si riduca ad una democrazia senza popolo.

Nicola Del Duce ha fatto una rassegna della situazione delle varie forze della sinistra europea, indicando ad esempio l’Olanda, dove un partito simile a “Liberi e Uguali” ha recentemente superato l’8%. Non è tutto simile, dunque, come ha mostrato lo stesso Corbyn, malgrado le incertezze su Brexit. E ha invitato a leggere l’interessante contributo di Orefice sulla rivista-blog statunitense Jacobin, per allargare lo sguardo.

Sergio Caserta ha parlato della caduta delle “ultime retrovie della resistenza”, anche per l’ascesa della Lega nelle zone tradizionalmente rosse. Paghiamo l’incapacità di assumere una chiara identità tra il sovranismo e la globalizzazione della guerra. Con il Mov5Stelle è possibile avere un proficuo rapporto di collaborazione, come si è riusciti a fare in Emilia-Romagna nel referendum sulla Costituzionale o sulla legge regionale sull’edilizia. Rapporto, spesso, tra entità diverse e separate, ma positivo e concreto. L’Ars deve un po’ correggere il tiro.

Roberto Bertoni ha ricordato come il vero punto di rottura, che ha allontanato dalla sinistra una vasta quota di elettorato, è stata la scuola. Già nell’autunno-inverno del 2010 vi fu una netta sottovalutazione delle manifestazioni di insegnanti e studenti. E, dopo, sulla “buona scuola” doveva avvenire con tempestività la rottura del Pd, per riconnettersi a strati e categorie maltrattati dalla miopia dei ceti dirigenti. Di qui il distacco dei giovani, che solo per l’8,2% hanno votato –ad esempio- Leu. Del resto, un interessante studio dei sociologi Paolo De Nardis e Mauro Magatti ha evidenziato come le generazioni cresciute dopo il 2008 abbiano un rapporto molto distaccato con la politica. Dobbiamo batterci contro il numero chiuso, i testi Invalsi, l’Anvur. Inoltre, bisogna prestare attenzione a ciò che accade in Polonia e nell’ex Europa dell’Est: il ritorno dei fascismi.

Nino Ferrajuolo ha sottolineato la natura sostanzialmente di sinistra di 5Stelle, movimento con il quale è indispensabile fare i conti anche sul piano strategico. La sinistra, per come è uscita dalle ultime elezioni, è chiaramente in crisi profondissima. Tanto che andrebbe cambiato in parte il nome dell’associazione: da “per il rinnovamento” a “per la reinvenzione” della sinistra.

Franco Argada si è chiesto come e cosa dobbiamo fare per “risorgere”. Non è facile, perché –a parte le linee perseguite- il ceto politico della sinistra è risultato inadeguato e non è ben visto. Una caduta della credibilità che richiede profondi ripensamenti. Va assunta un’iniziativa forte, scrivendo un nuovo “manifesto di Orvieto” ( sull’esempio di quello lanciato da un riuscito seminario dell’Ars nel 2006).

Aldo Tortorella ha rivendicato la giustezza delle analisi e delle previsioni dell’Associazione, tanto sul tema dei comportamenti etici del ceto politico quanto sulla gravità della crisi. Infatti, il primo numero del 2018 di “Critica marxista” parla proprio della necessità di “reinventare” la sinistra, operando cambiamenti sostanziali delle e nelle culture politiche. Va rotta la connessione con la sinistra delle “terze vie” degli anni novanta, centrate queste ultime sui miti della governabilità e dell’efficienza. Del resto, lo stesso Clinton smantellò la normativa di Roosevelt sulle banche, a dimostrazione dell’involuzione dell’intero fronte progressista, in tutte le sue forme e tradizioni. La crisi economica è profonda (vedi il calo dell’energia elettrica) e ha pesato sul voto, che ha premiato chi si è posto ad interprete della moralità pubblica ed ha mostrato interesse verso i ceti meno abbienti. Per reinventare la sinistra servono il rilancio della cultura critica e il superamento della “morale dei risultati”: contro gli opportunismi e i vecchi approcci del riformismo italiano. Lo storicismo che ha dominato per anni ha permesso sì di evitare i settarismi, ma ha facilitato le logiche e le pratiche compromissorie.

 

 

Leave a reply

Your email address will not be published. Required fields are marked *

1 (2)