E’ morto Pino Ferraris. Una testimonianza
PIERO DI SIENA
Ho conosciuto Pino Ferraris nel 1969 a Bari nelle settimane in cui Stefano Merli lavorava all’uscita della sua rivista “Classe”, edita da Dedalo e di cui Ferraris fu uno dei più importanti collaboratori. “Classe” fu nel cuore degli anni Settanta il tentativo più organico e sistematico di dare seguito dopo l’”autunno caldo” a quel filone militante dell’operaismo italiano che si ispirava a Raniero Panzieri. E benché con questo filone della sinistra italiana io abbia sempre mantenuto un rapporto (intensissimo con Vittorio Rieser negli anni in cui ci siamo occupati insieme della Fiat di Melfi), Ferraris non l’ho mai più reincontrato per decenni. Sino all’indomani della sconfitta della Sinistra l’Arcobaleno quando ci trovammo ambedue a partecipare a quel tentativo, fallito, di ritrovare un filo unitario a sinistra in vista delle elezioni europee del 2009.
Sono questi gli anni in cui la sua elaborazione teorica intorno al “partito sociale”, cioè al possibile sviluppo del filone mutualistico del movimento operaio come base alternativa ai paradigmi novecenteschi nella costruzione del partito politico della sinistra, sembra poter trovare attuazione nella pratica di Rifondazione comunista diretta da Paolo Ferrero.
E benché a miei occhi quella sua elaborazione sia sempre sembrata troppo esclusiva e unilaterale, non c’è dubbio che da essa possono venire preziosi contributi alla soluzione di quel problema che resta tuttora senza risposta, e cioè che cosa debba essere il partito politico moderno dopo la fine dei “partiti di massa”.
Di Ferraris ci mancheranno la vis polemica frutto di una grande passione politica e, soprattutto, il suo grande amore per la classe operaia e il mondo del lavoro, beni preziosi da conservare con cura in questa epoca in cui la sinistra appare confusa e dispersa, quali risorse insostituibili per le sfide che ci attendono.
